venerdì, Maggio 24

Sudan: le forze islamiche si alleano con i militari Popular Congress Party e National Coordination for Change and Construction ok a transitorio guidato dal Consiglio Militare

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Le forze islamiche sudanesi hanno lanciato un appello per un periodo transitorio guidato dal Consiglio Militare con un governo civile scelto dall’Assemblea parlamentare. L’appello é stato lanciato dalle due principali forze islamiche, il PCP (Popular Congress Party) e il NCCC (National Coordination for Change and Construction) in due sperati meeting con la giunta militare.

«L’Esercito ha giocato un ruolo decisivo per ottenere il cambiamento nel Paese come richiesto dalla popolazione. Il PCP non vuole partecipare al governo di transizione che deve essere composto da politici qualificati e competenti. Noi non siamo contrari ad una collaborazione tra militari e civili»,  ha dichiarato Idris Suleiman, segretario politico del PCP in un comunicato ufficiale trasmesso all’agenzia di Stato ‘SUNA’.

«Il Consiglio militare ad interim dovrebbe essere responsabile della sovranità del Paese durante il periodo di transizione, affiancato da un Governo civile composto da politici indipendenti e dal collegio legislativo per il monitoraggio sulle performance del governo» , ha dichiarato Shafile Ahamed Mohamed, leader del  National Coordination for Change and Construction.

La giunta militare ha annunciato che il Comitato Politico da loro formato é appoggiato da un gruppo di esperti e professori universitari che stanno studiando le proposte da sottoporre alle forze politiche e sociali del Paese sulle modalitá di gestione durante il periodo di transizione. Gli annunci sono stati preceduti da una evidente impazienza da parte della giunta militare, che ieri  ha ordinato di rimuovere le barricate erette presso il quartier generale nella capitale, Karthoum. Ordine andato al momento a vuoto.

Le dichiarazioni fatte dai leader dei maggiori partiti islamici suona con un tradimento alle orecchie della rivoluzione. Un tradimento messo in conto, visto che le forze laiche alla guida della rivoluzione  -tra tutte spicca la Sudan Professionist Association (SPA)- hanno fatto in modo che queste forze islamiche non riuscissero a prendere il sopravvento sul movimento rivoluzionario, come successo in Egitto. Quindi nessuna sorpresa. Li conoscono bene in quanto dal colpo di Stato del 1989, per un lungo periodo hanno governato assieme ai generali e al Presidente Omar Al Bashir, prima di venire estromessi negli ultimi 6 anni in quanto il loro estremismo islamico mal si conciliava con la necessità di distensione con le potenze occidentali.

L’aver impedito alle forze islamiche di prendere la testa della rivoluzione dissipa le voci secondo cui dietro alla SPA ci sarebbe la lunga mano dei Fratelli Mussulmani. La direzione del movimento é, e rimane, secondo quando ci dicono le nostre fonti -non controllabili-, rigorosamente laica. In queste settimane molti media occidentali hanno tentato di indagare su quale sia la forza esterna che sostiene la SPA. Varie ipotesi sono state formulate: dalla Fratellanza Mussulmana alla Cina. Secondo le nostre fonti a Karthoum la realtà sarebbe più semplice e meno complottistica.

La SPA non avrebbe finanziatori stranieri epadriniocculti in quanto formata dalla elite della classe imprenditoriale, la quale avrebbe a disposizione un ingente quantità di contanti per finanziare il movimento rivoluzionario. Esssendo una rivolta popolare spontanea, i costi di gestione per la SPA si limitano a comunicazioni, logistica, trasporti, acqua potabile, qualche rinfresco, campagne di marketing internazionali, protezione legale e ricompense alle famiglie degli attivisti arrestati, feriti o uccisi dalle forze dell’ordine.

Questi imprenditori per almeno vent’anni hanno fatto le loro fortune grazie al regime di Bashir. Era la classe privilegiata dopo i generali e i politici del National Congress Party. Progressivamente si sono resi conto che il regime di Bashir sul lungo termine avrebbe portato il Sudan alla rovina. Istituzioni deboli ed economia in recessione sono ottimi ingredienti per le infiltrazioni del terrorismo islamico. Tra pochi anni il Sudan si sarebbe trasformato in una terra di estremisti, che potevano scatenare conflitti dai risultati incerti.

