martedì, Luglio 16

Sudan: mediazione fallita sul nascere quella dell’Etiopia? Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed sembra destinato a fallire nella sua impresa, mentre la giunta è sempre più decisa a portare a termine la contro-rivoluzione

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Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed venerdì 7 giugno era in visita ufficiale a Khartoum per proporsi come mediatore per risolvere le differenze tra Transitional Military Council (TMC) e la direzione del movimento rivoluzionario Alleance for Freedom and Change sulla composizione del governo provvisorio e sulle modalità del periodo di transizione alla democrazia. Differenze che la scorsa settimana hanno visto una escalation di violenze contro i manifestanti ordinate dal Vice Presidente del TMC, il generale Mohamed Hamdan Daglo (Hemetti) ed eseguite dal sua milizia paramilitare, le Rapid Support Forces (RSF) formata dai miliziani arabi Janjaweed, responsabili del genocidio nel Darfur.

Le violenze perpetuate nella capitale e in varie altre città erano state precedute da un secondo colpo di Stato della giunta militare, dopo quello attuato in aprile per destituire e arrestare il dittatore Omar al-Bashir. Il TMC aveva annunciato la fine dei colloqui con l’opposizione, accusata di fomentare caos e di voler escludere a priori qualsiasi ruolo dei militari nel governo transitorio nel nel processo di democratizzazione del Paese. Annunciando la fine dei colloqui il TMC aveva chiarito che la formazione del governo e la gestione della transizione erano compiti spettanti esclusivamente alla giunta militare al fine di evitare che il Sudan sprofondasse nel caos e che nemici esterni o gruppi terroristici come Al-Qaeda Magreb e DAESH approfittassero della situazione.

Durante la sua visita ufficiale, Abiy ha finalmente chiarito che la sua iniziativa ha il mandato del Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana che la scorsa settimana ha sospeso il Sudan da Stato membro finché non verrà attuato il trasferimento dei poteri ad un governo di civili, mantenendo la scadenza dell’ultimatum per il 30 giugno 2019.

In un comunicato stampa, il Primo Ministro etiope si è detto sicuro di riuscire a far ragionare le parti avverse perchè il Sudan possa ritrovare unità, stabilità e sovranità. Secondo Abiy, il ruolo della giunta militare è quello di difendere la sicurezza e la sovranità del Paese e di giocare un ruolo attivo e positivo nella fase di transizione della democrazia. La dirigenza rivoluzionaria si dovrebbe concentrare sul futuro del Paese e non rimanere ostaggio di una mentalità di scontro e del passato del Paese. Queste dichiarazioni sembrano sbilanciate a favore dei militari. A confermare i dubbi è stato il comunicato stampa rilasciato dal Consiglio Militare, che ringrazia Abiy del positivo ruolo nel riaprire le possibilità di dialogo per trovare un consenso nazionale ed avviarsi verso una pacifica transizione democratica.

Fredda e diffidente la reazione della Alliance for Freedom and Change (AFC), che non ha accettato di riprendere le trattative con i militari, se non in forma indiretta. La posizione della dirigenza rivoluzionaria nei confronti della missione diplomatica etiope è chiara: il Primo Ministro Abiy non deve mediare compromessi tra le parti. Deve solo convincere la giunta militare a passare i poteri ai civili. Obiettivo difficile da raggiungere visto che tra le condizioni poste dalla AFC si richiede l’arresto di tutti i generali coinvolti nei crimini commessi dal regime di Omar al-Bashir e l’arresto di tutti i generali mandanti delle violenze compiute la scorsa settimana dalle milizie arabe Rapid Support Force (RSF), comandate dal Vice Presidente del Transitional Military Council, il generale Hemetti. Nell’ormai nota strategia ambigua della giunta militare, domenica 9 giugno il generale Mohamed Abdallah, vice comandante delle RSF, è stato rimpiazzato senza spiegarne i motivi.

