lunedì, Ottobre 21

Sudan: la rivoluzione dell’Afrocrazia Consiglio Militare e Forces of the Declaration of Freedom and Change hanno dato vita al Comitato congiunto per la definizione del passaggio di poteri ai civili

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Nell’arco di meno di una settimana in Sudan la rivoluzione borghese è passata dalla decisione dei manifestanti di bloccare i colloqui con la giunta militare alla collaborazione con la medesima. Insomma: ennesimo colpo di scena in quella che è la rivoluzione più imprevedibile e pazza che si sia mai vista in Africa, e non solo.

Il 21 aprile scorso le Forces of the Declaration of Freedom and Change (DFC) hanno deciso di sospendere i colloqui con il Consiglio Militare di Transizione.
Il 24 aprile il Consiglio Militare ha convocato una riunione con i leader dell’opposizione al Palazzo presidenziale.  Il movimento di opposizione Forces for Freedom and Change ha accettato l’invito. Contestualmente, Sudanese Professionals Association (SPA), l’associazione dei professionisti sudanesi che ha guidato le proteste, e Forces for Freedom and Change -della quale SPA è parte integrante e fondamentale-  hanno rifiutato il nuovo calendario proposto dal summit dell’Unione Africana (Ua) tenutosi ieri in Egitto -UA aveva dato 3 mesi alla giunta militare per passare il Governo del Paese ai civili- invitando a un nuovo sciopero generale e a una marciada un milione di persone’.

Nella notte tra il 24 e il 25 aprile, la riunione del Consiglio militare e  dell’opposizione partoriscono un accordo: alcune controversie sussistono, tanto è vero che nell’annunciare l’accordo le opposizioni confermano la ‘marcia del milione’. Manifestazioni infatti si terranno  il giorno successivo, giovedì, e proseguiranno nel venerdì di preghiera, ma in un clima meno teso.  I militari riconoscono Alliance for Freedom and Change come unico interlocutore per discutere della transizione in Sudan.  L’accordo della notte del 24 aprile, secondo i militari, è «sulla maggior parte delle richieste presentate nel documento dell’Alliance for Freedom and Change», come dichiarato a notte fonda dal tenente generale Shamseddine Kabbashi, portavoce del Consiglio Militare. L’accordo non è stato trovato, invece, sulla richiesta chiave di consegnare subito il potere a un governo civile, ma «non c’erano grosse controversie». Il principale disaccordo tra le due parti riguarda la presidenza di transizione, in quanto l’Esercito vuole mantenere il suo ruolo a capo dello Stato, mentre l’opposizione afferma che dovrebbe essere un’autorità civile. Tuttavia, le forze della libertà e del cambiamento non escludono la partecipazione dell’Esercito. Per le altre istituzioni, il Governo e il Parlamento di transizione, il Consiglio Militare dice di non voler prenderne parte.
L’accordo prevede la formazione di un comitato congiunto militari e forze di opposizione.

Nelle stesse ore, il Consiglio Militare ha annunciato le dimissioni di tre membri del corpo dirigente, si tratta dei tenenti generali islamisti Omar Zain al-Abdin, Jalaluddin Al-Sheikh e Al-Tayieb Babikir.
Le dimissioni dei Generali vicini al Islam radicale e l’isolamento politico attuato verso le forze islamiche dopo il loro appoggio alla giunta militare, sembrano fare naufragare il tentativo del regime di compattare le forze storicamente alleate per rimodellarsi e continuare a controllare il Paese contro la volontà popolare, ci dicono le nostre fonti sudanesi.  
Le forzate dimissioni sono avvenute dopo l’incontro tra il leader della giunta militare Abdel Fattah Al Burham e Alliance for Freedom and Change controllata dalla SPA che é alla testa della rivoluzione. Incontro, per altro, che si è concluso con una inaspettata conferenza stampa congiunta tra il portavoce dei militari, Kabbashi, e la leadership della Freedom and Change.  
«Concordiamo nella creazione di questo comitato misto per discutere tutti i punti di passaggio del potere e introdurre soluzioni comuni tra la giunta militare e la Alliance of Freedom and Change», ha detto il Generale Shamseldin Kibashi. «Ci siamo accordati per una serie di incontri basati su uno spirito collaborativo tra le parti e in linea con le richieste della Alliance of Freedom and Change. Onestamente possiamo dire che i colloqui sono iniziati sotto l’auspicio di una discussione onesta e costruttiva»  ha dichiarato Ahmed Rabie, portavoce della SPA.

