lunedì, Novembre 18

Sudan: militari nervosi, gruppi armati ribelli pronti alla guerra civile I militari spengono ‘Al Jazeera’ e i gruppi armati dei ribelli si preparano a difendere la rivoluzione, primi scontri a Khartoum

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Da martedì si registrano a Khartoum sporadici scontri armati tra i soldati fedeli alla giunta militare e i soldati fedeli alla causa democratica. Questa notte è stata chiusa la sede della redazione di Khartoum di Al Jazeera’, e ritirati i permessi stampa ai giornalisti.
Nei mesi scorsi, la rete televisiva qatarina aveva trasmesso regolarmente informazioni sulle proteste popolari sfociate ad aprile nel colpo di Stato contro il Presidente Omar al-Bashir. La chiusura è giunta pochi giorni dopo una visita in Arabia Saudita del capo della giunta militare, Abdelfattah Al-Burhan, e l’arrivo a Khartoum di milioni di dollari da Riyad e dagli Emirati Arabi Uniti in supporto alla giunta militare. Bisogna ricordare che Riyad e Doha, da due anni, sono in piena crisi diplomatica,  in contrasto pesantemente.
Chiaro, secondo gli osservatori locali, che la giunta militare, bisognosa di aiuti economici e del supporto di  Riyad nel convincere la Casa Bianca a sostenerla, ha inteso fare un favore agli amici sauditi, e, per quanto operazione rischiosa in termini di immagine internazionale, sicuramente utilissima alla giunta per spegnere l’attenzione della popolazione sulle manifestazioni che proseguono, e, anzi, come detto, stanno diventando violente.

Intanto, è stata finalmente ufficializzata la presenza a Khartoum di Yasir Arman, vice-Presidente del gruppo ribelle Harakat Al-Sha’abi Li-Tahrir Al-Sudan-Al-Shamal, conosciuto in Occidente con la denominazione Sudan People’s Liberation Movement – Nord (SPLMN). Arman è giunto nella capitale lunedì 28 maggio, a seguito della promessa fatta dal Transitional Military Council di non arrestarlo.
Su Arman e Malik Agar, Presidente del SPLM-N, pendono condanne a morte emesse nel 2014. Lo scopo ufficiale della visita di Arman era quello di incontrare i leader della giunta militare per discutere sulla ripresa degli accordi di pace.

Il SPLM-N era stato creato dalle unità appartenenti alla ribellione del sud Sudan, Sudan People’s Liberation Movement/Army, guidate da John Garang, e impegnate da 20 anni in una guerra civile contro il regime di Omar al-Bashir. Queste unità del nord avevano il compito di proteggere le popolazione africane della regione Nuba Mountains. Contrariamente al luogo comune che raffigura la guerra civile sud nord come uno scontro tra mussulmani e cristiani, le cause scatenanti del conflitto vertono sulla gestione delle risorse petrolifere prevalentemente ubicate nel sud del Paese, e la necessità di abbattere il regime di al-Bashir, avviando un processo di democratizzazione e gestione laica dello Stato. Il SPLM-N, composto per la maggioranza da arabi, fino al 2010 sottostava agli ordini del SPLM/A di Juba, nel 2011 è divenuta entità politica e militare autonoma.

Nel luglio 2011, il SPLM-N si allea con il principale gruppo di resistenza armata del Darfur, il Ḥarakat al-ʿAdl wal-musāwāh, conosciuto in Occidente con la denominazione Justice and Equality Movement (JEM). Seguono una serie di offensive militari congiunte in Darfur e nel Sud Kordofan che mettono in seria difficoltà l’Esercito regolare e le milizie arabe della Rapid Support Forces (RSF). Nel settembre dello stesso anno i due movimenti ribelli estendono la loro guerra di liberazione allo Stato del Blue Nile, dove il SPLM-N riesce a conquistare vasti territori e ad installare un governo provvisorio nella città di Kurmuk.
Nel 2012, il regime islamico di Khartoum fa credere che i conflitti nel Darfur, Kordofan, Bue Nile State siano stati temporaneamente interrotti per dar spazio al dialogo. Una mossa per rafforzare il processo di riabilitazione del dittatore Omar al-Bashir (amico intimo di Osama bin Laden) e del brutale regime islamico sudanese. Processo avviato dalla diplomazia italiana e successivamente sostenuto da Unione Europea e Stati Uniti.