La missione diplomatica di Abiy è stata utilizzata come pretesto dagli alleati della giunta militare, ovvero Cina e Russia, per bloccare presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un dura risoluzione contro il TMC promossa da Belgio, Gran Bretagna, Francia, Italia, Olanda, Polonia e Svezia. Gli argomenti di Pechino e Mosca si basano proprio sulla missione diplomatica del Primo Ministro etiope con mandato UA, affermando che occorre attendere i risultati della mediazione UA prima di prendere qualsiasi decisione sulla crisi sudanese.

La mediazione etiope rischia il fallimento dopo solo due giorni dalla visita del Premier Abiy. I militari, pur indeboliti a livello internazionale causa l’atteggiamento più prudente di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, grazie alle pressione americane, ma forti dell’appoggio russo e cinese, e alle ambigue farsi di Abiy, che fanno trapelare una certa simpatia al TMC, compromettendo l’obbligatoria neutralità e imparzialità di qualsiasi mediatore internazionale, domenica 9 luglio hanno ripreso a sparare sulla popolazione.

Il bilancio provvisorio delle violenze di domenica presso la capitale Khartoum è di 4 morti tra i manifestanti. Sempre le RSF hanno attaccato i manifestanti in vari punti della capitale per soffocare il secondo sciopero generale indetto dalla Sudanese Professionals Association e dal Partito Comunista in meno di 15 giorni. Uno sciopero generale riuscito in tutto il Paese, oltre le aspettative degli organizzatori. Secondo alcune fonti, avrebbero partecipato allo sciopero circa 3 milioni di persone. Anche i piccoli negozi, a Khartoum e in tutte le altre città, sono rimasti chiusi, in segno di adesione all’iniziativa. Tutti gli istituti finanziari sono rimasti chiusi e i dipendenti della Banca Centrale hanno bloccato qualsiasi attività. Un problema grosso perché presso la Banca Centrale sono arrivati 750 milioni di dollari da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, ma al momento la giunta militare sembrerebbe non sia in grado di mettere le mani su questa ingente somma necessaria per la loro controrivoluzione.

Durante lo sciopero generale a Khartoum sono intervenute le milizie arabe. In varie parti della capitale si sono verificati scontri armati tra RSF e soldati passati alla rivoluzione. Scontri comunque limitati e non sufficienti per affermare che le profonde divisioni presenti all’interno delle Forze Armate stiano scoppiando, generando un conflitto generalizzato.

Le RSF hanno tentato di sgombrare le strade principali della capitale da barricate nuovamente erette dai manifestanti e di disperdere i vari cortei dello sciopero generale. Ed è proprio nei luoghi dove sono state erette le barricate che si sarebbero verificati gli scontri con unità dell’esercito che avrebbero respinto gli attacchi delle milizie arabe.

La repressione delle RSF ha purtroppo fatto un salto di qualità’, iniziando adottare i metodi utilizzati contro i sudanesi di origine africana nel Darfur, Blue Nile e Kordofan: lo stupro come arma militare. A dichiararlo è Nahid Jabrallah in una intervista esclusiva rilasciata al quotidiano tedesco ‘Deutsche Welle’. «Dall’inizio della repressione attuata dalla Rapid Support Forces, varie decine di donne sono state molestate sessualmente o stuprate dalle milizie Janjaweed. Questi criminali responsabili da anni di una moltitudine di atrocità contro la popolazione civile hanno anche stuprato dei giovani manifestanti di sesso maschile. Alcuni dei corpi di donne recuperati dal Nilo mostravano segni di violenza sessuale e mutilazione degli organi sessuali, come hanno documentato le autopsie fatte presso vari ospedali della capitale» .

Jabrallah offre al ‘Deutsche Welle’ una spiegazione plausibile sul perché i manifestanti non ricevano una appropriata protezione dalle varie unità dell’Esercito simpatizzanti con la loro causa democratica. «Presso la capitale in special modo, ma anche in altre parti del Paese, il Consiglio Militare ha disarmato e confinato nelle caserme tutti i soldati sospettati di nutrire simpatie al movimento rivoluzionario». Le affermazioni di Jabrallah sono confermate dalle nostre fonti. Le poche decine di soldati che dispongono di armi e intervengono a Khartoum contro le RSF sono di fatto dei disertori. Molti di essi non rientrano più nelle caserme da almeno due settimane. La loro protezione ai manifestanti è limitata non solo dal loro esiguo numero, ma anche dalla scarsità di munizioni a loro disposizione.