Il 27 aprile si è tenuta la prima riunione del  comitato congiunto, obiettivo della riunione è  stato discutere la richiesta dei manifestanti ai militari per il passaggio dei poteri a un governo civile.
Le forze islamiste del  Sudan’s Islamist Popular Congress Party (PCP), ieri, hanno fatto sapere di non riconoscere il comitato congiunto e la transizione che eventualmente sarà concordata.

La SPA, sentita riservatamente dalle nostre fonti sudanesi, esclude categoricamente che i colloqui iniziati siano da intendersi come un cedimento della SPA. Al contrario, i colloqui rappresentano un atto dovuto della giunta militare che si trova in estrema difficoltà e bloccata proprio perché non può spostare lo scontro politico sul piano militare.

La rivoluzione di velluto non violenta ideata dalla Sudanese Professionists Association é risultata l’arma di distruzione di massa che può essere fatale al regime, afferma Julius Nyambur, ricercatore senior di politica africana presso il Centro Ricerche per la Sicurezza e Governo e consulente presso l’Istituto degli Stati Uniti per la Pace e Laboratorio di Pace Tecnologica a Washington DC.

Secondo Julius Nyambur, la rivoluzione borghese in atto in Sudan dimostra quanto gli africani siano stanchi sia delle dittature che dei modelli democratici occidentali. Al posto di queste forme di governo sta emergendo il concetto di Afrocrazia. Una democrazia basata sulla diretta consultazione con i cittadini, il dialogo, il consenso, l’inclusività, la leadership per delega e rimovibile, la gestione tecnocratica, secolare e laica del potere.

Il lavoro di Nyambur  si spinge oltre all’analisi di questo nuovo modello di governo del Sudan e della sua rivoluzione, per leggere il tutto anche in riferimento all’Occidente. Una lettura marcatamente ‘militante’, che offre però spunti di riflessione interessanti.

«Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno politico. Gli africani sono stanchi di regimi autoritari che privano della democrazia. Basta osservare gli avvenimenti in Algeria, Sudan e Mali dove in meno di tre mesi sono scoppiate rivolte popolari in grado di mettere in seria discussione il potere stabilito. Queste rivoluzioni sono caratterizzate da un’ottima organizzazione, assenza di violenza e chiari programmi politici che rafforzano la determinazione della popolazione. I rivoluzionari sono contrastati con le classiche manovre controrivoluzionarie attuate fin dalla rivoluzione francese e quindi note e prevedibili», afferma  Nyambur.

«Vi è una chiara intenzione di non scendere a compromessi e di rifondare il Paese su basi politiche ed economiche nuove ripulendolo in toto dalle persone di potere del passato anche e sopratutto chi tenta ti trasformarsi in amico del popolo e garante della stabilità tentando di rimanere al potere eliminando solo il dittatore e il suo entourage piú ristretto e compromesso. Lo possiamo definire una specie di tradimento interno attuato sempre dai militari tramite colpi di Stato soft. Quello che é interessante ed unico in questi movimenti rivoluzionari, che li differenziano dai precedenti -compresa l’ondata di primavere arabe in Nord Africa e Medio Oriente-, é il rifiuto di replicare il modello democratico occidentale. Questo dimostra che gli africani sono stanchi delle dittature, ma anche della democrazia proposta da Unione Europea e Stati Uniti»

«Il loro rifiuto verso il modello di democrazia occidentale nasce dalla constatazione che questo modello è facilmente manipolabile e corruttibile dalle classi militare, politica e imprenditoriale. Attraverso varie macchinazioni e trucchi queste classi sociali progressivamente trasformano la democrazia in oligarchia. Processo ormai completo nella maggioranza dei Paesi Europei. A gran sorpresa solo gli Stati Uniti resistono a questo involuzione politica, in quanto gli interessi dell’alta finanza e del capitalismo vengono moderati da istituzioni democratiche come il Congress, la Magistratura, i Federali, che sono storicamente vincolati alla Costituzione Americana», sostiene il ricercatore.

