martedì, Novembre 12

Sudan: riprese le trattative, con l’Islam radicale terza incognita di questa rivoluzione Le trattative tra militari e civili sono riprese, ma l’Islam radicale potrebbe diventare la terza incognita di una rivoluzione che USA, UE, UA avrebbero deciso di dover sostenere

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Domenica 19 maggio sono riprese le trattative tra il Transitional Military Council e la piattaforma politica Declaration Freedom and Change. La decisione presa dalla giunta militare è frutto di una forte pressione internazionale.
Venerdì a Washington si è tenuta una riunione con i diplomatici europei (italiani compresi) per discutere le migliori strategie per supportare il passaggio dei poteri ad un governo formato da civili e tecnocrati. Al meeting hanno partecipato anche le delegazioni dell’Unione Africana e il Inter-Governmental Authority on Development – IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), un’organizzazione internazionale politico-commerciale, fondata nel 1986, formata dai paesi del Corno d’Africa  -Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Uganda. UA e IGAD si sono allineate all’iniziativa americana.

La lobby dei giuristi americana ha inoltrato all’Amministrazione Trump la richiesta di far pressioni sugli alleati mediorientali -Arabia Saudita, Emirati Arabi- affinché interrompano il loro supporto alla giunta militare che potrebbe incoraggiare i generali a mantenere il regime al potere.
Questa richiesta è stata fatta dopo la notizia che Arabia Saudita e Emirati Arabi  hanno approvato il finanziamento di 3 miliardi di dollari in supporto al Governo sudanese. Questo considerevole aiuto finanziario potrebbe essere utilizzato dalla giunta militare per avviare la contro-rivoluzione e risolvere la crisi politica in atto con la forza. La prima tranche degli aiuti, pari a 250 milioni di dollari, è stata depositata sabato presso la Banca Centrale del Sudan, secondo quanto dichiarato dall’Agenzia Stampa saudita.

Non mancano le contraddizioni nell’iniziativa americana. Sabato scorso Steven Koutsis, Chagè D’Affaires presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Khartoum (equivalente al nostro Primo Segretario d’Ambasciata), ha cenato con Mohamed Hamdan Daglo (Hemetti)  -il comandante di Rapid Support Forces (RSF)- durante una cerimonia organizzata dal Sultano del Darfur Ahmed Ali Dinar. La partecipazione di Koutsis è stata duramente criticata dall’organo stampa ufficiale della Casa Bianca per le informazione estere: ‘Voice of America’ In un articolo pubblicato sul suo sito della testata considera inopportuna la presenza del Carghè D’Affaires americano al tavolo di un criminale di guerra come Hemetti, che ancora comanda le milizie arabe delle Rapid Support Forces e, con tutta probabilità, è il mandante degli attacchi ai manifestanti della scorsa settimana. Secondo ‘VOA’ sarebbe stato piú appropriato che Koutsis supportasse il movimento democratico e le vittime del regime nel Darfur. La denuncia di ‘VOA’ ha fatto sorgere un’ondata di indignazione presso l’opinione pubblica americana e la Casa Bianca potrebbe convocare a Washington il suo diplomatico per ricevere spiegazione circa l’accaduto.

A seguito delle pressione regionali e internazionali i generali sono stati costretti a riprendere le trattative nonostante che il Quartiere Generale dell’Esercito a Khartoum rimanga sotto assedio, le barricate e i sit-in nella Piazza della Repubblica, infatti, non sono stati rimossi. La fine dell’assedio al Quartiere Generale, rimozione delle barricate e tregua delle proteste di piazza erano obiettivi strategici che la giunta intendeva raggiungere, lanciando  la serie di attacchi perpetuati dalle milizie islamiche Rapid Support Forces. Queste richieste erano state poste come condizione per la ripresa delle trattative proprio dai militari.