L’associazione dei medici sudanesi afferma che il bilancio delle precedenti violenze delle RSF è ora salito a 118 morti, in quanto vari feriti gravi ricoverati negli ospedali sono deceduti.

La mediazione del Primo Ministro Abiy è stata messa a repentaglio dagli stessi attori politici a cui sembra vada una mal celata simpatia del Premier etiope. Gli attacchi delle RSF di domenica creano ulteriori ostacoli per la ripresa dei negoziati. Il Transitional Military Council sta dimostrando di prendere tempo per poter continuare a portare avanti la sua contro-rivoluzione anche se indebolita dai tentennamenti degli alleati arabi e dalla condanna a livello internazionale. Sentendosi sotto pressione dal movimento rivoluzionario, i gerarchi rispondono con l’intimidazione e le violenze delle milizie arabe, con l’obiettivo di riconquistare il controllo del Paese, preludio per una dura repressione generalizzata.

Su queste basi ogni tentativo di mediazione è destinato a fallire. Il Primo Ministro etiope rischia di fare un buco nell’acqua nella sua opera di mediazione tra le parti, accettata nella speranza che in Sudan si raggiunga la pace e la stabilità grazie all’intervento dell’Etiopia. Abiy, riformatore del regime di Addis Ababa e considerato il Gorbacev etiope, sta ottenendo incoraggianti successi nella politica interna, ma sta collezionando una serie di clamorosi fallimenti in politica estera, da quando sta tentando di porsi come mediatore nelle principali crisi regionali.
Abiy Ahmed ha fallito nella mediazione tra Somalia ed Eritrea così come ha fallito la mediazione tra Somalia e Kenya, invischiati in una pericolosa disputa di acque territoriali dove sono presenti importanti giacimenti petroliferi. Anche la pace con l’Eritrea non sarebbe frutto del genio politico di Abiy Ahmed. Secondo varie indagini giornalistiche, la pace sarebbe stata ottenuta grazie all’intervento dell’Arabia Saudita, partner politico e commerciale di entrambi i Paesi. Riyad per raggiungere la pace tra Asmara e Addis Ababa avrebbe sborsato ingenti quantità di denaro sotto forma di aiuti umanitari e prestiti a tassi agevolati.

Nella pericolosa situazione di impasse che sta vivendo il Sudan si aggiunge un altro segnale di allarme: le profonde divisioni che stanno affiorando tra i gruppi armati di liberazione che hanno promesso il loro sostegno politico e militare alla causa rivoluzionaria.
Ieri vari leader politici e militari del Sudanese People’s Liberation Army – Nord (SPLM-N) hanno sfilato assieme agli scioperanti nello Stato del Blue Nile, impedendo azioni di forza delle RSF. Tra i leader vi era anche Malik Agar, il comandante supremo del SPLM-N su cui pende una condanna a morte. É la prima volta che questo movimento armato è presente nelle manifestazioni di protesta dall’inizio della rivoluzione.

Secondo alcuni osservatori regionali, la scelta di Agar di partecipare assieme ad altri quadri politico militari del SPLM-N allo sciopero generale nel Blue Nile (roccaforte del movimento) sarebbe il frutto dei colloqui intrapresi nella scorsa settimana a Khartoum con la dirigenza del AFC, e un chiaro segnale di sfida dopo l’arresto effettuato lo scorso 5 giungo dalla giunta militare del Vice Presidente Yasir Arman. Una mossa politica che ha dato i suoi frutti. Oggi la giunta militare ha deciso di liberare Arman, senza fornire alcuna spiegazione dei motivi che hanno portato al suo arresto e detenzione. L’arresto di Arman si è rivelato un errore fatale che ha dato ampio respiro alle iniziative diplomatiche americane e al cambiamento di linea politica degli alleati arabi.

