lunedì, Ottobre 21

Sudan: nessun accordo; dritti verso lo scontro finale? I dialoghi si sono chiusi con un nulla di fatto; vi sono vari elementi che portano a presupporre il peggio per il Sudan: il regolamento dei conti

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Le trattative riprese domenica e lunedì tra il Transitional Military Council e la direzione del movimento rivoluzionario sono, di fatto, fallite, causa la mancata intesa su chi deterrà il potere esecutivo durante il periodo di transizione alla democrazia.
Le trattative erano state interrotte la scorsa settimana dalla giunta militare contemporaneamente ad una serie di attacchi ai manifestanti attuata dalle milizie arabe Rapid Support Forces, con l’obiettivo di far finire le manifestazioni e la pressione popolare sul TMC.
A nulla è servito il gesto di distensione da parte della Sudanese Professionals Association di togliere le barricate in alcuni punti della capitale, Khartoum. I generali rimangono fermi sulla necessità di proteggere la loro casta. Il Consiglio Sovrano, l’organo temporaneo destinato a gestire la transizione, deve essere da loro controllato. I civili possono parteciparvi, ma la direzione e le decisioni finali devono essere una prerogativa del TMC.

La decisione presa dalla giunta militare evidenzia che la necessità di salvare il regime sta prevalendo sugli interessi generali del Sudan e sulla volontà popolare. Troppi gli interessi economici che verrebbero a mancare ai generali in un governo civile, nel contesto del quale le Forze Armate non comandassero il Paese, sottoposte al Parlamento e alla Costituzione.
Troppi i rischi di procedure penali contro i generali che hanno commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità. Troppi rischi che le violazioni dei diritti umani contro immigrati eritrei, etiopi, somali verrebbero a galla, aggiungendosi alla lunga lista di crimini, già sufficiente per severe condanne nazionali o, peggio ancora, per il trasferimento delle procedure alla Corte Penale Internazionale.
La decisione del TMC ha prevalso anche sulle pressioni internazionali fatte da Unione Europea, Stati Uniti e Unione Africana. Il Consiglio di Pace e Sicurezza della UA aveva richiesto al TMC di trasferire tutti i poteri ad un governo civile entro il 30 giungo 2019.

Dinnanzi alla irremovibile posizione del TMC sulla sovranità e il controllo del Consiglio Sovrano, la SPA non ha potuto fare altro che porre il suo rifiuto chiudendo definitivamente le trattative. «I principali punti di rottura vertono sulla composizione dei membri del Consiglio Sovrano. Un punto chiave in quanto chi otterrà la maggioranza dei membri avrà il controllo del potere esecutivo, e quindi del Paese. Il Transitional Military Council è stato estremamente chiaro. La transizione verso la democrazia deve essere sotto il controllo delle Forze Armate. Come giustificazione si accenna a non ben precisati rischi di sicurezza che il Sudan potrebbe affrontare senza una giuda stabile e determinata del Consiglio Sovrano.
Un diktat rigettato dalla Declaration of Freedom and Change, che si allinea alla comunità internazionale e all’Unione Africana, che hanno chiarito che non sarà accettato un governo guidato dai militari. Una rivendicazione sorta dal popolo sudanese che noi della dirigenza non possiamo ignorare. Il TMC sta portando avanti un gioco politico molto sporco, che va contrastato e fatto fallire. Il popolo sudanese deve continuare la lotta per la democrazia. Siamo vicini alla vittoria. Occorre solo un pò di pazienza. Abbiamo atteso trent’anni ed ora è giunto il momento di realizzare la democrazia», dichiara Satea al-Haj, uno tra i più promettenti leader della SPA.

Entrambe le parti hanno interrotto le trattative senza fissare alcuna data per eventuali prossimi incontri. Il Partito Comunista Sudanese (PCS)  -una tra le forze politiche d’opposizione più importanti all’interno del movimento rivoluzionario- ha chiarito in un comunicato stampa che non vi sarà alcun appoggio a compromessi tra TMC e SPA sulla sovranità del Consiglio Sovrano, che deve essere controllato da civili e tecnocrati. Il PCS ha ricordato che non si può più fare affidamento alla giunta militare, in quanto sta portando avanti una subdola strategia che sembra orientata alla transizione democratica, ma che in realtà è tesa a mantenere in vita il regime islamico.
A prova di ciò il Partito Comunista ricorda che 16 alti funzionari del partito sono ancora detenuti dalla giunta militare. Tra esse spiccano i nomi di Mohamed Mokhtar al-Khateeb, Masoud Alhassan, Siddig Yousif, Sidgi Kaballo, Ali Saied, Hashim Mirghani e Salih Mahmoud. Il PCS lancia un appello alla solidarietà internazionale che risulta assai ambiguo, in quanto non è stata chiarita la natura di questa solidarietà: polita? militare? o entrami?
L’irrigidimento delle posizioni delle rispettive forze avverse è un segnale certamente non positivo, lo stallo politico potrebbe portare all’uso della forza.