Questa marcia indietro evidenzia che il TMC non sta ricevendo dalla comunità internazionale il supporto che si aspettava. Secondo alcune informazioni non ufficiali, i generali sono confusi sopratutto dall’atteggiamento dell’Unione Europea e Stati Uniti. Tra l’11 aprile (giorno della rimozione dalla presidenza di Omar Al Bashir) e il 06 maggio la giunta sperava di ricevere supporto dell’Occidente per un governo di transizione guidato dai militari con la partecipazione di civili.
Un supporto evidentemente negato.
Gli Stati Uniti si sono posti a capofila del movimento diplomatico pro-democrazia in Sudan, trainando l’Unione Europea allibita da una rivoluzione che non era stata prevista, l’Unione Africana e l’IGAD. I generali non riescono a comprendere le ragioni di questo tradimento, verso un regime che aveva assicurato all’Occidente la sua collaborazione per contenere l’Islam radicale nella regione e i flussi migratori illegali dal Corno d’Africa all’Europa. Molti generali erano conviti che UE e Stati Uniti avessero adottato una politica simile a quella adottata in Egitto, individuando le Forze Armate come l’unico fattore di stabilità, capace di guidare il periodo di transizione e evitare la guerra civile. Ora al TMC rimane l’alleanza delle monarchie arabe, di Egitto e Turchia.

L’annuncio della ripresa dei colloqui è stato preceduto dall’arresto dei colpevoli degli attacchi ai manifestanti avvenuti la scorsa settimana -l’ultimo bilancio parla di 6 morti e oltre 120 feriti tra i civili. Arresti che dovrebbero dimostrare la buona volontà del TMC di risolvere pacificamente la crisi e la capacità delle Forze Armate di tutelare la sicurezza e la stabilità del Paese. Le dinamiche degli arresti  sono confuse e contraddittorie.

Il Vice Presidente del TMC e capo delle RSF, Mohamed Hamdan Daglo ha annunciato sabato 17 maggio l’arresto dei responsabili degli attacchi contro i civili avvenuti presso la capitale Khartoum. La giunta militare non ha rivelato l’identità delle persone arrestate, limitandosi ad affermare che non si trattano di soldati delle RSF ma di gruppi irregolari estremistici’. Una dichiarazione che contrasta le centinaia di testimonianze, foto e video degli attacchi che mostrano senza ombra di dubbi i miliziani RSF attaccare i civili indossando le uniformi regolari a bordo di camion dell’esercito. Hemetti, nell’annunciare l’arresto dei colpevoli, ha accusato forze non meglio identificate che avrebbero l’obiettivo di danneggiare l’immagine e la reputazione delle Rapid Support Forces, tralasciando di menzionare che le RSF e lo stesso Hemetti sono accusati dalla comunità internazionale e dalla Corte Penale Internazionale di gravi violazioni dei diritti umani in Darfur e nel resto del Paese.
Oltre all’attacco a civili disarmati, le RSF avrebbero compiuto vari tentativi di stupri politici contro le donne che partecipano alle manifestazioni, con l’intento di distruggere la leadership femminile del movimento. L’accusa è stata lanciata dai giornalisti sudanesi Nima Elbagir, Sheena McKenzie, Abdulgader Bashir, Salah Nasir e Salma Abdalaziz sul sito ufficiale della ‘CNN’.

La ripresa dei colloqui decisa dalla giunta militare nonostante che le manifestazioni e la pressione popolare continuino, evidenzia la delicata situazione in cui si trova il vecchio regime che disperatamente tenta di mantenere il potere per sopravvivere, tutelare i propri interessi ed evitare tribunali nazionali o internazionali per i crimini contro l’umanità commessi durante il trentennio dell’orrore islamico.

Non è dato sapere se il dittatore ciadiano Idris Deby Itno abbia accettato la richiesta del TMC di supporto militare tramite l’invio di mercenari ciadiani da affiancare alle milizie islamiche RSF e NISS.
Questa richiesta potrebbe essere stata rifiutata come forma di vendetta. La politica del regime islamico sudanese è sempre stata ostile verso il Ciad e Idris Deby Itno. Khartoum ha appoggiato, ospitato, armato ed addestrato i miliziani dei gruppi ciadiani ribelli. È, inoltre, il mandante dell’attacco a NDjamena, capitale del Ciad, avvenuto nel 2007. Offensiva in cui i ribelli ciadiano stavano per prendere il potere se non fosse intervenuta la Francia. Idris Deby Itno, pur essendo a capo di una dittatura che impedisce ogni sviluppo democratico in Ciad, non promuove idee del Islam radicale. Un Sudan retto da civili e tecnocrati potrebbe essere più funzionale per Idris Deby rispetto all’attuale giunta militare.

