sabato, Settembre 21

Sudan: nuovo Governo, vecchi amici ad Occidente, operazione maquillage Germania, Francia pronte a rasettare e riorganizzare la loro relazione con Khartum, Roma nomina già nuovo volto della sua diplomazia

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Ieri è stata presentata la lista dei Ministri che comporranno il primo governo sudanese dalla caduta, in aprile, del Presidente Omar al-Bashir.
Denominato Consiglio sovrano nell’accordo firmato lo scorso 17 agosto tra il Consiglio Militare di Transizione e l’opposizione, ovvero i movimenti che da dicembre hanno manifestato per la fine del ‘sistema Bashir’, raccolta sotto l’ombrello dell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento, il governo è composto da 18 Ministri -restano da fare due nomine-, di cui 4 donne (le donne hanno svolto un ruolo assolutamente determinante in questa rivoluzione), guidati dal Primo Ministro Abdallah Hamdok.
Hamdok, classe 1956, della provincia sudanese del Kordofan, studi economici presso l’Università di Manchester, è un uomo dell’establishment, scelto dai militari ma discretamente accolto dall’opposizione. Negli anni ‘90 ha lavorato come capo consulente tecnico presso l’Organizzazione internazionale del lavoro nello Zimbabwe e successivamente come economista politico presso la Banca africana di sviluppo, in Costa d’Avorio. Ha poi ricoperto l’incarico di vice segretario esecutivo della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (ECA) da novembre 2011 fino all’anno scorso, quando ha rifiutato l’incarico di Ministro delle Finanze che era intenzionato dargli el-Bashir.

Quella iniziata ieri è la prima tappa per la ricostituzione di un’architettura istituzionale del Paese, che dovrebbe concludersi tra circa tre anni con le prime elezioni democratiche dopo 30 anni di dittatura.
L’annuncio del nuovo governo   -che formalmente non si potrebbe neanche definirlo tale, è, piuttosto, l’organo di transizione in attesa di un governo che sia figlio di libere elezioni, attese tra 39 mesi-,  era atteso da diversi giorni, sempre rimandato perché il lavoro di composizione di una squadra congrua alle istanze dell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento, accettabile da parte dei militari -che comunque controllano questa fase di transizione-  e che, come espresso dal premier, rappresenti bene tutti gli Stati che compongono il Sudan,  è stato un lavoro faticoso, complesso, e non è detto che sia effettivamente concluso. 

Tra le 4 donne scelte, anche il Ministro degli Affari Esteri, Asma Mohamed Abdallah, ex economista della Banca mondiale. L’altro ex economista della Banca mondiale è Ibrahim Elbadawi, che ha assunto l’incarico di Ministro delle Finanze. Il tenente generale di Polizia Idriss al-Traifi andrà fare il Ministro degli Interni, mentre il tenente generale dell’Esercito Jamal Omar assumerà l’incarico di Ministro della Difesa.

Unico dicastero forte in mano ad un rappresentante diretto dell’opposizione è quello affidato a Madani Abbas Madani, il leader della coalizione civile che ha negoziato un accordo di condivisione del potere con i militari, che è stato nominato Ministro dell’Industria e del Commercio.