La decisione presa dal TMC è stata salutata positivamente dalle forze dell’Islam radicale che hanno dichiarato il loro supporto incondizionato ai generali e di essere pronte a difendere il Sudan da provocatori e sovversivi al soldo di potenze occidentali. Mohamed Ali al-Gizouli, leader del Movimento per il Supporto della Sharia, in un meeting in difesa della legge coranica organizzato domenica davanti alla Presidenza ha promesso che tutti i fedeli sono determinati a difendere la Sharia minacciando di far scoppiare una guerra santa in caso che la giunta militare cedesse alle pressioni di trasferire il potere ad un governo civile.

L’incoraggiamento degli estremisti islamici sulla linea dura è stato ripreso dal Vice Presidente del TMC, Mohamed Hamdan Daglo (Hemetti), che controlla le milizie arabe RSF, e probabilmente anche le milizie del National Intelligence Security Service (NISS), in collaborazione con il Generale Salah Gosh. Il terribile Gosh, dopo il fallito golpe orchestrato in collaborazione con Israele e le monarchie arabe, ha preferito la discrezione, mettendosi dietro le quinte per meglio gestire la crisi a favore del regime. Hemetti ha ufficialmente messo in guardia le forze politiche che stanno progettando di destabilizzare la sicurezza in Sudan, affermando che sono state poste sotto un attento monitoraggio delle Forze Armate.

«Vi sono dei partiti che stanno complottando e pianificando il caos nel Paese ma noi siamo pronti a fronteggiare ogni situazione per difendere la sicurezza e la stabilità del Sudan», ha dichiarato un alto ufficiale della 185sima Brigata Ranger delle RSF, posizionata nella città vecchia di Khartoum: Omdurman.  Il riferimento alla SPA e al movimento di protesta popolare è evidente.
La giunta militare continua a far passare le documentate aggressioni e omicidi delle RSF contro i manifestanti come opera di sconosciuti infiltrati, arrivando al paradosso di affermare che l’Esercito non tollererà violenze contro i civili, violenze che verranno severamente punite. Una dichiarazione fatta per rafforzare la sensazione che la giunta militare sia nata per proteggere il popolo sudanese, ma resa non credibile in quanto Hemetti e i suoi camerati sono i mandanti dell’ondata di violenze di questi ultimi giorni.

La situazione creatasi in Sudan è molto pericolosa. Non intravvedo molte possibilità che le trattative e il dialogo vengano riprese, se il Transitional Military Council non ritirerà le sue rivendicazioni, attuando il totale passaggio di poteri ad un governo civile. A mio avviso con la decisione presa martedì si chiudono gli spazi di dialogo. La mia domanda è: cosa succederà ora?”, si interroga un altro quadro sudanese che lavora presso una rappresentanza diplomatica occidentale, il quale ci ha chiesto l’anonimato.

Secondo alcuni osservatori regionali, vi sono vari elementi che portano a presupporre il peggio per il Sudan: il regolamento dei conti. I generali hanno optato per la linea dura. Costretti a scegliere tra l’Islam radicale e il movimento rivoluzionario si ha l’impressione che la scelta sia ricaduta sulla prima forza, in quanto rappresenta un’alleanza ben collaudata durante il trentennio della dittatura, che non richiederebbe ai generali di dover render conto dei crimini economici e contro l’umanità commessi. Notizie non confermate affermano che sono state le forze dell’Islam radicale a rendere possibile il generoso aiuto della Arabia Saudita ed Emirati Arabi, pari a 3 miliardi di dollari. La prima tranche di 250 milioni aiuti, pari a 250 milioni di dollari è stata depositata sabato presso la Banca Centrale del Sudan secondo quanto dichiarato dall’Agenzia Stampa Saudita.

Visto che il TMC sembra aver optato per la linea dura, ora certamente i generali dello Stato Maggiore staranno valutando le varie opzioni e forze in campo per reprimere il movimento rivoluzionario. È un passo obbligato e logico, in quanto ora in Sudan esistono due poteri a causa del fallimento delle trattative. Il TMC può contare su quasi 35.000 uomini ben addestrati e armati, tra RSF, NISS e reparti dell’Esercito rimasti fedeli. Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Turchia rappresentano alleati importanti e facoltosi che possono compensare una eventuale rottura con i partner occidentali. Fonti a Khartoum rivelano che grazie al supporto di questi importanti Paesi, i generali sperano che anche Unione Europea e  Stati Uniti ritornino sui loro passi e decidano di supportare nuovamente la giunta militare.

Inoltre, esiste l’incognita delle forze dell’Islam radicale che stanno emergendo sulla scena politica nazionale. È stato valutato che queste forze potrebbero mettere in campo intere brigate di jaidisti provenienti da Al-Qaeda e DAESH per contrastare i reparti dell’Esercito passati alla rivoluzione e i vari gruppi armati sudanesi che hanno garantito il loro appoggio alla SPA. Possibilità, questa, considerata con molta cautela dal TMC, consapevole che quando si accetta l’aiuto del terrorismo salafista tutti i scenari sono aperti.
Il supporto dell’Islam radicale potrebbe rivelarsi un fatale errore per i generali.

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