La condanna a morte dei leader del SPLM-N del 2014, e le continue offensive militari di Khartoum contro le principali formazioni ribelli, portate avanti dal 2014 al 2018, dimostrano la falsità dei propositi di pace del regime, sbandierati al mondo intero.
Nel 2015 una road map per la pace viene delineata da Khartoum. Si tratta, in pratica, di una resa incondizionata dei movimenti armati ribelli con la possibilità di trasformarsi in partiti politici legalmente riconosciuti a condizione che i leader della guerriglia depongano le armi e riconoscano l’autorità di Omar al-Bashir.

Questo processo di pace, conveniente solo al regime islamico, viene sostenuto dalle diplomazie italiana ed europea, presentandolo come un processo di pace  «difficile ma in grado di risolvere i problemi del Sudan». L’appoggio europeo al processo di pace viene mantenuto anche quando arrivano notizie che l’Esercito regolare e le milizie arabe RSF, nel 2016, hanno fatto largo uso di armi chimiche contro i ribelli e la popolazione civile nel Kordofan e Blue Nile. Questo crimine di guerra sembra essere stato ignorato dalle diplomazie europee, che continuarono nell’alleanza stipulata con il dittatore e nel supporto politico e finanziario al regime estremista islamico, il tutto in nome della lotta contro il terrorismo internazionale e controllo dei flussi illegali migratori dal Corno d’Africa all’Europa.

I veri motivi della visita di Yasir Arman a Khartoum sono ben altri rispetto a quelli dichiarati. La motivazione è chiarire tutti i punti politici per un supporto del SPLM-N e del JEM alla causa rivoluzionaria ed incontrare diplomatici britannici e americani per assicurarsi del loro appoggio politico.
La visita è stata preceduta, due settimane fa, dall’invio di una delegazione dei due gruppi ribelli presso la capitale, dove hanno incontrato dirigenti del Sudanese Professionals Association (SPA) e del Partito Comunista. Yasir Arman in questi giorni ha incontrato nuovamente la dirigenza rivoluzionaria e, per la prima volta, gli ambasciatori britannico a americano.

Sugli incontri con SPA e Partito Comunista non sono circolate notizie. Si riesce sapere qualcosa degli incontri con i diplomatici, non ultimo perché sono stati diramati comunicati ufficiali delle parti. Irfan Siddiq, ambasciatore britannico a Khartoum, ha incontrato Arman lo scorso mercoledì per discutere sulla transizione democratica e la pace tra i gruppi armati e il futuro governo provvisorio. Secondo le dichiarazioni pubbliche fatte dall’Ambasciatore Siddiq, i ribelli avrebbero accettato di sostenere il governo provvisorio e di promuovere la pace a condizione che questo sia guidato esclusivamente da civili.

Arman ha incontrato anche Steven Koutsis, Incaricato degli Affari presso l’Ambasciata americana a Khartoum, grazie alla mediazione della SPA. Rispetto a quello tenutosi presso l’Ambasciata britannica, questo meeting era concentrato sulle discussioni tecniche e pratiche per l’insediamento di un governo di civili. Arman avrebbe assicurato la Casa Bianca di non approfittare della attuale debolezza dell’Esercito per lanciare offensive militari che potrebbero compromettere l’attuale delicatissima fase di transizione. In effetti dal 20 aprile SPLM-N e JEM hanno dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. Molto fastidioso per la giunta militare il comunicato stampa emesso dall’Ambasciata americana, nel quale si legge:  «Qualsiasi accordo sul periodo di transizione democratica in Sudan deve includere i movimenti ribelli che sono invitati a raggiungere le trattative e a contribuire positivamente al processo democratico in atto in Sudan».

