domenica, Maggio 26

Sudan: quella rivolta che non piace agli europei I darfurini hanno ritrovato il coraggio di scendere in piazza per lottare contro uno spietato regime

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In Sudan, la rivolta del pane, violentemente repressa nel gennaio 2018, è ripresa il 19 dicembre 2018 mettendo in seria difficoltà il potere del Generale Omar El-Bashir su cui pende un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal regime in Darfur. Le proteste sono sorte nella periferica città di Atbara, estendendosi in meno di una settimana alla capitale Karthoum, alla strategica città portuale di Port Sudan e alle altre principali città sparse nel Paese. Agli inizi di gennaio le proteste si sono estese anche nel Darfur. Dopo un’ orribile guerra civile che ha rasentato lo sterminio etnico contro i cittadini sudanesi di origine africana e una fragile pace imposta con il sangue e il terrore, i darfurini, a distanza di vent’anni dalla crisi, hanno ritrovato il coraggio di scendere in piazza per lottare contro unospietato  regime islamico riabilitato dalla diplomazia italiana, europea e americana, ma odiato dal popolo sudanese di origine araba e africana.

«La rivolta popolare ha oltrepassato la contestazione degli studenti universitari. Sindacati, lavoratori, contadini, disoccupati, dipendenti pubblici nei vari angoli del Paese sono insorti contro il regime beniamino dell’Occidente con un solo obiettivo: abbattere il dittatore Bashir, consegnarlo alla CPI e ricostruire la democrazia e la società multi etnica e multi religiosa che conoscevamo nei primi anni dell’indipendenza dove tutti i sudanesi bianchi o neri erano liberi, lo Stato era laico e i diritti umani difesi senza esitazione», affermano gli attivisti sudanesi.

Inoltre, «la rivolta ha creato un forte sentimento nazionale. Oggi in Sudan è il popolo contro il regime e i suoi complici occidentali e arabi. Una guerra civile e pacifica per il trionfo della democrazia. Lottiamo contro quell’ estremismo islamico causa del terrorismo in Africa che la diplomazia italiana e francese hanno deciso da anni di sdoganare e trasformarlo in un prezioso alleato regionale, dimenticandosi i valori costituzionali su cui questi due importanti Paesi europei basano le loro democrazie. Non c’è quartiere e villaggio che si sia astenuto alla rivoluzione democratica del popolo sudanese che supera in contenuti e proporzioni le primavere arabe e le rivoluzioni egiziana e libica. È la mobilitazione generale che i diplomatici europei assistono allibiti avendo puntato sul terrore e la repressione di Bashir e non sulla democrazia e i diritti umani. Il principale obiettivo della rivoluzione è la fine del regime e la consegna di Bashir alla CPI, ma non ci facciamo ingannare dai Fratelli Mussulmani che tentano di dirottare su binari morti la rivolta o di orientarla su una rivolta islamica. Il movimento islamico sudanese dei Fratelli Mussulmani: Fronte Islamico Nazionale ha partecipato al golpe del 1989 e ha supportato al 100% il regime autoritario, quindi alche il FIN è un nemico del popolo da abbattere. La nostra rivoluzione non sarà dirottata dall’Islam. Sarà democratica, laica e multietnica».

La rivolta del pane si sta trasformando in una rivoluzione per ora pacifica ma che potrebbe orientarsi verso la guerra civile di certo non desiderata da quelle diplomazie europee che fino al 2018 garantivano che il regime si era ammorbidito, che stava concedendo timide, ma incoraggianti aperture democratiche e rilasciavano interviste sui media sudanesi del regime auspicando un Sudan forte e stabile per stabilire forti legami economici.

Sullo sfondo, il sospetto che l’Europa si serva delle forze repressive del regime sudanese per fermare in qualsiasi modo i flussi migratori illegali. Per lo scopo, l’Unione Europea ha stanziato 400 milioni di euro di cui solo 20 milioni sono stati destinati a progetti umanitari tesi a mitigare l’immigrazione illegale tramite la creazione di posti di lavoro autoctoni e miglioramento della vita delle persone. I restanti 380 milioni di euro sono finiti nelle mani delle forze speciali e degli squadroni della morte comandati dal Boia di Khartoum, Salah Abdallah Mohamed Saleh, conosciuto come Saleh Gosh ora divenuto addirittura un imbarazzante, ma utile alleato del governo di Emmanuel Macron. Sempre più insistenti giungono notizie di spaventose violazioni dei diritti umani rivolte dalle forze repressive sudanesi contro gli immigrati etiopi, eritrei e africani in transito nella speranza di giungere in Europa. Una situazione simile a quella in Libia di cui vari governi europei non amano parlare.

