martedì, Luglio 16

Sudan: Russia e Stati Uniti si contendono la realizzazione della più importante raffineria della regione La russa TK Ural Trade e la statunitense Energy Link International si sono proposte di costruire la più grande raffineria di petrolio regionale presso la città portuale Port Sudan

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A distanza di un anno dalla cancellazione delle sanzioni economiche americane, anche grazie all’opera diplomatica dell’Italia, la multinazionale russa TK Ural Trade e quella americana Energy Link International, lo scorso ottobre hanno depositato presso il Governo sudanese la proposta di costruire la più grande raffineria di petrolio regionale presso la città portuale Port Sudan, dove confluisce anche il petrolio del Sud Sudan attraverso un oleodotto che unisce i due Paesi. La proposta americana offre una produzione di 100.000 barili al giorno mentre quella russa di 200.000 barili. Le proposte sono state avanzate durante la seconda Conferenza degli idrocarburi e settore energetico del Sud Sudan svoltasi a Juba, lo scorso ottobre, come ha informato il Ministro del Petrolio e dei Minerali Azhari A. Abdalla. Al momento la TK Ural Trade sembra essere avvantaggiata, in quanto offre la produzione giornaliera desiderata dal Governo, 200.000 barili al giorno.

La raffineria prevista a Port Sudan ha l’obiettivo di servire il mercato nazionale. Kharotum punta a rifornire anche il mercato regionale, con particolare attenzione al mercato etiope, che importa 4,5 miliardi di dollari di carburante all’anno. Dove il Governo sudanese troverà la quantità di petrolio grezzo sufficiente per la produzione per il mercato nazionale e regionale?, considerando che dall’indipendenza del Sud Sudan, avvenuta nel 2011, la produzione petrolifera sudanese è crollata, attestandosi ad un misero 30%. Il Ministro Abdalla afferma che si attingerà ai giacimenti petroliferi di riserva presenti nel Paese.  
La vera fonte petrolifera è nei giacimenti del Sud Sudan, dove il greggio estratto viene esportato grazie all’oleodotto sudanese che giunge a Port Sudan ad un prezzo fissato da Khartoum di 9,10 dollari al barile per i diritti di trasporto. I giacimenti sud sudanesi che riforniranno la futura raffineria a Port Sudan sono quelli ubicati a Paloch, Pagak, Akon, Bentiu e Thiangrial. Il Governo sudanese, grazie alla pace imposta con la forza, in collaborazione con l’Uganda, ha di fatto imposto un diritto coloniale sul petrolio sud sudanese che  permette ai sudanesi di controllare questa importante produzione regionale, che dal 1975 è sempre stata fonte di conflitti e guerre.

Lo sfruttamento del greggio sud sudanese avverrà su due binari. L’utilizzazione di parte del greggio destinato all’esportazione che, passando attraverso l’oleodotto, verrà dirottato verso la raffineria di Port Sudan per il fabbisogno nazionale e la creazione di un network di raffinerie in Sud Sudan, che serviranno per rifornire il promettente mercato etiope. Questa è il primo frutto concreto della mediazione di Khartoum per la pace in Sud Sudan. Di fatto il Sudan, approfittando della debolezza delle parti belligeranti sud sudanesi, estenuate da oltre 4 anni di conflitto, pone una gran parte del greggio del Sud Sudan sotto la sua tutela per uscire dalla crisi economica iniziata nel 2011 che sta mettendo in forte difficoltà il regime di Omar Al Bashir, aumentando lo scontento popolare e il rischio di rivolte.

Il secondo attore della pace forzata, l’Uganda, nutre l’ambizione di controllare un’altra parte della produzione di greggio del Sud Sudan, dirottandola verso la raffineria di Hoima, in fase di costruzione. Rispetto al Sudan, l’Uganda parte svantaggiata in quanto mancano le necessarie infrastrutture per trasportare il greggio dai giacimenti sud sudanesi ad Hoima. In assenza di un oleodotto, il greggio dovrebbe essere trasportato via strada, con costi altissimi. Se l’Uganda non troverà sufficienti finanziamenti per costruire un oleodotto, dovrà abbandonare il sogno del greggio sud sudanese e richiedere al Governo di Juba di pagare il debito di guerra contratto.  
Entrambi i Presidenti, Omar Al Bashir e Yoweri Kaguta Museveni, sono consapevoli che la pace imposta ha basi fragili, correndo il rischio che la guerra civile riprenda. Per evitarlo Khartoum e Kampala stanno di fatto ponendo il debole Sud Sudan sotto tutela. Il Sudan ha inviato i suoi soldati a proteggere i giacimenti petroliferi individuati come fonte di rifornimento per le raffinerie sotto il suo controllo a Port Sudan e nelle regioni nord del Sud Sudan, assicurando una protezione politica al Vice Presidente RIeck Machar. L’Uganda assicura una cooperazione militare al Presidente Salva Kiir, senza la quale potrebbe essere travolto dalle milizie di Machar in caso di ripresa del conflitto.

La popolazione del Sud Sudan esce dalla guerra civile come l’unico perdente. Sconvolti dal terribile conflitto che si è avvicinato al genocidio, spesso costretti a vivere nei campi profughi sud sudanesi o ugandesi per evitare le pulizie etniche, i cittadini sud sudanesi si ritrovano al punto di partenza, mentre i principali attori della guerra hanno di fatto ricevuto l’amnistia per i crimini contro l’umanità commessi in nome di una pace senza giustizia, riacquistando le posizioni di potere presenti prima del conflitto. Mentre Machar e Kiir si apprestano a dividersi le ricchezze petrolifere, i comuni cittadini si ritrovano un Paese distrutto dal conflitto dove le già misere e rare infrastrutture sono state distrutte e chissà quando verranno ricostruite.  
Migliaia di persone, in varie aree del Paese, vivono isolate senza nemmeno l’assistenza sanitaria di base. La disoccupazione dilaga, peggiorata dall’analfabetismo endemico che impedisce la ricerca di un lavoro qualificato. Il greggio, unica fonte di entrata di valuta pregiata, servirà a rafforzare le economie del Sudan e dell’Uganda, non per ricostruire il Sud Sudan e riavviare lo sviluppo socio-economico. Dopo aver combattuto per 25 anni contro il nord arabo, ed aver sofferto una orribile guerra civile due anni dopo l’indipendenza, i sud sudanesi si ritrovano ora colonizzati dalle vicine potenze.

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