domenica, Maggio 26

Sudan: Russia e Paesi Arabi, gli scomodi alleati del Presidente Bashir Usa e Ue, in particolare le diplomazie di Francia e Italia, che negli ultimi 6 anni hanno supportato il regime di Bashir, ora si fanno prudenti e tacciono, sperando in un ritorno alla calma, ma la rivolta è diventata rivoluzione

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In Sudan, la rivolta del pane del gennaio 2018, ripresa nel dicembre 2018, ora ha raggiunto la situazione rivoluzionaria. Ogni giorno che passa centinaia di migliaia di cittadini arabi e africani si uniscono alla protesta, mentre interi reparti di Polizia ed Esercito rifiutano di eseguire gli ordini di repressione dati dal regime e dal dittatore Omar Al Bashir.
La situazione è precaria. La rivolta popolare esige la fine della dittatura e il ritorno a una Repubblica laica e democratica. Il regime, da canto suo, non vuole saperne di abbandonare il potere. Il Presidente Bashir e molti del suo entourage, compreso il Boia di Khartoum, Saleh Gosh, una volta privati del loro potere sarebbero immediatamente finirebbero al Tribunale Penale Internazionale per rispondere di accuse pesanti: crimini di guerra, crimini contro l’umanità, tentato genocidio in Darfur.

Il regime di Bashir sta notando che gli alleati europei, che dal 2012 hanno aiutato a sdoganare il regime in cambio di un supporto alla lotta contro il terrorismo internazionale e limitazione dei flussi migratori dall’Africa, pur consapevoli dei crimini contro l’umanità e la feroce dittatura che controlla il Sudan, ora sono reticenti a supportarlo direttamente.  Europa e USA non possono più sostenere apertamente il dittatore Bashir.

Bashir necessita di alleati più spregiudicati e meno vincolati al rispetto dei diritti umani e ai valori democratici. Chi meglio della Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia e Qatar può garantire un supporto basato su mutua convenienza totalmente svincolato dalle catene morali dell’Occidente? Bashir è corso al Cairo per chiedere supporto al suo omonimo Abdul Fattah Al Sissi, occasione nella quale il dittatore sudanese ha accusato i media di esagerare nel riportare le manifestazioni. ‘African Express’ riporta che «Al-Sisi e al-Bashir si erano incontrati già lo scorso agosto a Khartoum al fine di coordinare e migliorare la sicurezza nel Mar Rosso e inoltre si erano accordati per una maggiore cooperazione economica e di incrementare gli scambi commerciali tra i due Paesi» .

Anche l’Arabia Saudita e il Qatar sono stati oggetto di attenzioni da parte di Bashir. L’Arabia Saudita ha un debito morale con il regime sudanese. Nella  guerra dello Yemen le truppe di terra che combattono e rischiano la pelle sono per la maggioranza composte da soldati sudanesi. Il Qatar nutre mire economiche quanto Riad, gli Emirati Arabi e la Turchia, che ha ricevuto in gestione il porto di Port Sudan, ove confluiscono i terminal dell’oleodotto per il trasporto del greggio dal Sud Sudan.

Il principale alleato rimane, però, la Russia, che si sta impegnando di prima persona in Sudan. Lunedì 28 gennaio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che in Sudan vi sono istruttori russi nel quadro degli accordi bilaterali Russia-Sudan. Affermazione confermata dal Vice Ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov. Alcuni di questi istruttori fanno parte dell’Esercito, altri di compagnie russe di mercenari. I loro compito è di migliorare le capacità di difesa dell’Esercito sudanese. Si sospetta che questi istruttori dirigano anche le misure repressive contro la Primavera Sudanese.