L’incertezza sul supporto ciadiano avrebbe indebolito l’intenzione della giunta di risolvere la crisi con la violenza. Le RSF e NISS, seppur ben addestrate ed equipaggiate, non sono forze sufficienti per contrastare i reparti di Esercito e Polizia passati alla rivoluzione e i gruppi ribelli sudanesi ora alleati alla Sudanese Professionals Association (SPA). Se non arrivano i mercenari ciadiani, l’unica alternativa rimasta alla giunta militare è di chiedere l’aiuto dei gruppi terroristi sunniti: –Al-Qaeda e DAESH. Una alternativa impossibile da attuare in quanto porterebbe alla condanna immediata da parte delle Nazioni Unite, Unione Africana e potenze occidentali.
Lo scontro militare, che innescherebbe la guerra civile, è opzione presa in seria considerazione dal TMC, ma se non si trovano alleati, i generali non si azzardano a lanciare le ostilità contando solo sul supporto del RSF e NISS. In caso di sconfitta sarebbero liquidati dalla magistratura e dal movimento rivoluzionario.

Un altro fattore che ha spinto la giunta militare a riprendere le trattative è la nuova strategia adottata dalla SPA per aumentare le pressioni. Alle manifestazioni popolari, assedio del Quartiere Generale dell’Esercito presso la capitale e alle caserme militari in varie altre città e i sit-in permanenti, sono stati affiancati scioperi di categoria con l’intento di bloccare le attività economica in Sudan. I lavoratori della Petro Energy E&P sono entrati in sciopero a Khartoum.

Il personale medico nello Stato del Blue Nile è entrato in sciopero ad oltranza in sostegno della ripresa dei negoziati. L’ondata di scioperi nella sanità è iniziata presso il capoluogo dello Stato Ed Damazin e nella città di El Roseiris. Lo Stato del Blue Nile da ormai 6 anni è teatro di violenti scontri tra le forze armate sudanesi e il movimento ribelle Sudanese People’s Liberation Movement – Nord (SPLM-N). Due settimane fa il leader di questa guerriglia hanno unilateralmente sospeso le ostilità per creare un clima favorevole alle trattative. Una settimana fa rappresentanti del SPLM-N si sono incontrati a Khartoum con la dirigenza del movimento rivoluzionario per discutere di una pace duratura nel Blue Nile. Secondo alcune fonti, durante l’incontro la SPA avrebbe richiesto e ottenuto il sostegno militare del SPLM-N qualora i generali decidano di usare la carta della violenza arrivando così allo scontro militare.

Nel Darfur Occidentale continua lo sciopero generale del personale docente di tutte le scuole dello Stato, iniziato una settimana fa. Gli insegnati rivendicano aumenti salari e condizioni di lavoro migliori e hanno dato allo sciopero un connotato politico, tramite la richiesta esplicita di dimissioni della intera giunta militare. Il sindacato dei giornalisti all’interno della SPA domenica 19 maggio ha organizzato una manifestazione presso la capitale in sostegno della ripresa dei colloqui. Il sindacato rivendica anche lo scioglimento dell’Unione dei Giornalisti, accusata di aver diffuso propaganda del regime e odio razziale e religioso durante il trentennio della dittatura.

All’orizzonte si profilano due altre azioni di sabotaggio economico che potrebbero giocare un ruolo fondamentale nella lotta contro il regime. Si sta progettando di chiudere l’aeroporto internazionale e di avviare uno sciopero generale che coinvolga tutti gli istituti finanziari sudanesi. Le rispettive iniziative sono promosse dalla SPA, in collaborazione con l’Associazione dei Lavoratori dell’Aviazione e gli impiegati della El Barana Bank. A dispetto delle richieste della giunta militare di interrompere le manifestazioni e i sit-in, il movimento rivoluzionario a Khartoum sta ricevendo rinforzi da tutto il Paese. Tra venerdì e sabato sono arrivati colonne di autobus piene di manifestanti provenienti dal Kordofan Occidentale.  Alcuni media africani lanciano la notizia che la SPA avrebbe ordinato ai manifestanti di rimuovere le barricate in alcuni posti strategici della capitale. Notizia che al momento non trova conferme presso la maggioranza dei Media africani e internazionali.

