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Sudan: le manovre saudite a favore della giunta militare Riyad e Abu Dhabi stanno agendo su Eritrea e Etiopia con successo, lavorando anche sugli Stati Uniti per ottenere appoggi trovando qualche almeno formale resistenza

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Ieri si è conclusa la seconda giornata di sciopero generale. L’iniziativa, promossa dalla Sudanese Professionals Association e Partito Comunista è stata un pieno successo. La partecipazione è stata altissima in tutto il Paese. Nonostante le pressioni dell’Esercito ieri anche i controllori di volo e il personale aeroportuale sono entrati in sciopero. É bastato un solo giorno per paralizzare l’aeroporto internazionale di Khartoum. Uno dopo l’altro i voli sono stati cancellati. Le compagnie aeree straniere, avvertite della agitazione sindacale, hanno annullato dai punti di partenza i voli diretti o facenti scalo a Khartoum. Anche lo strategico porto di Port Sudan, dove confluiscono i terminal per l’esportazione del petrolio sudanese e sud sudanese, è stato paralizzato dallo sciopero dei lavoratori.

Le adesioni allo sciopero generale del personale aeroportuale e portuale hanno lanciato un segnale forte: il movimento rivoluzionario è in grado di isolare il Sudan dal resto del mondo. La giunta militare si è ben guardata di intervenire per prendere il controllo dell’aeroporto internazionale, o di Port Sudan. Azioni considerate contro-producenti. Anche la minaccia di licenziare i dipendenti pubblici che avessero partecipato allo sciopero generale è caduta nel vuoto. Vari direttori dell’amministrazione pubblica hanno pubblicamente espresso la loro solidarietà all’iniziativa incoraggiando i dipendenti a scioperare. Incoraggiamenti pubblicati anche sulle piattaforme di vari social media.

Il Transitional Military Council ha accuratamente evitato di soffocare lo sciopero generale, preferendo subire la forte pressione popolare. Un qualsiasi intervento militare per bloccare lo sciopero sarebbe stata la scintilla della guerra civile. Il Generale Mohammed Hamdan Dagalo (Hemetti), si è limitato a condannare lo sciopero generale accusando la direzione rivoluzionaria di aver danneggiato la popolazione sudanese interropendo le attività nelle scuole, ospedali, uffici pubblici e aeroporto e porto.

Nonostante la prudenza dimostrata la giunta militare rimane ferma sulla rivendicazione del potere esecutivo all’interno del governo di transizione. «Possono urlare quanto vogliono ma i manifestanti non rappresentano il popolo sudanese. Il TMC non ha alcuna intenzione di rientrare nelle caserme in quanto fedele al suo mandato di proteggere i sudanesi e di gestire il periodo di transizione tramite il controllo del Consiglio Supremo con pieni poteri esecutivi. I manifestanti devono comprendere che si conquista il potere non scendendo in piazza ma andando a votare», ha dichiarato il Generale Luogotenente Salah Abdel Khaliq.

Dalle posizioni assunte dal TMC si deduce che i generali del vecchio regime si stanno orientando verso lo scontro finale, ma sono ben consapevoli che devono scegliere modalità e tempistica giuste. Non si inizia una guerra dagli esisti incerti se non costretti. Il TMC per attivare la linea dura contro la rivoluzione deve avere almeno il 60% di possibilità di riportare la vittoria.

Al momento attuale non esiste alcuna garanzia di successo se i militari scelgono di scatenare il conflitto. Vari reparti dell’Esercito difendono apertamente i manifestanti e rifiutano di eseguire qualsiasi ordine di repressione del movimento. I gruppi armati ribelli sono pronti ad intervenire. La spaventosa massa di manifestanti può essere armata. Il loro numero e la loro determinazione compensa la mancata preparazione militare. Stati Uniti ed Unione Europea hanno spostato la loro diplomazia a favore della rivoluzione borghese. Ogni tentativo di reprimere nel sangue la rivoluzione metterebbe la giunta nelle stesse condizioni del Colonnello Mu’ammar Gheddafi in Libia, o del Presidente Bashar al-Assad in Siria, con il rischio di un intervento militare occidentale.