Tra queste compagnie private spunta la temuta Wagner Group, presente in Sudan dal 2018, in contemporanea con missioni segrete nelle Repubblica Centroafricana, in supporto militare con il chiaro obiettivo di strappare il Paese africano in piena guerra civile dall’influenza francese. Una compagnia privata senza scrupoli, pronta a tutto perfino a uccidere a sangue freddo un noto giornalista russo che stava investigando su di essa. Un’organizzazione paramilitare russa molto attiva nella guerra civile in Siria al fianco del Presidente Bashar al-Assad.
Migliaia di mercenari russi assoldati dal Wagner Group hanno combattuto al fianco dell’Esercito regolare siriano per riconquistare i territori caduti sotto il controllo dei ribelli e delle formazioni jaidiste che si oppongono ad Assad. I servizi della Wagner Group sono stati cruciali durante la guerra del Donbass (2014 – 2015), in Ucraina, al fianco dei separatisti della secessionista Repubblica del Donetsk e Lihansk. È opinione diffusa che la Wagner Group sia, in realtà, controllata dal Ministero della Difesa russo per guerre segrete dove ufficialmente la Russia non potrebbe intervenire.

Il primo media a denunciare la loro presenza in Sudan fu il sito di informazione del Partito Comunista Sudanese in esilio, ‘Radio Dabanga’. Nell’agosto 2018 questo sito denunciò dettagliatamente la presenza di 500 miliziani del Wagner Group nel Darfur, vicino al confine della Repubblica Centrafricana, con il compito di addestrare i soldati sudanesi e le milizie mussulmane centrafricane.  
Lo scorso 10 gennaio ‘The Times’ ha pubblicato le prove fotografiche della presenza di questi mercenari presso la capitale Khartoum. Secondo le informazioni pervenute al quotidiano britannico, i mercenari del Wagner Group avrebbero preso parte attiva nella repressione e nel contenimento della rivolta popolare che ufficialmente ha fatto 19 vittime, 40 secondo Amnesty International e qualche centinaio secondo fonti locali contattate.

Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri, ha specificato che i mercenari delle compagnie private russe, tra cui il Wagner Group, che operano in Sudan, non hanno nessun legame con il Cremlino.  Zahkarova ha definito l’articolo del ‘The Times’ come irresponsabile e inventato, in quanto nessun cittadino russo ha partecipato nella repressione della protesta. Gli istruttori russi dell’Esercito e delle compagnie private si limitano all’addestramento dei soldati sudanesi.

I nuovi alleati e la presenza di soldati e mercenari russi al fianco del regime, sembrano non essere un deterrente per la Primavera Sudanese che si sta intensificando ogni giorno che passa con il chiaro obiettivo di instaurare una Repubblica laica, democratica e multietnica. Aumentano le proteste in El Barsi, Fadul, El Gezira, Rameitab, El Hosh, Hantoub, El Bageir e Karthoum. Ovunque vengono eretti cartelli con scritte in arabo e inglese: ‘Il regime deve cadere’, ‘La rivoluzione è la scelta del popolo sudanese’.  Al loro fianco gli imprenditori sudanesi che hanno redatto la Declaration of Freedom and Change Chart (Carta della Dichiarazione di Libertà e Cambiamento), vero e proprio manifesto politico che struttura il Sudan post Bashir a cui hanno aderito i principali gruppi ribelli armati.

Nella strategica città  di Port Sudan, martedì 29 gennaio si sono svolte manifestazioni di massa per commemorare il massacro di Port Sudan del 29 gennaio 2005, quando la Polizia sparò su una pacifica dimostrazione uccidendo 21 persone, ferendone circa 200 e arrestandone altre 300.  Le vittime sono state definite dall’attuale Primavera araba ‘Martiri del Sudan’. L’annuale appuntamento commemorativo in corrispondenza con il Giorno della Memoria Internazionale degli Olocausti, il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenhau, in Darfur si è trasformato in una aperta sfida contro il regime accusato di aver attuato pulizie entiche in Darfur tese al genocidio delle popolazioni di origine africana.

Il regime tenta di reagire come può, consapevole che non si può spingere alla repressione totale in quanto i vari reparti di Polizia ed Esercito che simpatizzano con la rivoluzione potrebbero unirsi ai gruppi ribelli iniziando una guerra civile che comprometterebbe la tenuta di Bashir e dei suoi gerarchi. Il NISS (National Intelligence and Security Service), sotto il comando di Saleh Gosh, continua ad arrestare leader politici, avvocati e giornalisti nella speranza di spezzare la guida della rivoluzione. Quattro giornalisti del quotidiano ‘El Midan’ e il suo editore sono stati arrestati il 25 gennaio e la sede del giornale chiusa.

