mercoledì, Agosto 12

Sudan: Omar al-Bashir di fronte al Tribunale Internazionale dell’Aja L’ex dittatore rispondere di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanita' per il conflitto in Darfur iniziato nel 2013

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Omar al-Bashir, l’ex Presidente del Sudan spodestato con un golpe lo scorso aprile, verrà consegnato alla Corte penale internazionale (Icc) dell’Aja insieme a tre dei suoi ex consiglieri per subire un processo nel quale dovrà rispondere di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’ per il conflitto in Darfur iniziato nel 2013.

I dettagli esatti su come e quando potevo avrebbe essere consegnato l’ex dittatore non sono chiari e apparentemente dipendono da un accordo di pace globale tra autorità e ribelli. Ci sono anche dubbi sul sostegno dei potenti militari del Sudan a tale mossa. La decisione, però, segna un drammatico passaggio dalla precedente posizione ufficiale dei nuovi vertici del paese, sebbene gli osservatori abbiano avvertito che molti ostacoli dovevano ancora essere superati.

Bashir è stato in prigione a Khartum da quando è stato costretto ad abbandonare il potere ad aprile, quando le forze di sicurezza hanno ritirato il loro sostegno al suo regime repressivo dopo mesi di proteste iniziate per l’aumento del costo del pane e che poi hanno coinvolto le principali categorie di professionisti.

Bashir nacque nel piccolo villaggio di Hosh Bannaga il primo gennaio 1944 ma crebbe a Khartoum da una famiglia di agricoltori, nel 1966 Bashir entro’ nell’accademia militare. Nel 1973 combatte’ nelle file dell’esercito egiziano contro Israele nella guerra del Kippur. Tornato in Sudan divenne capo delle operazioni militari contro il Fronte di Liberazione Popolare per l’indipendenza del Sudan del Sud.

Il regime si impose con un colpo di Stato militare nel 1989, quando Bashir era un colonnello dell’esercito, e che, rovesciando il primo ministro Sadiq al-Mahdi, evitò la firma di un trattato di pace con il Movimento di liberazione del popolo sudanese del carismatico John Garang: il compromesso, infatti, avrebbe permesso l’applicazione del diritto secolare, anziche’ della sharia, nel sud cristiano e animista.
Nei trent’anni successivi Bashir ha dominato il Paese, mettendo al bando ogni partito politico, censurando la stampa e sciogliendo il Parlamento, assumendo su di se’ il totale controllo della nazione. Si autonomino’ capo di Stato, primo ministro, capo delle forze armate e ministro della Difesa.

Spinse il Sudan sempre più verso l’adozione di una dottrina integralista dell’Islam (nel 1991 fece adottare la sharia) e flirtando con il terrorismo jihadista. Negli anni ’90 aveva addirittura concesso ospitalità a Osama bin Laden fino a quando non venne espulso su pressione degli Stati Uniti: nel 1998 gli USA bombardarono l’industria farmaceutica di al-Shifa che avrebbe dovuto produrre segretamente armi chimiche per bin Laden. Nel 2003 scoppio’ la ribellione armata del Fronte di Liberazione del Darfur contro il governo centrale di Khartoum. Nonostante le smentite, Bashir è stato accusato di aver sostenuto, finanziato e rifornito le milizie arabe Janjaweed che attaccavano la popolazione locale, uccidendo, devastando e costringendo la popolazione alla fuga dalle proprie abitazioni: circa 400 mila le persone morte per fame e violenze e quasi 3 milioni le sfollate.

Dopo mesi di proteste, il 5 luglio 2019, dopo lunghi mesi di difficili negoziazioni, l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento e la giunta militare hanno firmato, ad Addis Ababa, l’accordo, proposto dal Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, e sostenuto dall’Unione Africana, ma rigettato dalle principali forze che compongono l’Alleanza la Libertà e il Cambiamento – il Sudan Communist Party (SCP) e la Sudanese Professionals Association (SPA) – che prevede la costituzione di un Consiglio Sovrano composto da cinque militari e sei civili incaricati di gestire il periodo di transizione alla democrazia che durerà tre anni. In teoria questo accordo dovrebbe traghettare il Paese verso elezioni democratiche e alla fine della legge islamica, la Sharia.

A dicembre, Bashir è stato condannato a due anni in un istituto di riforma per corruzione e crimini finanziari, una sentenza respinta come irrisoria dalle vittime del suo brutale governo di 29 anni e necessaria per evitare che il dittatore coinvolga gli attuali leader della giunta, qualora venisse processato per i crimini contro l’umanità.

Sulla base dell’accordo, da agosto, il Sudan è governato da un governo e da un consiglio sovrano di 11 membri, che comprende attivisti per la democrazia e soldati anziani. Queste autorità transitorie manterranno il potere per poco più di tre anni fino alle elezioni e, secondo il Ministro dell’informazione, Faisal Saleh,  la decisione di consegnare Bashir all’Aja sarebbe stata presa all’Aia durante i colloqui di pace tra Khartum e gruppi ribelli nel Darfur, che si sono tenuti nella capitale sud-sudanese di Juba.

Bashir nega tutte le accuse contro di lui. Uno dei suoi avvocati ha dichiarato ieri che Bashir avrebbe rifiutato di trattare con la Corte penale internazionale perché si trattava di un ‘tribunale politico’ e che la magistratura del Sudan avrebbe potuto trattare qualsiasi caso contro di lui.

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