Dichiarazione che, di fatto, riconosce non solo il SPLM-N e il JEM ma tutti gli altri gruppi di resistenza armata ad attori politici. Un riconoscimento ufficiale sempre rifiutato dal regime islamico, in quanto considera ogni ribellione armata come atto terroristico.
Questo comunicato dimostra che l’Ambasciatore Koutsis non è particolarmente in linea con la giunta militare. Dimostra, inoltre, che gli sforzi compiuti dai generali Mohammed Hamdan Dagalo (Hemetti), e Salah Gosh, supportati da Arabia Saudita e CIA, per convincere la Casa Bianca a sostenere il Transitional Military Council non stanno dando, al momento, i frutti sperati.

Le nostre fonti informano di un piano per arrestare Yasir Arman durante la sua visita presso la capitale, orchestrato dal generale Hemetti, nonostante la promessa di incolumità fatta da Arman. Hemetti, vice-Presidente del TMC, avrebbe desistito all’ultimo momento per non scatenare la ripresa delle ostilità dei movimenti di resistenza armati, che ora avrebbero tutte le possibilità di ottenere importanti vittorie contro un Esercito diviso e disorientato, e la necessità di sottomettersi alle pressioni della diplomazia occidentale per non rovinare il piano di Salah Gosh, il Boia di Khartoum, teso a riconquistare il supporto che Stati Uniti e Unione Europea avevano assicurato al regime dal 2012 in poi.
Questi rumors sono stati confermati da un comunicato stampa redatto dalla Commissione Parlamentare britannica per il Sudan e Sud Sudan.  «Se il Transitional Military Council arrestasse o deportasse i leader dei movimenti ribelli armati, questo gesto sarebbe da considerare un atto contrario al processo di pace e riconciliazione nazionale e una aperta ostilità alla realizzazione di un governo di civili. Qualsiasi arresto comprometterebbe seriamente le relazioni tra la giunta militare sudanese e la comunità internazionale”.

L’incontro tra Yasir Arman e la giunta militare si è concluso con una rottura tra le parti. Subito dopo il generale Hemetti ha fatto recapitare ad Arman una richiesta ufficiale di lasciare il Sudan e di non ritornare mai più. Ignorare questa volontà significa porsi fuorilegge e ricevere trattamenti adeguati da parte del Governo sudanese. Nella lettera si ricorda ad Arman che su di lui e su suo capo Malik Agar pendono due condanne a morte per atti di terrorismo…

La risposta di Yasir Arman non si è fatta attendere. «Siamo arrivati a Khartoum senza le pistole. L’unica nostra difesa sono le nostre genuine intenzioni di pace e la nostra volontà di contribuire positivamente alla transizione democratica del Sudan. Siamo stati invitati dalla popolazione sudanese, che riconosciamo come unico interlocutore ufficiale della transizione. Il nostro obiettivo immediato è di firmare accordi di pace giusti che pongano fine ai vari conflitti in atto nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sentenza di pena capitale emessa nel 2014 in assenza degli imputati, dichiaro tale sentenza priva di basi legali e quindi nulla in quanto emessa da un tribunale sotto pieno controllo della dittatura islamica di Omar al-Bashir.
Se prendiamo come valida la decisione del TMC di non consegnare al-Bashir al Corte Penale Internazionale in quanto questa decisione spetta unicamente al futuro governo provvisorio, allora anche la validità o meno della condanna a morte deve essere esaminata da questo governo provvisorio composto unicamente da rappresentanti civili» .

Da martedì  si registrano a Khartoum sporadici scontri armati tra i soldati fedeli alla giunta militare e i soldati fedeli alla causa democratica. Durante gli scontri si è registrata la morte di due civili. Il principale teatro di scontro è la Nile Street.
I generali negano questi scontri all’interno dell’Esercito, affermando che si tratta di azioni commesse da provocatori esterni. Non potendo negare l’uccisione dei due civili da parte dei soldati regolai, a causa di testimonianze video, la giunta militare ha affermato che i colpevoli del crimine erano ubriachi, promettendo severe misure penali contro questi militari che sarebbero già stati arrestati. I contendenti, generali e dirigenti rivoluzionari, a parole giurano di star facendo il possibile per evitare l’escalation miliare. Si vedrà nei prossimi giorni quanto dalle parole si passerà ai fatti.

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