Quando la SPA ha constatato la rivolta spontanea della popolazione ha subito agito per prenderne la leadershipQuesta è anche la spiegazione della irremovibile richiesta della SPA di far piazza pulita di ogni persona che ha partecipato al regime, quindi l’impossibilità di cogestire il potere con la giunta militare.
Gli imprenditori alla guida della rivoluzione borghese conoscono bene tutti gli attuali attori al Governo e sanno di non potersi fidare, in quanto la necessità della giunta militare di salvare il regime nella misura del possibile non si concilia con la necessità economica di trasformare il Sudan in un moderno e laico Paese, per poter rilanciare l’economia e la produzione.

Come avevano previsto alcuni esperti regionali, il post-Bashir ha creato due contrapposti poteri: la giunta militare e il Consiglio Civile, organo annunciato dalla SPA, chiamato a esercitare le funzioni sovrane dello Stato, nel contesto del quale l’Esercito ricoprirà il ruolo di garante della pace e della sicurezza, ma subordinato al Parlamento. Entrambe le forze contrapposte sono considerevoli e al momento non riesce ad emergere un vincitore. Questo spiega i ripensamenti delle potenze occidentali che in un primo tempo erano incline ad appoggiare la giunta militare, e  ora invece stanno stanno (forse sarebbe più corretto usare il condizionale) supportando il governo civile.

L’appello delle forze islamiche é stato accolto dalla SPA e dalla popolazione con sdegno, azzerando la loro credibilità politica, la poca rimasta.
Sadiq Al Mahdi, leader del National Umma Party (NUP), ha lanciato un contro-appello, chiamando la popolazione ad appoggiare le forze del Freedom and Change, che sabato hanno deciso di sospendere i colloqui con la giunta militare, accusando il generale Omer Zain Al Abdin di essere un estremista islamico. In un comunicato stampa il NUP denuncia «l’intenzione di promuovere un’agenda politica occulta da parte della giunta militare per far sopravvivere il regime. Per questo si assiste all’avvicinamento con le forze islamiche. Vogliono lanciare una controrivoluzione e ritardare il più possibile il trasferimento dei poteri ad un governo civile. Noi richiamiamo la giunta militare a rispondere immediatamente e senza ritardi al trasferimento dei poteri alle forze della Declaration of Freedom and Change uniche rappresentanti della volontá popolare» .

La giunta militare ha segnato un colpo a suo favore durante il meeting dell’Unione Africana sul Sudan e Libia, tenutosi al Cairo ieri 23 aprile, facendo passare la loro richiesta di concedere un periodo di tre mesi affinché la giunta possa terminare le discussioni con gli attivisti della protesta e i gruppi di opposizione su come gestire il periodo di transizione.  L’Unione Africana, infatti, ha concesso alla giunta militare un periodo di tre mesi per cedere il potere ai civili. Una decisione che contraddice la precedente: la UA aveva concesso solo due settimane. Anche sulla sospensione del Sudan come Stato membro la versione é cambiata. La sospensione potrebbe creare difficoltà alle autorità del Sudan per riprendersi dalla crisi economica. La posizione originaria adottata ad Addis Ababa aveva non solo incoraggiato il movimento rivoluzionario, bensì aveva contribuito a far cambiare idea ad Unione Europea e Stati Uniti.
Ora questo dietrofront potrebbe far scattare un meccanismo a catena che potrebbe indebolire la SPA.

L’artefice di questo dietrofront a favore della giunta militare è stato il generale Abdelfattah al-Sisi. Non é un caso. Conosce molto bene i militari del regime sudanese, conoscenze costruite durante il regime Mubarak. Come loro anche al-Sisi è riuscito a far deragliare la rivoluzione e a far sopravvivere il regime senza Mubarak. Dopo un breve tentennamento verso la SPA e la protesta popolare, il Cairo ha deciso di giocare sul sicuro. Il Sudan è una Paese strategico per l’Egitto, anche a causa del contenzioso con l’Etiopia sulle acque del Nilo e della Diga Grande Rinascita. Prima del summit ci sono stati intensi colloqui al Cairo tra al-Sisi e alti esponenti della giunta militare, tra cui Jalaleldin El Sheikh e Abdelfattah El Burhan.