Nomine a parte, il neonato Governo nato ieri si porta dietro un elemento importantissimo: la relazione con i gruppi armati.
Nel corso della conferenza stampa organizzata per annunciare i 18 nomi, Hamdok ha dichiarato che i gruppi armati sono parte integrante della rivoluzione sudanese e che questa collaborazione ha creato una circostanza favorevole per raggiungere la pace nel Paese. Una dichiarazione strategica, e, per certi versi, promettente. Per evidenziare ancora di più il ruolo che si attribuisce ai gruppi armati, Hamdok si è congratulato con i gruppi armati riuniti sotto la bandiera del Fronte rivoluzionario sudanese per la riunificazione del Fronte.
Il Primo Ministro ha poi ha annunciato la formazione di un comitato per preparare il processo di pace e gettare le basi per l’istituzione della Commissione per la pace. «Abbiamo iniziato a prepararci per il processo di pace e, in consultazione con il Sovrano Consiglio, abbiamo formato un piccolo comitato che include membri del Sovrano Consiglio e del governo su questo punto. La missione di questo Comitato è di definire un quadro generale per la struttura di la Commissione per la pace», ha dichiarato il Primo Ministro, aggiungendo che «la pace sostenibile è la massima priorità del periodo di transizione».  E si capisce bene il perché: la pace porterebbe a un taglio delle spese militari, che occupano l’80% del bilancio statale, considerando la terribile crisi economica in cui il Paese è precipitato dopo che il sud del Paese, ricco di petrolio, nel 2011, dopo decenni di guerra, si è separato, costituendo il Sud Sudan e portando con sé oltre la metà delle entrate pubbliche e il 95% delle esportazioni, vorrebbe già dire un guadagno enorme.

La comunità internazionale ha subito iniziato a reagire, dopo che durante il luglio di massacri dei civili aveva congelato le relazioni.
Prima ancora dell’annuncio della formazione dell’Esecutivo, martedì, il Ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, è atterrato a Khartum; la sua è stata la prima visita di un membro di governo europeo dopo la caduta di al-Bashir e l’avvio della transizione (ancora più significativa se si considera che proprio la Germania era stato il primo Paese a congelare le relazioni a luglio).

Maas ha sottolineato l’impegno del suo Paese per riammettere il Sudan nell’economia internazionale, gli sforzi della Germania per aiutare a ricostruire l’economia del Sudan, che, contestualmente alla pace rappresenta la priorità massima per il nuovo governo.

E proprio in fatto di riammissione del Sudan nel contesto economico mondiale, Maas ha dichiarato, in una conferenza stampa congiunta con Hamdok, che Berlino lavorerà con la comunità internazionale per porre fine allo status di paria internazionale del Sudan. Passaggio fondamentale, questo, per la ricostruzione dell’economia.

L’ingresso nel governo di due ex economisti della Banca Mondiale, Asma Mohamed Abdallah e Ibrahim Elbadawi,  aiuta, e appare come un chiaro segnale alla comunità internazionale. Segnale doppio: da una parte indica la volontà di Khartum di muoversi verso la costruzione di un sistema che quanto meno abbia la parvenza democratica richiesta dalla comunità internazionale, dall’altra esprime la disponibilità a rimettere il Paese nell’orbita degli interessi occidentali.

Segnali immediatamente raccolti non solo dalla Germania, anche da Francia e Italia. 

Il Presidente francese Emmanuel Macron ieri ha fatto arrivare al premier Hamdok un invito a Parigi, per discutere le future relazioni tra i due Paesi e del sostegno che la Francia è decisa ad accordare al governo di transizione. L’invito è stato presentato a Hamdok dall’ambasciatore francese in Sudan, Emmanuelle Blatmann, sottolineando «il grande interesse che Parigi attribuisce agli sviluppi (politici) in Sudan e al successo della sua rivoluzione pacifica» , esprimendo il «desiderio del suo Paese di fornire tutto il supporto possibile per il nuovo governo civile» , ha affermato 

Da parte sua, Hamdok ha sottolineato «la sua disponibilità a rispondere all’invito del Presidente francese alla prima occasione, a sviluppare e rafforzare le relazioni bilaterali tra i due Paesi», richiamando il ruolo che la Francia può svolgere a sostegno del Sudan, dato il suo status internazionale, sostenendo che ci sono diverse aree di cooperazione economica che possono essere discusse a breve.

L’Italia, da parte sua, ha iniziato la ricostruzione del suo volto e delle sue braccia diplomatiche nel Paese, con la nomina (ancora in attesa del gradimento sudanese) del nuovo Ambasciatore,  il Consigliere d’Ambasciata   Gianluigi Vassallo (fino ad oggi in forza in Farnesina alla Direzione Generale per le Risorse e l’Innovazione), che va a sostituire  Fabrizio Lobasso, il diplomatico che più si è impegnato a sdoganare il Sudan, dalle sue attività è derivato il rapporto del Sudan con l’Italia e l’Unione Europea (il fallimentare Processo di Khartoum). Uno sdoganamento che ha attivato una politica che si è dimostrata vergognosa per la UE, quella politica migratoria che ha condotto ai troppi morti in mare, e che sarà uno dei crucci più pesanti per la nuova Commissione di Ursula von der Leyen, così come per il nuovo Governo di Roma.