«La rivoluzione in Sudan è unica ed esemplare. Per 30 anni il Paese é stato guidato da un brutale dittatore Omar Al Bashir che giunse al potere in un colpo di Stato nel 1989 supportato dalle forze islamiche, distruggendo le istituzioni democratiche e sostituendole con la legge coranica della Sharia. L’Undici Aprile 2019 per una combinazione di vari fattori Bashir é stato costretto a dimettersi senza che in Sudan scoppi una guerra civile o un bagno di sangue.  
Ancora più importante la rivoluzione sudanese è seguita da tutto il mondo dai media internazionali. Questo amplifica il messaggio rivoluzionario e la solidarietà internazionale, perché chiunque può constatare che il movimento rivoluzionario sudanese è organizzato, politicamente maturo e non violento».
«La Sudanese Professionals Association in questi mesi ha acquistato appoggi e simpatie da una significante parte dell’Esercito e della Polizia, che hanno portato alle dimissioni del dittatore e al suo arresto. Possono anche facilmente contare sull’appoggio dei vari gruppi guerriglieri, che per decenni si sono opposti alla dittatura. Consapevole della sua influenza, la SPA rifiuta però il ricorso alla violenza, in quanto sa che una volta entrati nella spirale della guerra civile si gioca in un terreno favorevole alle dittature e agli immancabili opportunisti che tentano di infiltrarsi. Nel caso del Sudan le forze islamiche estremiste sia nazionali che internazionali», sostiene Nyambur.

«Rispetto alle rivolte del 1964 e del 1985 la rivoluzione borghese della SPA si differenzia per essere una rivoluzione di velluto. Tutte le provocazioni del regime per spostare il dibattito politico sul piano della violenza e dello scontro militare sono fallite e non hanno scalfito l’unità del movimento. La SPA ha dimostrato che l’uso della violenza non serve, creando il paradosso storico di un dittatore saldo al potere che ha sopravvissuto alle guerre civili in Sud Sudan, Darfur, Sud Kordofan, Blue Nile (alcune ancora in corso) ma é stato costretto a capitolare difronte a una folla determinata, formata da donne e studenti che non si sono abbandonati alla violenza e sono stati capaci di soffocare gli infiltrati inviati da Bashir per creare caos e atti criminali capaci di danneggiare la reputazione della rivoluzione e dare un pretesto per le forze di repressione di intervenire su vasta scala risolvendo la crisi manus militaris.
Questa tattica ha permesso di conquistare molti soldati e ufficiali di Esercito e Polizia che hanno solidarizzato e protetto i cittadini contro gli elementi radicali della sicurezza nazionale: la NISS e le Forze di Rapido Intervento. Le basi di questa alleanza erano già presenti in quanto anche i soldati e gli ufficiali sono vittime del disastro economico.  Il richiamo alla non violenza e un programma politico chiaro proposto dalla SPA ha saputo cementare questa naturale alleanza, visto le circostanze, tra militari e civili»

«La sopravvivenza di Omar al-Bashir è dovuta dalla islamizzazione della politica, dai conflitti inter religiosi e inter etnici, dal controllo assoluto delle istituzioni, dall’elusione e emarginazione sociale, da false cospirazioni e dall’uso brutale e sistematico della forza per reprimere ogni malcontento popolare. Questi elementi sono stati immediatamente neutralizzati dalla SP,A che ha modellato il movimento rivoluzionario su un chiaro programma politico e su potenti antidoti ai veleni del regime: la non violenza, la partecipazione multi razziale, multi religiosa e una direzione laica. La SPA è riuscita a realizzare l’impensabile dopo tre decenni di divisioni etniche e odi sociali create artificialmente dal regime per meglio conservare il potere. Mussulmani, cristiani, arabi, africani, capitalisti, marxisti, donne, giovani disoccupati, studenti universitari, operai, contadini, imprenditori, commercianti sono stati uniti alla causa comune impedendo al regime di agire sulle differenze per dividere il movimento e farlo naufragare.  
Questa tattica è stata particolarmente efficace per neutralizzare i principali tentativi attuati dalla giunta militare di dividere la rivoluzione. Attirare una parte dei leader dell’opposizione, convincendoli ad accettare un governo di civili controllato dalla giunta e la recente alleanza con le forze islamiche del Paese. Entrambi i tentativi hanno al momento generato pochi frutti. I leader dell’opposizione favorevoli al compromesso sono stati costretti a fare dietrofront per mancanza di appoggio popolare. Il sostegno delle forze islamiche alla giunta sta provocando il crollo dei consensi popolari già ridotti a causa della loro partecipazione al regime nei primi venticinque anni della dittatura».