Ḥarakat al-ʿAdl wal-musāwāh, conosciuto in Occidente con la denominazione Justice and Equity Movement (JEM), principale guerriglia nel Darfur, e il secondo gruppo armato del Darfur: Ḥarakat Taḥrīr Al-Sūdān, noto come Sudan Liberation Movement, guidato da ha interpretato da Minni Minnawi, al momento sembrano adottare una politica più cauta, pur avendo dato alla SPA e al Partito Comunista ampie assicurazioni di difendere militarmente la rivoluzione in caso di richiesta.

Ma è la posizione assunta della terza formazione guerrigliera del Darfur a preoccupare. Il Al-Jabhat Al-Thawriyat Al-Sudan noto  come Sudanese Revolutionary Front (SRF), guidato da Abul Gassim Al-Haj, ha richiesto al mediatore etiope incontri separati senza la presenza della giunta militare e della Alliance for Freedom and Change, per discutere sul futuro politico e istituzionale del Paese, come ha reso noto sabato il portavoce del gruppo armato, Mohamed Zakaria Farjaj. La richiesta di incontri separati è stata interpretata come un tentativo della dirigenza del RSF di conquistare una posizione chiave nella ripresa del dialogo nonostante fino ad ora questo gruppo armato si fosse pronunciato chiaramente sulla crisi politica sudanese.

Alla richiesta di colloqui separati il RSF accusa la SPA e il Partito Comunista di aver rubato la direzione della Alliance for Freedom and Change, a scapito degli altri partiti di opposizione che la compongono chiedendo un rimpasto radicale della direzione rivoluzionaria. «La continuazione dell’attuale direzione del AFC rischia di compromettere l’unità della coalizione politica e di far fallire i negoziati. Per questo il Sudanese Revolutionary Front ha chiesto al Primo Ministro etiope colloqui separati», spiega Farjaj.

Dalle dichiarazioni fatte si intravvede un altro pericolo di conflittualità interna al movimento rivoluzionario, dopo le forti divergenze evidenziate dal National Umma Party e dal suo leader El Sadiq Al Mahdi, che hanno creato una forte crisi interna il giorno precedente al primo sciopero generale dal quale el Mahdi si è dissociato. «La richiesta delle RSF e le accuse rivolte al movimento rivoluzionario rappresentano un serio pericolo per la democrazia sudanese. Possiamo notare che le posizioni assunte da questo gruppo ribelle vanno a vantaggio della giunta militare. In effetti il Sudanese Revolutionary Front si è politicamente associato alle forze del Sudan Call: National Umma Parti, Sudanese Congress Party che sono ora in rottura con SPA e Partito Comunista. Il Sudan Call sta adottando una politica di sostegno indiretto ai militari e sta flirtando con le forze dell’Islam radicale. Vi sono fondati sospetti per supporre che il Transitional Military Council, attraverso il RSF, stia tentando di spaccare l’unione dei gruppi armati di liberazione. Il RSF è nato nel 2011 ed ha collaborato attivamente con il SPLM-N contro le forze governative nel Sud Kordofan e nel Blue Nile assieme al Justice and Equality Movement – JEM, ma ricordiamo che i dirigenti del RSF hanno una matrice politica legata al Islam radicale».

Nella crisi sudanese è intervenuto ufficialmente anche Papa Francesco, che ieri ha lanciato un appello di pace alle forze politiche sudanesi condannando la violenta repressione delle proteste della scorsa settimana: «Le notizie che ci giungono dal Sudan mi creano pena e timori. Preghiamo per questa popolazione affinché cessi la violenza e prevalga il buon senso e il dialogo».