Prevedibile, a questo punto, che i tre Paesi europei lavorino sugli Stati Uniti per la rimozione del Sudan dall’elenco di Paesi che Washington ritiene sponsorizzano il terrorismo.
Gli Stati Uniti hanno inserito il Sudan  nella lista nera del terrore nel 1993. Nel 2017, Washington aveva avviato un processo formale per eliminare il Sudan da questa lista, processo rimasto bloccato quando sono iniziate le proteste di massa, nel dicembre 2018. Le trattative ora potrebbero riprendere e finalmente concludersi.

La rimozione vorrebbe dire il rientro a tutti gli effetti di Khartum nel consesso internazionale e la ‘liberazione’ dell’economia dalla morsa delle sanzioni. A quel punto, e solo a quel punto, potrebbe effettivamente cominciare la ricostruzione economica del Sudan post-Bashir.
Per altro, Hamdok ha dichiarato di aver avuto una ‘lunga discussione’ con l’Amministrazione americana proprio su questo tema. «Ci aspettiamo una grande svolta che porterà alla rimozione del Sudan dalla lista del terrore», ha dichiarato il Primo Ministro.

L’eliminazione del Sudan da tale lista consentirebbe al Governo di transizione di chiedere un salvataggio dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Hamdok nelle settimane scorse aveva dichiarato che il Sudan -che ha già sulla testa un debito pari a 60 miliardi di dollari e una inflazione annuale di oltre il 40%- ha bisogno di aiuti esteri per un massimo di 8 miliardi di dollari nei prossimi due anni e altri 2 miliardi depositati come riserve per sostenere la caduta della valuta locale.

L’operazione di  Hamdok sembra essere: trovare l’accordo con i gruppi armati -vicini ai civili in particolare alla Sudanese Professionists Association- e ricostruire pacifiche relazioni con il Sud Sudan, il tutto per contare su di un consistente risparmio sulle spese militari; ottenere dagli Stati Uniti la rimozione dalla lista nera degli sponsor del terrorismo così da accedere ai fondi dagli istituti finanziari internazionali, e contestualmente aprire il Paese ai capitali europei. Se queste operazioni andassero in porto, certamente l’economia inizierebbe a tirare un sospiro di sollievo. Il che condurrebbe alla pace sociale, anche perché, se l’economia riprende il mondo imprenditoriale che fa capo alla Sudanese Professionists Association, ‘azionista’ di maggioranza  dell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento- avrebbe tutto l’interesse a tenere calma la popolazione. I 39 mesi di transizione, così, scivolerebbero via lisci.

Resta da vedere se riprenderanno anche gli affarisporchi con l’Europa, quelli sulla pelle dei migranti, molto dipenderà da quale indirizzo assumeranno le politiche in materia migratoria della nuova Commissione.
Altresì, ci sarà da capire quale rapporto sarà strutturato con i Paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, che ha garantito un sostanzioso prestito già nei mesi scorsi alla giunta militare di transizione -molto vicina ai vertici sauditi. Arabia Saudita e Emirati vorranno un ritorno,  poco probabile che si accontentino solo delle truppe che Khartum assicura alla loro guerra in Yemen  e della pace sociale funzionale a non innescare l’effetto domino a casa loro, per quanto la stabilità del Sudan sia fondamentale per la regione.  I ricchi Stati del Golfo non rinunceranno all’influenza sul Paese. 

Allo stato dei fatti, il Sudan è libero dal suo dittatore, Omar al-Bashir, ma sul suo futuro restano i gravami dell’epoca di  Bashir.

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