«Le immagini diffuse a livello mondiale dimostrano un movimento rivoluzionario maturo composto da diverse classi sociali, affiliazioni religiose, e diverse appartenenze etniche che, invece di disgregare il movimento, lo hanno rafforzato e unito nel comune obiettivo di sostituire la dittatura con una reale democrazia. Una determinazione che sta spaventando a morte le potenze occidentali, in quanto la rivoluzione del Sudan non è solo un esempio per i popoli africani, ma anche per quelli europei»

Se osserviamo l’attuale situazione in Europa e Stati Uniti, afferma il ricercatore, andando a puntare i riflettori sull’Occidente per poi arrivare a dedurre la ripetibilità del modello sudanese,  «vediamo che, nonostante i tentativi dei media occidentali di nascondere la realtà, gruppi oligarchici di potere legati alla finanza e al capitale hanno preso in ostaggio la δῆμος (Démos)  κράτος (Krátos) -potere del popolo- in cui la sovranità è esercitata direttamente o indirettamente dal popolo che viene protetto da garanzie costituzionali. Sia in Europa che negli Stati Uniti il concetto di Démos Krátos é stato progressivamente svuotato dei suoi contenuti a favore della ὀλίγοι (oligoi) ἀρχή (arché) -comando dei pochi- imponendo governi teoricamente eletti dalla popolazione, ma in realtà caratterizzati dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di poche persone. Per reggersi al potere il sistema Oligoi Arché crea nemici esterni, dall’estremismo islamico ai flussi migratori, spesso creati dall’Occidente e volutamente fatti degenerare per esasperare i propri cittadini e spingerli a riconoscere la legittimità auto-imposta dai regimi oligarchici, che assumono il falso ruolo di garanti e protettori della Nazione».

«Le conseguenze di questa involuzione politica in Occidente sta offrendo alle popolazioni, europea e americana, miseria, progressiva erosione delle conquiste sociali e diritti civili, disoccupazione, odio razziale, e l’incapacità di uscire dalla recessione economica, in quanto gli interessi di queste oligarchie sono diametralmente opposti agli interessi nazionali e dei cittadini. Per questo la rivoluzione sudanese, seppur classicamente borghese, fa paura alle potenze occidentali perché ha in sé un messaggio nuovo e dirompente. La necessità di spezzare le catene del potere e di riportarlo sotto il controllo popolare non é relegata ai Paesi del così detto ‘Terzo Mondo’ ma è una priorità anche nei Paesi avanzati, in quanto una elite minoritaria ha distrutto gli ideali democratici sostituendoli, di fatto, con una dittatura».

«La Sudanese Professionals Association è l’artefice del miracolo sudanese, organizzando le varie proteste sorte spontaneamente, sincronizzandole e amalgamando le varie componenti rivoluzionarie in unico obiettivo politico che ha imperato sulla disomogeneità sociale, religiosa ed etnica. La SPA é stata anche capace di andare oltre alle sterili parole d’ordine: Change (cambiamento) e Freedom (libertá), spesso utilizzata dalla maggioranza dei partiti di opposizione africani. Parole d’ordine che incarnano i desideri popolari, ma che sono armi spuntate e sterili slogan, in quanto mancano di concrete proposte politiche ed economiche del dopo-dittatura. Il programma politico ed economico della SPA non é solo chiaro a tutti, è maturo, complesso e teso a gestire da subito il cambiamento in Sudan».