Durante un raduno politico organizzato dal regime presso lo stadio di Kadugli, nella capitale dello Stato del Sud Kordofan, il Presidente Omar Al Bashir ha giurato di fare tutto il possibile per riportare la pace in Sudan. Il tentativo del dittatore è di giungere ad una pace definitiva con i vari gruppi armati ribelli per evitare che essi siano utilizzati dalla potente Organizzazione degli Imprenditori per lanciare l’ultimo assalto e abbattere la dittatura. «I ribelli sono nostri fratelli e hanno il diritto di vivere in pace tra di noi aiutando a costruire il benessere in Sudan», ha dichiarato Bashir, annunciando l’estensione del cessate il fuoco della SAF Sudan Armed Forces.

I gruppi armati come il JEN o il SPLM-N hanno in passato accettato il cessate il fuoco proposto dal Governo di Khartoum e si sono seduti varie volte al tavolo della pace, per osservare che sul terreno l’Esercito regolare continuava le operazioni militari. Questa subdola tattica del regime ha provocato lo scorso dicembre le attività dei ribelli, che hanno attaccato e distrutto la caserma militare di Bau nello Stato del Blue Nile, rendendo inutili le consultazioni fatte tramite la mediazione di Etiopia, Sudafrica e Arabia Saudita. Compromessa anche la mediazione del AUHIP African Union High Implementation Pannel e la sua proposta di pace inclusiva e riforme democratiche. Il momento è poco favorevole al regime, che si trova in evidente difficoltà. La situazione ideale sperata per anni dai vari gruppi ribelli: la rivolta popolare a livello nazionale è ora diventata realtà e vi è la seria opportunità di abbattere il regime. Non si vedono motivi e convenienze di discutere con Bashir quando lo si può sconfiggere.

In una disperata e schizofrenica gestione della crisi, da una parte si tenta di inasprire la repressione con nuovi e quotidiani arresti, dall’altra si tenta di dare segnali di distensione.
Martedì 29 gennaio sono stati liberati 186 manifestanti arrestati dall inizio della escalation delle proteste dallo scorso 19 dicembre. Misure non sufficienti per contenere la protesta, ormai trasformata in aperta rivoluzione.

La situazione sta creando falle all’interno del Governo. Il Federal Umma Party FUP, guidato da Ahmed Babikir Nahar, alleato di Governo, ha annunciato l’uscita del suo partito dal Governo a causa della dura repressione adottata contro le manifestazioni. In un duro e inequivocabile comunicato stampa, Nahar ha spiegato che l’intransigenza del regime nel gestire la crisi politica nazionale sta portando il Paese al disastro. Nel criticare le misure repressive adottate dal Governo di Khartoum, El Sadig El Mahdi, leader del National Umma Party – NUP , le ha paragonate agli ultimi giorni della colonizzazione anglo-egiziana del Sudan.

La Primavera sudanese sembra indirizzarsi verso la radicalizzazione totale. Quale il futuro del Sudan? Una interminabile guerra con l’interferenza di vari attori stranieri come in Siria? Una situazione come quella libica o somali dove tutti sono contro tutti? Una rivoluzione vittoriosa capace di trasformare  la Repubblica Islamica del Sudan in una Repubblica democratica, laica e multirazziale? Al momento nessuna previsione è possibile. Si assiste solo ad un aperto appoggio di altri regimi dittatoriali, quali Egitto e Turchia, di medioevali monarchie arabe e della Russia, che in Africa sta giocando un ruolo destabilizzante e reazionario ai danni dell’Occidente, non solo in Sudan, ma anche in Centrafrica, Congo e Burundi.

Le diplomazie di Francia e Italia che negli ultimi 6 anni hanno supportato il regime di Bashir ora si fanno prudenti. Lanciano appelli alla calma e invitano il Governo a moderare l’uso della forza, senza osare andare oltre alle condanne formali, “forse nella speranza che gli alleati di Bashir facciano il lavoro sporco, riportando il Sudan alla normalità conveniente per tutti”, ci dice una fonte locale che ha richiesto l’anonimato. Una normalità retta dal regime, magari con qualche apertura democratica di facciata.

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