Il Capo della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, nel tentativo di rafforzare l’incarico di mediatore dato al Premier etiope, ieri ha chiesto ufficialmente a tutti gli attori politici sudanesi di frenare la spirale di violenze innescata e di ripristinare il dialogo. Faki mantiene la posizione della UA: trasferimento di poteri ai civili entro il 30 giugno ma desidererebbe che questo passaggio di consegne avvenga grazie ad accordi tra le parti che sono possibili solo tramite la ripresa delle negoziazioni. Faki ha lanciato anche un monito ad Unione Europea, Stati Uniti, monarchie arabe, Russia e Cina, invitando tutti gli attori stranieri a «frenare le interferenze nella crisi in Sudan e a supportare gli sforzi della Unione Africana per avviare il processo di transizione democratica secondo le aspirazioni del popolo sudanese e per garantire pace e stabilità nella regione del Corno d’Africa e nel Continente».

A rafforzare gli appelli del Pontefice e della Unione Africana giunge l’intervento di Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba, che ha invitato le forse politiche e militari sudanesi a interrompere le violenze e a riprendere i negoziati per la transizione democratica spettante ad un governo di civili. L’intervento di Gheit sottolinea la nuova politica verso il Sudan adottata da Riyad e Abu Dhabi.

Gli sforzi UA, la mediazione del Premier etiope e gli appelli lanciati da Papa Francesco e Lega Araba sono stati ulteriormente vanificati dai generali Hemetti, Salah Gosh e al-Burhan a seguito del provocatorio e inaccettabile comunicato stampa reso pubblico nella serata di ieri, dopo l’ennesima ondata di violenze delle RSF che purtroppo includono anche lo stupro delle donne come arma politica.

Il comunicato accusa la direzione rivoluzionaria di essere responsabile delle violenze di queste ultime settimane negando ogni partecipazione delle milizie arabe RSF. «I metodi di protesta scelti dalla Alliance for Freedom and Change sono contrari alla legge coranica, alla fede mussulmana e violano il diritto di dissenso politico all’interno dell’opposizione. Con questi metodi delle forze politiche irresponsabili cercano di prendere vantaggio internazionale dalle violenze attuate da agenti provocatori addossando la colpa alle forze armate e ai suoi reparti d’élite che hanno sempre difeso la sicurezza dei cittadini e del Paese fin dall’inizio della rivoluzione che noi appoggiamo. L’organizzazione di scioperi generali e altre forme di disobbedienza civile stanno compromettendo gli sforzi del Primo Ministro etiope e dell’Unione Africana per la ripresa del dialogo. Le barricate illegalmente erette nella capitale e in altre parti del Paese stanno prevenendo alle forze di sicurezza di assicurare la protezione dei civili e incoraggiano decine di bande criminali ad approfittare del caos creato dalla dirigenza del AFC. Il Transitional Military Council rimane fedele nella protezione della popolazione e della Nazione e alla ripresa del dialogo ma avverte che non passeranno inosservati tutti i tentativi eversivi compiuti dall’opposizione in queste due ultime settimane», ha dichiarato il Responsabile della Sicurezza della giunta militare, il generale maggiore Jamal-Eddin Omer Ibrahim.

Chi è questo nuovo interlocutore militare? Un fedelissimo del regime caduto in disgrazia nel settembre 2018 quando l’ex Presidente Omar al-Bashir lo destituì dal suo incarico di Capo della Intelligence, militare sostituendolo con il generale Mustafa Mohamed Mustafa. Ora Jamal si è ripreso la rivincita, partecipando al TMC assieme al Generale Mustafa di cui Kamal giura di non nutrire alcun rancore.

