mercoledì, Dicembre 11

Sudan: la rivoluzione borghese degli imprenditori e professionisti La Sudan Professionist Association ha organizzato e sta gestendo la primavera sudanese, e da lunedì 11 marzo al via una serie di giornate di disobbedienza civile, in obiettivo vi è la spallata definitiva al regime di Bashir

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Stiamo entrando nel terzo mese delle proteste popolari contro il regime islamico del Generale Omar El Bashir, al potere dal 1989 dopo un colpo di Stato militare che ha rimosso il Governo del Primo Ministro (laico) Sadiq al-Mahdi. Le proteste ora sono giunte alla fase rivoluzionaria.
Al momento il duro scontro rimane sul livello politico, ma potrebbe trasformarsi in uno scontro militare qualora Bashir decidesse di rimanere al potere a tutti i costi.

Il partito di Bashir, il National Congress Party, dopo aver constatato che lo stato di emergenza decretato su tutto il territorio nazionale e le nuove misure repressive non riescono a fermare la rivoluzione, sta manovrando per garantire la sopravvivenza politica scaricando il dittatore. Gli amici europei che elogiavano le aperture democratiche del regime, trasformandolo da dittatura islamica estremistica e terroristica in valido alleato africano contro l’Islam radicale e i flussi migratori clandestini, ora preferiscono il silenzio e i complotti contro il Generale Bashir nel tentativo di rimuoverlo mantenendo intatta la struttura del regime, come dimostra il complotto architettato assieme alla monarchie arabe e Israele.

Ma chi sono i veri leader della Primavera sudanese?
I partiti di opposizione e l’opposizione armata si sono aggregati dopo che le proteste popolari sono iniziate. Proteste dipinte spontanee da molti media occidentali per il solo fatto che sembrano essere scoppiate improvvisamente, il 19 dicembre 2018. In realtà, dopo la rivolta del pane del gennaio 2018, soffocata nel sangue, gli imprenditori sudanesi hanno deciso che il regime islamico fosse antitetico ai loro affari. Basti pensare che vi è il divieto di possedere conti in valuta pregiata creando, così, gravi problemi nel pagamento dei fornitori esteri per le merci importate. Per ottenere dollari o euro gli imprenditori devono ricorrere al mercato nero, dove il cambio è tre volte quello ufficiale. Anche i pensanti dazi doganali impediscono di proporre i loro prodotti a prezzi ragionevoli  restringendo le possibilità di acquirenti.

A seguito della incompatibilità tra regime ed esigenze economiche, la SPA – Sudan Professionist Association ha fatto propria la collera della popolazione, anche essa vittima della gestione economica del regime, per scatenare la protesta con l’obiettivo di abbattere il dittatore. Medici, professori universitari, ingegneri, imprenditori hanno preso la guida della rivoluzione evitando  che finisse nelle mani degli estremisti islamici.
In poche settimane le proteste dalle periferie si sono estese alla capitale e a tutto il territorio nazionale, compreso il Darfur, dove da 10 anni non si assisteva a manifestazioni a causa della situazione di guerra civile, area in cui le milizie islamiche di Bashir hanno tentato un genocidio. Tentativo che ha spinto la Corte Penale Internazionale a emettere un mandato internazionale di arresto contro il Generale Omar Al Bashir e i suoi più stretti collaboratori politici e militari.
La SPA sta guidando la protesta di milioni di sudanesi con il motto ‘Libertà, Pace e Giustizia’.

«Il Paese manca di un vera leadership politica, economica, sociale. In Sudan ci sono 100 partiti ma nessuno di essi ha voluto guidare il movimento di protesta popolare. Di conseguenza la SPA ha tentato di organizzare le proteste per il bene del Sudan, ma alla fine dei conti è il popolo sudanese il principale artefici della Primavera in atto», ha dichiarato il portavoce SPA, Mohammed Youssef Al Mustafa, alla ‘AFP’.

La Sudan Professionist Association nasce nel 2012 da una iniziativa di 200 professori universitari che hanno dato vita a questa associazione a favore di tutti gli imprenditori e professionisti sudanesi. Nel 2016 la SPA contava già sedi in tutte le principali città del Paese e decine di migliaia di iscritti tra imprenditori, veterinari, farmacisti, professionisti dei Media, professori, avvocati.

La SPA non è stata mai riconosciuta dal regime anche se è conforme all’articolo 40 della Costituzione che tutela la libertà di associazione. Per 16 anni la SPA si è occupata di risolvere i problemi degli imprenditori e professionisti constatando l’incompatibilità del regime, non solo in fatto di clima propizio agli affari, ma per lo sviluppo socio economico del Sudan. Da qui la decisione di assumere un ruolo politico e guidare la protesta, ora trasformatasi in rivoluzione.