Per preparare lo scontro occorre creare le condizioni favorevoli per la vittoria. É quello che sta facendo la giunta militare. Sul fronte interno sta cercando di minare l’unità politica delle Forze per la Libertà e il Cambiamento, facendo leva su leader dell’Islam (apparentemente) moderato El Sadig El Mahdi e del suo partito, il National Umma Party (NUP). El Mahdi si è dissociato dallo sciopero generale

La difesa ad oltranza delle milizie arabe Rapid Support Forces (RSF) e della Polizia politica National Intelligence Security Service (NISS), nonostante la recente ondata di violenze contro i manifestanti è tesa ad assicurarsi la lealtà delle uniche forze sicure a disposizione del regime. Si stanno intensificando gli incontri con i generali islamici fuoriusciti dalla giunta e con le forze dell’Islam radicale, con l’obiettivo di assicurarsi il loro supporto in caso di scontro.

Per impedire un’alleanza tra i reparti dell’Esercito simpatizzanti della rivoluzione e i gruppi di resistenza armata, la giunta militare ha lanciato un ultimatum ai principali gruppi tra cui il SPLM-N e il JEM di lasciare entro breve il Sudan o di subire le conseguenze.

Un’altra mossa che sta tentando il TMC è quella di proporre elezioni anticipate senza attendere il periodo di transizione di tre anni. La proposta apparentemente sembra assurda: chi voterebbe per i generali? Al contrario è una proposta molto astuta e subdola. Se le elezioni si tenessero in questo momento la giunta militare avrebbe la possibilità di manipolare i risultati elettorali a suo favore. Forti di un verdetto (anche fasullo) delle urne, i generali acquisirebbero una (fragile) legittimità internazionale, sufficiente per attivare la repressione se l’opposizione non volesse accettare i risultati elettorali. Le recenti elezioni nella Repubblica Democratica del Congo hanno dimostrato che è possibile attuare frodi elettorali e imporre la propria volontà ,senza che la comunità internazionale non vada oltre a delle formali proteste.

La proposta ventilata di elezioni anticipate, avanzata ieri, ha trovato l’appoggio del National Umma Party e del Sudan Call. In un comunicato stampa, i due partiti hanno dichiarato che se venissero indette le elezioni vi parteciperebbero. Il comunicato è stato confermato da Alquds Alarabi, braccio destro di Al-Mahdi, in una intervista rilasciata da Londra, dove risiede. «Parlare di elezioni anticipate è sensato in quanto sia il TMC che la direzione rivoluzionaria non hanno un mandato ufficiale dal popolo. Questo mandato si ottiene solo nelle urne». Per salvare la faccia, i due partiti di opposizione rivendicano una commissione elettorale indipendente. Il fronte NUP e Sudan Call ha come obiettivo frantumare la coesione interna delle Forze per la Libertà e il Cambiamento, fino ad ora mantenuta grazie agli sforzi della SPA e del Partito Comunista Sudanese.

Ma è sul piano della diplomazia internazionale che il TMC tenta disperatamente di rompere l’isolamento e riconquistare fiducia e supporto dei suoi partner occidentali, fino a pochi mesi fa alleati nella lotta contro il terrorismo islamico e nel contenimento dei flussi migratori dal Corno d’Africa all’Europa. Il delicato lavoro diplomatico è affidato al generale Salah Gosh, ex capo della NISS. Teoricamente agli arresti domiciliari, Gosh è impegnato in una tournée mondiale per riallacciare alleanze e sostegni politici. Quando la magistratura sudanese ha scoperto che il Boia di Khartoum è latitante non ha emesso un mandato di arresto internazionale lasciando così ampi spazi di manovra. Quale Governo occidentale negozierebbe con un generale già colpevole di crimini contro l’umanità, su cui pende un mandato di arresto internazionale emesso dallo stesso Governo militare?