I trucchi diplomatici e la scoperta di un tesoro in banconote estere e sudanesi custodito da al-Bashir in due stanze della residenza presidenziale, hanno fatto accrescere la determinazione popolare. Il tesoro é stato immediatamente trasferito presso la Banca Centrale. Si tratta di 351 milioni di dollari, 6,7 milioni di euro, 5,2 milioni di sterline inglesi, 5 miliardi di pound sudanesi corrispondenti a circa 98 milioni di euro.  

In tutto il Paese sono aumentate le forme di protesta, per dar man forte ai manifestanti che sono a Khartoum.
Le forze della DFC (Declaration of Freedom and Change), nel Kordofan Occidentale, hanno sottoposto al comando militare regionale della 89sima divisione di fanteria un elenco di richieste, tra queste, la prima richiesta è quella di passare dalla parte della rivoluzione, affinché tutti i responsabili del regime siano incarcerati e un governo laico e civile gestisca il periodo di transizione alla democrazia. Non si conosce la risposta del comando militari ma la richiesta avanzata tende evidentemente ad attirare il piú alto numero possibile di militare dalla loro parte, in previsione dello scontro finale.
Nel Sud Kordofan, la DFC ha organizzato una marcia popolare in supporto alla SPA, la quale avrebbe registrato tassi di partecipazione molto alti.
Nel Blu Nile, il principale gruppo armato, Sudan People Liberation MouvementNord (SPLM-Nord), ha decretato una tregua unilaterale per permettere alle forze armate di riflettere sulla situazione e di poter individuare la parte giusta dalla quale stare.
Proteste sono state organizzate dalla DFC la principale nel capoluogo di provincia, durante la quale i leader della DFC hanno annunciato il loro supporto alla decisione della SPA di sospendere le discussioni con il Consiglio Militare di Transizione. Il tutto davanti alla caserma militare di El Damazin piena di soldati molto nervosi e confusi.
Nel Sud Darfur gli attivisti della DFC hanno presentato alla guarnigione militare regionale un ultimatum per sottostare alla volontà popolare, contribuire all’arresto dei responsabili del regime, messa fuori legge del Nationa Congress Party, passaggio immediato dei poteri ai civili e sostegno alla democrazia. La folla darfurina si spinge oltre domandando l’immediato processo a tutti i politici del NCP e ufficiali locali che si sono macchiati di corruzione durante gli anni della guerra civile e durante l’attuale crisi economica.
A Port Sudan, dove vi sono i terminal degli oleodotti per l’esportazione, la DFC ha organizzato un sit in permanente davanti alla caserma militare regionale. In tutte le scuole pubbliche é stata rimossa la foto del ex presidente Omar Al Bashir e sostituita con la foto del maestro Ahmed El Kheir che fu torturato a morte degli ufficiali di sicurezza nella prigione di Khashm El Girba lo scorso febbraio.  
A Sennar lla DFC ha annunciato che non entrerà in negoziti regionali come proposto dalle autorità militari locali, in quanto tentativo di indebolire il fronte rivoluzionario. A Singa,  hanno organizzato un sit in permanente davanti al quartiere generale della 17sima Divisione di Fanteria.

La SPA non demorde. Sono iniziati sit-in ad oltranza davanti al Quartiere Generale dell’Esercito a Khartoum e in altre città del Sudan. I sit-in dureranno fin a quando non saranno accolte tutte le richieste politiche, lo scioglimento della giunta e il passaggio dei poteri ad un governo civile. Una moltitudine di persone enorme è determinata a morire piuttosto che a rinunciare alla democrazia.
La rivoluzione borghese del Sudan, secondo alcuni analisti, supera in qualità politica e in determinazione tutte le primavere arabe, compresa quella in corso in Algeria.
La SPA ha deciso di lanciare l’ennesima sfida al regime organizzando una marcia a Khartoum, dove ha promesso di far scendere in strada un milione di persone per domandare il passaggio dei poteri ad un governo civile.

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