Forte di queste efficaci iniziative di pressione non violenta, l’opposizione ha informato di aver accettato l’invito del regime di riprendere le trattative. «I punti di divergenza rimasti possono essere risolti in un’ora se vi è la genuina intenzione dei militari di porre fine alla crisi politica in Sudan»,  recita il comunicato della SPA.
Fonti di Khartoum informano che il movimento rivoluzionario avrebbe deciso di accogliere qualche rivendicazione fatta dal TMC sulla configurazione dell’assetto politico ed amministrativo del periodo di transizione. Le concessioni riguardano la durata: 3 anni come proposto dai militari. Il TMC avrebbe accettato che il nuovo Parlamento sia composto da 300 legislatori, escludendo la presenza dei militari. L’ostacolo da superare è la composizione dei membri del Consiglio Sovrano, l’entità politica provvisoria che dovrebbe gestire il periodo di transizione e le prime elezioni libere dopo trent’anni di dittatura islamica. Entrambe le parti in conflitto pretendono il controllo del Consiglio Sovrano.

Sempre secondo queste fonti, la direzione del movimento rivoluzionario sarebbe indirizzata a trovare compromessi idonei per sbloccare lo stallo politico per evitare un pericolo ben peggiore della giunta militare: l’ascesa dell’Islam radicale. A Khartoum circolano rumors  secondo i quali le forze radicali islamiche starebbero studiando le strategie idonee per presentarsi come il terzo attore della crisi sudanese. Le forze dell’Islam radicale hanno già dato il loro supporto alla TMC. Un supporto facile a concedere, visto che la giunta militare è composta dagli stessi attori che durante il regime di Bashir hanno eretto l’Islam radicale a forza morale per guidare assieme a loro il Paese.

Nel 1989 Bashir riuscì a prendere il potere solo grazie al supporto morale dell’Islam radicale e al supporto materiale delle milizie ad esso collegate. Milizie che furono integrate nell’Esercito. 15 anni più tardi queste milizie furono utilizzate per creare le Janjaweed, dando il via al genocidio in Darfur. Successivamente formarono la base per la creazione delle Rapid Support Forces, le truppe d’élite del regime altamente radicalizzate. Le RSF sono state create per legittimare e ufficializzare il controllo del territorio esercitato da queste milizie islamiche.

I timori nutriti dalla SPA non sono infondati. Venerdì 17 maggio l’Islam radicale ha fatto sentire la sua voce durante le preghiere alla Grande Moschea. Abdel Wahid Youssef, leader delle forze islamiche radicali, ha incitato i fedeli a difendere con il loro sangue la Sharia, legge coranica. L’attuale ordinamento giuridico, che si rifà ai testi di Maometto, sarà sostituito con un moderno sistema giudiziario garante dei diritti umani, secondo i piani del movimento rivoluzionario. Youssef ha informato che saranno indette delle marce in difesa della Sharia promettendo che le proteste si limiteranno a delle processioni, preghiere e omelie.

Negli ambienti diplomatici vi è apprensione circa le potenzialità dell’Islam radicale in Sudan, che gode del supporto anche finanziario di Arabia Saudita e Emirati Arabi. L’ Islam radicale in Sudan ha ancora un nutrito seguito di seguaci. Esercita ancora una forte influenza sulle Rapid Support Forces, oltre ad aver allacciato vari contatti con i gruppi salafisti del Nord Africa e del Medioriente affiliati ad Al-Qaeda e al DAESH. Di conseguenza l’Islam radicale possiede una capacità militare in grado di far sprofondare il Sudan nel caos.

Non vi è da fidarsi nemmeno della giunta militare, ex compagnoni degli islamici. La maggioranza ha deciso di mantenere la politica di Bashir degli ultimi cinque anni: presa di distanze dall’Islam radicale per non alienarsi totalmente le simpatie occidentali. Eppure vi è all’interno del TMC una fazione rimasta fedele. Dell’esistenza di questa fazione Youssef non ne fa mistero. Durante la preghiera del venerdì ha dichiarato che vi sono molti membri all’interno del Transitional Military Council che sostengono l’Islam e sono contrari a qualsiasi forma di passaggio di poteri ai civili. L’Islam radicale potrebbe diventare la terza incognita di questa rivoluzione sudanese.

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