Il provocatorio comunicato stampa del Consiglio Militare offre maggiori elementi sul piano contro-rivoluzionario, portato subdolamente avanti dai generali. Ora si accusa la direzione rivoluzionaria di provocare disordini, trasformando i manifestanti (pacifici) da vittime a responsabili e elevando le milizie arabe genocidarie che hanno iniziato a stuprare anche le donne, come garanti dell’ordine e della pace nel Paese. Una insopportabile provocazione per i rivoluzionari, oltre ad una primordiale falsificazione della realtà per allontanare future responsabilità penali.
Secondo la versione fornita dai militari, gli autori delle violenze non sarebbero le milizie RSF ma bensì delle bande criminali denominate “Naikkers” (paria in arabo). Purtroppo questi Naikkers esistono realmente ma non sono bande criminali collegate con la SPA e il Partito Comunista come la giunta militare sostiene.  
Si tratta di miliziani appartenenti al gruppo islamico sudanese vicino al Daesh, il Tayar El Umma El Wahida, conosciuto come Stream of One Nation, la corrente di una Nazione, riferendosi al Gran Califfato Mondiale del Daesh, guidate da Muhammad Ali al-Juzuli, arrestato da Bashir nel 2015, e inspiegabilmente rilasciato nel 2016. Muahammad Ali al-Juzuli e il Tayar El Umma El Wahida, secondo le nostre fonti a Khartoum, sono ricomparsi in Sudan tre settimane fa, richiamati dalle forze sudanesi dell’Islam radicale intenzionate a difendere a tutti i costi la legge coranica della Sharia e la giunta militare. Al-Juzuli avrebbe offerto i suoi ‘servizi’ al Transitional Military Council. Ovviamente al-Juzuli deve la sua scarcerazione, nel 2016, a due note figure del regime: il ‘Boia di Khartou’, il generale Salah Gosh, e il ‘Boia del Sudan’, il generale Mohammad Hamdan Daglo.

In conclusione, è doveroso notare che nel comunicato redatto dal Generale Jamal vi è contenuto un monito ai gruppi armati di resistenza. «Sappiano con certezza che esistono gruppi armati che stanno distribuendo armi ai civili per far scoppiare il caos in Sudan. La loro intenzione è di dichiarare guerra alle forze armate e alle Rapid Support Forces per conquistate Khartoum, altre città del Paese e infine il Sudan intero. L’esercito non permetterà il realizzarsi di questo disegno eversivo». Con le violenze di domenica e questo comunicato stampa, il Transitional Military Council dimostra di essere ancora intenzionato a portare a termine la contro-rivoluzione nonostante le forti opposizioni interne e internazionali.

Giungono due notizie dell’ultima ora che confermano la volontà della giunta militare di andare allo scontro finale nonostante le pressioni internazionali e la mediazione Unione Africana – Etiopia. Le nostre fonti a Khartoum ci informano dell’ennesima e grave provocazione del Transitional Military Council che oggi alle ore 11:00 locali ha arrestato e ordinato la deportazione in Sud Sudan di tre leader del movimento armato di liberazione SPLM-N. Trattasi del Vice Presidente Yasir Arman arrestato il 5 giungo e rilasciato oggi alle ore 09:00 locali, di Ismail Jallab Segretario Generale e di Mubarak Ardol portavoce del gruppo ribelle. La decisione è stata presa senza informare il mediatore: il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed.

Yasir Arman e gli altri due quadri del SPLM-N sono stati imbarcati su un aereo partito nel pomeriggio per Juba, la capitale del Sud Sudan. Malik Agar leader del SPLM-N e la direzione dell’Alliance for Freedom and Change hanno duramente criticato il blitz militare che rischia di compromettere le ultime speranze di ripresa del dialogo. Le stesse fonti di Khartoum hanno informato dell’accaduto anche il quotidiano americano online USNews, che dopo verifiche ha pubblicato la notizia.

Sempre le nostre fonti affermano che le Nazioni Unite hanno deciso nel primo pomeriggio di rendere operativa le misure preventive di sicurezza ipotizzate lo scorso 6 giugno di evacuare tutto il personale espatriato non indispensabile dell’Onu e delle sue Agenzie Umanitarie. Quattro giorni fa il portavoce ONU Farhan Haq aveva ventilato questa possibilità a causa del continuo deteriorarsi della sicurezza, informando che il personale rientrante nei piani di evacuazione non doveva preoccuparsi del posto di lavoro in quanto sarebbe stato temporaneamente ricollocato in missioni in altri Paesi. La notizia che le Nazioni Unite avrebbero deciso di rendere operativa l’evacuazione del suo personale espatriato, se sarà confermata, rappresenta un bruttissimo segnale per il Sudan e l’intera regione del Corno d’Africa.

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