Secondo alcune informazione, Salah Gosh si troverebbe attualmente a Riad, Arabia Saudita, dove sta coordinando le mosse diplomatiche appoggiato dalla monarchia saudita e dagli Emirati Arabi. Il piano diplomatico concepito è quello di conquistare il supporto dei Paesi confinanti -Etiopia ed Eritrea- per evitare che le forze rivoluzionarie possano trovare in questi Paesi delle basi militari sicure e protette. Nello stesso tempo, tramite il supporto politico di Riyad e Abu Dhabi, si sta tentando di far cambiare idea alle potenze occidentali, agendo sul promotore del fronte anti-TMC, gli Stati Uniti.

Tra il 24 e il 26 maggio, Salah Gosh è stato in grado di organizzare degli incontri ufficiali tra la giunta militare e i governi saudita, emirati ed egiziano. Una delegazione del TMC, guidata dal generale Abdul Fattah Burhan ha incontrato Re Salman a Riyad, il Principe Mohamed Bin ZaZayed ad Abu Dhabi e il Presidente al-Sisi al Cairo. Ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi è stato chiesto un sostegno politico a livello internazionale e all’Egitto di controllare le forze contrarie alla giunta all’interno dell’Unione Africana e di trasformare l’attuale posizione verso il TMC in un supporto tacito. La UA ha concesso ai militari tempo fino al 30 giugno per passare il potere ai civili senza condizioni.

Riyad e Abu Dhabi hanno, come prima cosa, garantito la sopravvivenza economica della giunta militare, concedendo aiuti ‘umanitari’ per un valore di 3 miliardi di dollari di cui 750 milioni già versati alla Banca Centrale di Khartoum. Ora stanno agendo su Eritrea, Etiopia e Stati Uniti. Il sostegno di Asmara e Addis Ababa è cruciale e le monarchie arabe hanno su questi due Paesi una forte influenza sia economica che politica. La pace raggiunta nel 2018 tra Etiopia ed Eritrea è un successo diplomatico saudita, nonostante che i rispettivi governi continuino a negare la presenza di mediatori stranieri durante le trattative che hanno portato a terminare una guerra pluridecennale.

Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed si sta esponendo apertamente a favore della giunta militare. Ha incontrato il Generale Abdul Fattah Burhan, ad Addis Ababa, con tanto di foto ricordo ufficiale, calorose strette di mano e sorrisi. Il Primo Ministro ha dichiarato tutto il suo supporto al processo di transizione alla democrazia, riconosciuto il ruolo di garante nazionale del TMC e auspicato che l’opposizione trovi un accordo per la formazione di un governo provvisorio ricordando che tutti gli accordi prevedono compromessi. I servizi segreti etiopi hanno favorito la fuga del fratello di Bashir, Al-Abbas Hassan Ahmed al-Bashir avvenuta il 12 aprile. Grazie al loro sostegno, Al-Abbas è ora sano e salvo ad Istanbul, a godersi i milioni rubati al popolo sudanese.

Più prudente e subdolo il Presidente eritreo Isaias Afwerki che ha inviato una delegazione a Khartoum per incontrare il TMC, garantendo il supporto eritreo. La delegazione, guidata da Ministro degli Esteri e dal Consigliere Presidenziale, ha anche incontrato le forze dell’opposizione, insistendo sulla necessità di raggiungere un compromesso onorevole per creare il governo provvisorio.

L’Etiopia ha tutto l’interesse ad appoggiare la giunta militare in quanto teme che una eventuale guerra civile possa creare le condizioni ideali per l’entrata in scena di Al Qaeda e del Daesh. Avere alla frontiera un Paese sprofondato nel caos e migliaia di terroristi islamici alle porte non è auspicabile per un Paese cristiano, con al suo interno una nutrita minoranza mussulmana sunnita -34% della popolazione.