La rivolta è stata coordinata fino ad ora tramite Facebook, Messanger, WhatApp e per questo il regime ha deciso di impedire l’accesso ad internet. Nonostante questa limitazione il coordinamento clandestino della rivoluzione continua a sfidare il regime organizzando le proteste con l’antico, ma efficace metodo del passa parola. La diaspora sudanese in Occidente si è attivata iniziando a raccogliere centinaia di migliaia di euro necessari alla causa che passano astutamente tramite le rimesse inviate normalmente alle famiglie rimaste in Sudan. Migliaia di trasferimenti fondi via Western Union o Money Gram destinati a privati vengono immediatamente utilizzati per la causa. La diaspora vorrebbe anche inviare convogli umanitari e medicinali per gli ospedali, ma è impossibile farli giungere a destinazione in quanto verrebbero subito bloccati dalle forze di repressione del regime.

«La lotta sarà dura. Non sarà facile rovesciare il regime perché sostenuto da potenze straniere. Anche noi dobbiamo attirare il sostegno della parte sana della comunità internazionale che difende i diritti umani»spiega Alwaya Kibida, ex Ministro dell’opposizione sudanese. Bashir sta perdendo il controllo dell’esercito e della polizia e si trova costretto a mettere la sua sopravvivenza nelle mani dei duri dell’esercito, strettamente collegati al terrorismo islamico e alle forze speciali di intervento, formate da criminali e serial killers addestrati, armati e finanziati dalle civili democrazie europee per fermare i flussi migratori diretti in Europa provenienti dal Sudan.

Il 9 gennaio la Troika per il Sudan composta da Gran Bretagna, Norvegia, Canada e Stati Uniti, ha reso pubblico un comunicato dove si mette in guardia il sanguinario regime chiedendo di rafforzare le necessarie riforme democratiche, economiche e sociali sospendendo la repressione e le persecuzioni rivolte alla popolazione. La Troika afferma poi di essere molto preoccupata per le violenze commesse contro i manifestanti e per gli ordini di sparare per disperdere le proteste. I Paesi europei che hanno reso possibile lo sdoganamento del regime, la parziale fine delle sanzioni economiche e rappresentato il dittatore Bashir come un alleato affidabile per la lotta contro il terrorismo e l’immigrazione clandestina ora tacciono. I diplomatici non possono rischiare di attirare attenzione.

La rivoluzione dei giovani si è trasformata nella rivoluzione del popolo sudanese e il Paese è in bilico tra il baratro e la democrazia. Tre gli scenari possibili: la vittoria della rivoluzione democratica; l’ascesa al potere del Boia di Khartoum, Saleh Gosh; la guerra civile simile in Somalia e Libia. 22 partiti politici di opposizione tra cui il prestigioso e popolare Partito Comunista Sudanese in esilio e 4 tra i principali gruppi armati che combattono il regime tra cui il JEM e il SPLA-Nord, si sono uniti ai rivoltosi, protetti da reparti della polizia e dell’esercito che rifiutano gli ordini dati dal Generale Bashir di soffocare le proteste in un immenso bagno di sangue.

Tramite contatti a Khartoum siamo venuti in possesso dell’embrione del manifesto politico del movimento rivoluzionario che intende essere la base di un Sudan libero, democratico, civile, multirazziale, multiconfessionale e rispettoso dei diritti civili. Il manifesto, denominato ‘Il Sudan del Futuroprevede la caduta del regime, la consegna del Generale Omar Al Bashir e dei suoi complici all’interno del governo e dell’esercito alla Corte Penale Internazionale per essere giustamente processati per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi; la creazione di un governo laico di unità nazionale con il compito di indire elezioni libere e trasparenti, abrogare la Costituzione Islamica e la Sharia sostituendola con una Costituzione che sia il pilastro della laicità, della difesa dei cittadini, dello sviluppo inclusivo e della libertà; la lotta senza quartiere alle fazioni terroristiche islamiche che operano all’interno del regime; la revisione dei rapporti bilaterali instaurati con potenze straniere che hanno parzialmente riabilitato o supportato il terrore islamico di Bashir (Italia, Francia, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Qatar); l’aumento dei salari nel pubblico impiego; l’introduzione dei diritti civili, della libertà di pensiero ed espressione; la riabilitazione di tutti i partiti di opposizione messi al bando e della libera stampa; la fine dello sterminio degli immigrati africani e una politica di accoglienza e sostegno dei fratelli africani che trasformi il Sudan da killer per conto degli europei in un Paese in cui i principi di solidarietà e fratellanza del panafricanismo siano l’unica legge applicabile per i flussi migratori anche quelli diretti verso l’Europa; profonde riforme economiche e sociali; la liberazione delle donne costrette ad una disumana servitù sociale e familiare; la revisione di contratti come quello firmato con la Turchia per la gestione delle infrastrutture portuali di Port Sudan; la riconciliazione con il Sud Sudan e la proposta di riunire i due Paesi, separati nel 2011 dopo una guerra civile durata 25 anni, in una Repubblica Parlamentare e Federale; la restituzione da parte dei gerarchi del regime dei 9 miliardi di dollari rubati al popolo sudanese di cui si possiedono le prove e messi al sicuro in banche europee.