È la SPA che ha chiesto l’uscita di scena di Bashir e un governo di transizione trovando il consenso dei principali partiti di opposizione e gruppi armati. «È impressionante la capacità dimostrata dalla SPA di attirare simpatie e consenso delle masse che nemmeno conoscevano i dirigenti di questa associazione professionale», nota il giornalista sudanese Faycal Mohammed Saleh. I dirigenti della SPA assicurano che non hanno intenzione di formare un partito politico, ma di fatto hanno promosso piattaforme politiche, la più famosa ‘Nidaa al Sudan’ (Appello del Sudan) per richiedere la fine del regime e un vero passaggio alla democrazia. Due settimane fa la SPA ha firmato un documento di intesa con il principale partito di opposizione, al-Oumma, guidato da Sadek Al Mahdi, dove si precisano i principali impegni che dovrebbe assumere il futuro governo transitorio, il quale dovrà essere inclusivo, multirazziale e laico.

Secondo i dirigenti della SPA, l’associazione ha ottenuto il consenso della popolazione per le sue capacità di guidare la rivolta con mezzi pacifici, di mantenere la calma e di utilizzare linguaggi politici e proposte rivolte a tutte le classi sociali. La SPA de facto ha fatto scoppiare in Sudan una classica rivoluzione borghese. Ora i suoi dirigenti hanno deciso di non accettare alcun compromesso con il regime circa il futuro di Bashir, preparandosi allo scontro finale.

Le difficoltà del dittatore, sia all’interno della coalizione di Governo e del suo partito, sia a livello regionale e internazionale, vanno di pari passo ai successi ottenuti dalla SPA che ha deciso di inasprire la lotta mantenendola, però, ancora sul piano pacifico. I reparti di Esercito e Polizia pronti a congiungersi con i gruppi armati per abbattere il regime vengono tenuti calmi dai dirigenti della SPA che li utilizza solo per proteggere i manifestanti.

Il 5 marzo si è tenuto il primo sciopero nazionale dall’inizio della protesta, mentre il 7 marzo centinaia di manifestazioni contro la condizione femminile imposta dal regime secondo i dettami della Sharia hanno avuto il merito di attirare l’attenzione internazionale sulle inaudite sofferenze fisiche e psicologiche che il regime islamico ha inflitto per decenni alle donne sudanesi. Lunedì 10 marzo la SPA ha organizzato una seconda giornata di protesta nazionale.
L’escalation delle proteste indica la volontà della SPA di abbattere il regime al più presto.

A nulla è servito l’ordine del dittatore di rilasciare 8 attivisti politici o le sentenze a morte inflitte a tre soldati accusati di aver usato violenza sui civili. Questi gesti di distensione non hanno raggiunto l’obiettivo di calmare la rivolta.
Il Presidente Bashir è sempre più isolato anche all’interno dell’apparato di potere. Tre scelte gli si pongono all’orizzonte. Può utilizzare lo Stato di emergenza per negoziare, all’interno del National Congresso Party, e con alcuni leader dell’opposizione e della comunità internazionale, l’amnistia per lui, i suoi familiari e più stretti collaboratori rispetto all’accusa di crimini contro l’umanità commessi, la corruzione dilagante, e il collasso economico che ha inflitto al Paese. La seconda opzione è quella di lasciare il potere solo dopo aver individuato e promosso un successore capace di difendere gli interessi della famiglia Bashir e soci. La terza è di giungere allo scontro militare sperando di non fare la fine del Colonnello Mohamed Gheddafi.

Mentre il dittatore sta vagliando le varie opzioni con l’obiettivo di evitare il processo presso la CPI per crimini contro l’umanità, salvaguardare la sua famiglia e i clan che hanno saccheggiato il Paese e mantenere al potere il suo partito, il National Congress Party (NCP), un altro duro colpo gli viene inflitto proprio dall’interno del regime. Lunedì 11 marzo il Parlamento, in cui il NCP ha la maggioranza assoluta, ha rivisto lo Stato di Emergenza decretato lo scorso 22 febbraio dal Generale Bashir, riducendo la durata da un anno a 6 mesi. Il portavoce del Parlamento, Ahmed Attijani, un fedele del regime, ha spiegato la decisione presa contro il provvedimento del dittatore affermando che giudici e avvocati sudanesi hanno fatto osservare che un anno di stato di emergenza risulta eccessivo e controproducente per gestire la crisi politica interna. Apre, inoltre, le porte a restrizioni sulla libertà dei cittadini e sul diritto di libera espressione politica e mediatica. Un anno di legge marziale oltre ad aggravare lo scontro sociale, comprometterebbe anche il corretto svolgimento delle elezioni nel 2020, secondo il parere dei giudici e avvocati sudanesi.

Lo smacco del Parlamento inflitto al dittatore ha ulteriormente galvanizzato l’Associazione dei Professionisti che ha decretato proprio lunedì 11 marzo una serie di giornate di disobbedienza civile su tutto il territorio nazionale. Tra le indicazioni date dalla SPA alla popolazione: non recarsi al lavoro presso uffici governativi e dell’amministrazione pubblica; non pagare le tasse sul reddito e le bollette di gas, luce, telefono, internet; interrompere tutti i trasporti terrestri, portuali, ferroviari e aerei; boicottare ogni accordo commerciale con il Governo e con l’Amministrazione pubblica; boicottare la vendita e l’acquisto di prodotti di ditte statali o semi-statali.  Le misure suggerite dagli imprenditori hanno molte probabilità di essere messe in pratica alla lettera dalla maggioranza della popolazione. L’obiettivo è facile da comprendere: dare la spallata finale al regime al fine di convincerlo a dimettersi.

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