Per l’Eritrea il supporto alla giunta militare ha motivazioni pragmatiche. Omar Al Bashir è stato sempre considerato un nemico mortale di Afwerki, eppure sostenendo il TMC il governo di Asmara sta puntando a divenire un attore principale della pace sudanese, con l’obiettivo di rafforzare la posizione internazionale dell’Eritrea. Assumere il ruolo di pacificatore regionale è di primaria importanza per la dittatura di Asmara, sopratutto ora che gli Stati Uniti sono propensi a togliere le sanzioni economiche che hanno strangolato l’economia eritrea. La Casa Bianca sta anche vagliando la possibilità di cancellare l’Eritrea dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo internazionale. L’Eritrea fu inserita nella lista nel maggio 2017, aggravando ulteriormente le sanzioni economiche. Per ogni multinazionale o istituto finanziario è praticamente impossibile fare affari con un Paese inserito in questa lista. Secondo vari esperti americani, la fine dell’embargo economico è questione di poco tempo ora, che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso parere favorevole a cancellare le sanzioni definendole un errore.
Il Paese, considerato da Stati Uniti e Unione Europea alla stregua di una Corea del Nord africana, per la brutalità di un regime sanguinario e dispotico, sta attraversando lo stesso processo di riabilitazione delle potenze occidentali rivolto nel 2012 alla dittatura islamica sudanese. Gli attori di questa riabilitazione sono gli stessi del Sudan. In prima fila il Governo italiano. Intense le attività della Farnesina per trasformare il sanguinario Afwerki in un rispettabile Capo di Stato sulla pelle dei cittadini eritrei e sugli immigranti africani. Obiettivo:  assicurasi un posto di primo d’ordine quando la ripresa degli affari commerciali con l’Eritrea diverrà realtà.

Per l’Italia la riabilitazione del regime del terrore eritreo è di primaria importanza. Roma sta rischiando grosso nelle crisi libica e sudanese. Vi è la possibilità che diventi evidente la complicità del Governo italiano nei crimini contro l’umanità commessi dai suoi partner libici e sudanesi in nome del contenimento dei flussi migratori. Nella Regione dei Grandi Laghi, l’Italia è stata di fatto estromessa. Ha perso influenza in Kenya, Rwanda, Uganda. In Congo da ormai tre anni nessun Ambasciatore italiano viene accreditato dal Governo. L’Italia sta addirittura perdendo la sua influenza sull’Etiopia, che preferisce alleati più solidi e facoltosi.

Il colpo grosso del Boia di Khartoum è stato l’incontro tra esponenti del governo americano e la delegazione del TMC, avvenuto a Washington lo scorso 28 maggio. Il generale Abdel Fattah Burhan, dopo la tounèe in Egitto e Penisola Araba, ha incontrato le autorità americane per esporre le ragioni della giunta militare e assicurare gli Stati Uniti che l’Esercito è interessato solo a gestire il periodo di transizione per evitare che il caos in Sudan.

Per essere più convincente, il generale Burhan ha ricordato alla controparte americana il rischio che il terrorismo internazionale islamico si inserisca in un non auspicabile contesto di guerra civile, diventando una minaccia per la sicurezza mondiale, al pari di Libia e Siria. Burhan avrebbe chiesto alla Casa Bianca se se la sente di gestire uno scenario nord africano dove le forze islamiche imperversano in Libia, Sudan, Mali, Nigeria, Niger.

La visita di Burhan a Washington sarebbe stata organizzata dalla CIA e da Salah Gosh, che era presente in territorio statunitense circa 10 giorni fa per i preparativi. La CIA ha sempre considerato Gosh come un suo uomo offrendo appoggi, finanziamenti e protezioni quasi illimitate, nonostante la sua partecipazione al genocidio in Darfur. Immediata la smentita del Dipartimento dello Stato. «Siete liberi di credere ai rumori e alle false notizie diffuse dai giornalisti. Le autorità americane non hanno mai incontrato membri del Transitional Military Council , nè tanto meno concesso il Visa al Generale Salah Gosh. Il Governo americano non ha nemmeno intenzione di incontrare Gosh o altri esponenti del regime in futuro. La posizione del Presidente Donald Trump è chiara e rimane immutata. La giunta militare deve al più presto passare il potere ad un governo composto unicamente da civili», si legge in un comunicato stampa ufficiale a firma di Andrew Brunett, vice direttore dell’Ufficio americano per il Sudan e il Sud Sudan.

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