Il secondo scenario è una radicale sferzata estremista di destra e islamica che il regime sta pensando di adottare per mantenersi al potere. Fughe di notizie dall’interno del regime segnalano intense contrattazioni per creare le basi per un passaggio di poteri tra Omar Al Bahir e il Boia di Khartoum, Salesh Gosh con un rafforzamento dell’influenza dell’ala islamica che nei recenti anni è stata teoricamente diminuita per accontentare le coscienze degli alleati europei. Se il regime sceglierà questa strada vi saranno molte probabilità che scoppi la guerra civile in quanto il Boia di Khartoum dovrà necessariamente aumentare la repressione per fermare la rivoluzione: migliaia di arresti, uccisioni extragiudiziarie, legge marziale, inasprimento della primitiva e disuma legge islamica della Sharia, fine di ogni riforma democratica, rafforzamento dello stato di polizia, pulizie etniche e guerra senza quartiere alle formazioni partigiane che si oppongono al regime con le armi.

Saleh Gosh si troverà a fronteggiare un ammutinamento di molti reparti di esercito e polizia che già ora difendono le proteste impedendo che i corpi speciali addestrati, armati e finanziati dall’Europa, i gruppi paramilitari e i terroristi islamici utilizzati dal nostro affidabile alleato sudanese, possano compiere massacri tra i civili. Molto probabile che vi siano già in atto contatti per una futura alleanza militare tra i reparti di esercito e polizia ribelli e le formazioni partigiane sudanesi per contrastare il terrore di Bashir e Gosh.

Il terzo scenario prevede non una guerra rivoluzionaria per instaurare la democrazia, ma una guerra civile stile Somalia e Libia dove i gruppi terroristi internazionali come Al Qaida Magreb o il DAESH si possono inserire prendendo il controllo di vaste zone del Paese. Uno scenario che l’Unione Africana sta cercando di evitare con tutte le sue forze. In questi ultimi giorni il regime sta tentando prudentemente la linea dura, conscio che al momento non si può spingere troppo oltre per non provocare i reparti di esercito e polizia riluttanti a uccidere i civili e quindi spingerli a rivoltare le armi contro il governo. Gli organi di propaganda del Generale Bashir sono stati costretti ad ammettere un bilancio di 19 morti tra i civili dalla ripresa della protesta del pane, il 19 dicembre 2018. Secondo Amnesty International le vittime sarebbero oltre 40 e 1000 gli arresti, ma il bilancio potrebbe essere drammaticamente più elevato.

«Il popolo sudanese ha dinnanzi la scelta di morire di fame vivendo in un regime di terrore e morire nelle piazze per la democrazia. Noi scegliamo la seconda in quanto la situazione non è più tollerabile ed è vitale per il nostro Paese costruire le basi democratiche per una vita normale, il rispetto dei diritti umani, la vera lotta contro il terrorismo salafista, la fratellanza e l’accoglienza dei fratelli africani. La rivolta popolare in atto in Sudan è la vergogna dei Paesi europei che hanno cinicamente deciso dal 2012 di scendere a patti col  regime in difesa dei propri interessi» afferma il giornalista sudanese Tagelsir.

Domenica 20 gennaio è stata impedita dalle forze di repressione una marcia popolare al Parlamento per consegnare una richiesta ufficiale di dimissioni del Generale Omar Al Bashir, appoggiata dai sindacati sudanesi. La potente associazione nazionale dei professionisti che coordina gli impiegati pubblici, il personale medico, professori e ingegneri, si riunisce oggi martedì 22 gennaio a Omdourman (la vecchia Khartoum) una riunione per organizzare la continuazione della rivolta popolare. “Aumenteremo le manifestazioni in tutte le città e villaggi fino alla caduta del regime” dichiara il sindacato sudanese. Venerdì 18 gennaio per la prima volta la richiesta di dimissioni del Generale Bashir è stata formulata durante la preghiera all’interno delle mosche di Omdourman, evidenziando che anche nel clero islamico iniziano a crearsi profonde divisioni.

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