La SPA è riuscita anche a garantire una totale autonomia politica. E’ normale in Africa che le proteste e le ribellioni siano sorrette da agenti stranieri, che intendono attuare un cambiamento di regime per meglio tutelare i loro interessi economici e politici nella regione. Molti media internazionali si stanno interrogando quali agenti stranieri si celano dietro la rivoluzione sudanese e la SPA. I Fratelli Mussulmani? La Cina? Queste indagini sono destinate a non trovare alcuna risposta in quanto la rivoluzione Sudanese e la SPA sono totalmente autonome e riflettono le frustrazioni e il malcontento popolare», sostiene il ricercatore, affermando una sicurezza sull’indipendenza di SPA che invece altri analisti continuano domandarsi e indagare.

«Come in tutti i Paesi africani anche la popolazione del Sudan é in maggioranza formata da giovani di etá compresa tra i 15 e i 30 anni, spesso disoccupati. I giovani hanno rappresentato il nucleo originario delle proteste in quanto hanno compreso che le pallottole non uccidono. Quello che uccide é il silenzio della popolazione. L’Occidente non ha compreso la complessa natura politica di questi giovani radicalizzati in Sudan, limitandosi a cercare simboli ad esso cari, come la Kandaka, la regina nubica o Lady Liberty. Simboli divenuti importanti in occidente e tra la diaspora sudanese ma non riconosciuti in Sudan in quanto nessuno dei protestanti ha agito spontaneamente.
Tutti hanno seguito la regia politica della SPA, giocando la loro parte fino in fondo. Paradossalmente i valori democratici occidentali sotto attacco nelle loro terre d’origine sono divenuti fonte di ispirazione di milioni di giovani africani che sentono la necessità di una libertà politica e di un rinnovo della leadership. I dittatori che periodicamente cambiano i limiti di mandato presidenziale previsti nelle Costituzioni sono sempre meno tollerati».

«Le rivoluzioni in Sudan e Algeria e quella meno mediatica e strutturata in Mali, stanno dimostrando che in Africa le popolazioni non solo stanno cercando di superare le forme di dittatura o di oligarchia militare strutturatesi nei precedenti decenni, ma stanno cercando un inedito modello di potere. Un modello che rifiutando la dittatura non abbraccia tout court la democrazia occidentale. Un rifiuto sorto dalla presa di coscienza che il concetto di democrazia non é cristallizzato nella sola versione proposta dall’Occidente, ma può essere attuato in diverse espressioni e forme, tutte caratterizzate dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare»

«Questa terza via la possiamo definire Afrocrazia, nel contesto della quale i cittadini vengono costantemente consultati tramite il dialogo con i loro rappresentanti al potere, che si preoccupano non di imporre la loro visione politica, ma di creare consenso e inclusività attraverso programmi rigorosamente secolari e laici. L’Afrocrazia e il conseguente processo rivoluzionario hanno compreso che le potenze straniere se non possono salvare un regime a loro alleato tendono a preferire il caos permanente e interminabili guerre civili come nei casi di Libia, Somalia, Mali, Repubblica Centrafricana. Il caos e le guerre civili nascono dalla violenza attuata dalla forze antagoniste impegnate nella lotta per la supremazia del potere. Una violenza divenuta un divieto assoluto all’interno della rivoluzione sudanese».

«Il concetto di Afrocrazia si sta sviluppando in tutta l’Africa e non è influenzato da potenze straniere. É un fenomeno politico totalmente nuovo che viene a stento compreso dall’Occidente e dalle potenze emergenti dei BRICS. La consapevolezza di Afrocranizzare l’intero continente sta crescendo tra le masse popolari, sopratutto tra i giovani che dimostrano una politica pragmatica e chiara. I rappresentanti sono continuamente sottoposti al giudizio popolare che ne determina le loro carriere politiche».

Un fenomeno totalmente opposto ai fenomeni di populismo europei, che non sono altro che una forma ideata dalle oligarchie per mantenere il potere. L’Afrocrazia proposta dalle rivoluzioni algerina e sudanese non è un modello regionale, ma mondiale, che può essere replicato in Asia, Europa, nelle Americhe, ovunque. Per questo il termine rivoluzione non viene spesso usato dai media internazionali, sostituito con il termine improprio di Primavere Arabe. Improprio in quanto le Primavere Arabe avevano una diversa e meno complessa natura politica rispetto alle rivoluzioni algerina e sudanese. Rivoluzioni che fanno paura sia all’Occidente che all’Asia».

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