martedì, Luglio 23

Sudan: la giunta militare usa le milizie islamiche contro la rivoluzione Nessun accordo tra civili e militari e le Rapid Support Forces in pista contro il movimento rivoluzionario, per costringere la piattaforma politica Declaration Freedom and Change ad accettare una transizione controllata dalla giunta militare

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Dopo lo stallo dei colloqui per la formazione del Governo di transizione il Transitional Military Council (TMC) ha iniziato a utilizzare le Rapid Support Forces (RSF) contro il movimento rivoluzionario, per costringere  la piattaforma politica Declaration Freedom and Change ad accettare una transizione controllata dalla giunta militare.
Domenica 12 maggio le RSF hanno tentato di bloccare il ponte Blue Nile Bridge, per impedire alla popolazione di raggiungere il sit-in permanente presso il Quartiere Generale dell’Esercito a Khartoum. Nello stesso giorno le RSF  hanno attaccato I lavoratori del porto durante una riunione presso la città portuale di Port Sudan. Ma gli incidenti maggiori si sono verificati a Khartoum, davanti il Quartiere Generale dell’Esercito, lunedì 13 maggio, proprio durante la ripresa dei colloqui tra i militari e l’opposizione.

Le RSF  (Forze di Supporto Rapido) sono formate dalle sanguinarie milizie arabe Janjaweed, responsabili del genocido nel Darfur. Attualmente sotto il comando del Generale Maggiore Abbas Abdulaziz, ma il vero controllo delle RSF è assicurato dal ex capo della National Intelligence Security Service (NISS), Salah Gosh, e dal Vice Presidente del TMC, Mohamed Hamdan (‘Hemeti’) Dagalo.  
La decisione di utilizzare le milizie islamiche contro il movimento rivoluzionario è stata presa in comune accordo tra Gosh, Hemeti, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, Ispettore della Forze Armate ora Presidente della giunta militare, e il Generale Shams Ad-din Shanto, portavoce della giunta, secondo le informazioni ricevute da fonti di Khartoum. Il bilancio dei due attacchi è di 5 morti tra i manifestanti e 1 militare.

Il primo attacco ai civili è avvenuto presso il ponte Blue Nile, domenica alle 08.00 del mattino ore locali. Una compagnia di RSF ha preso il controllo del ponte, chiudendo l’accesso alla popolazione con la scusa ufficiale di eseguire lavori di manutenzione. Il vero obiettivo era di impedire ai manifestanti di raggiungere il sit-in che proseguono ad oltranza davanti al Quartiere Generale dell’Esercito a Khartoum. I manifestanti non si sono fatti intimidire dalle milizie islamiche e hanno preteso l’immediato sgombero del ponte. L’apertura del passaggio c’è stata grazie a dei reparti dell’Esercito che si sono schierati, pronti ad attaccare le RSF. Lo scontro è stato evitato dopo tre ore di trattative intraprese dai leader della Sudanese Professionals Association (SPA).

Il secondo attacco è avvenuto presso la città portuale di Port Sudan, dove confluisce l’oleodotto che trasporta il greggio sudanese e quello proveniente dal Sud Sudan ai terminali per essere esportato. Da ormai 15 anni il monopolio del greggio dei due Paesi è detenuto dalla Cina, partner commerciale e politico di Khartoum e di Juba.

Le milizie arabe Janjaweed hanno attaccato i lavoratori portuali, che erano scesi in sciopero sia per rivendicare contratti regolari di lavoro (la maggioranza di essi è assunta a giornata da dei caporali), sia per boicottare l’economia del Paese come forma di pressione rivolta alla giunta militare, seguendo le direttive della SPA. Le milizie islamiche hanno preso il controllo del porto, interrompendo lo sciopero con la forza su ordine del Generale Maggiore Esameldin Abdelfarraj. L’obiettivo della giunta militare era quello di far riprendere le attività portuali e l’esportazione del greggio verso la Cina, che rappresenta una delle poche fonti di entrate di valuta pregiata.  La quantità di greggio esportato è diminuita del 62% a causa delle guerra civile in Sud Sudan, iniziata nel dicembre 2013, e dall’attuale crisi politica in Sudan.
Durante l’attacco non ci sono state vittime, ma è stato chiaro fin da subito che l’azione di forza si è trasformata in un boomerang politico contro il Transitional Military Council.
Giovedì 9 maggio il Generale Maggiore Abdelfarraj aveva promesso agli scioperanti di trasformare il loro lavoro occasionale in contratti permanenti e comprensivi di assistenza sociale e fondo pensione. Aveva promesso la pubblicazione delle liste di lavoratori aventi diritto a regolare contratto. La lista doveva essere pubblicata domenica. Al suo posto vi è stata il brutale sgombero effettuato dalle RSF. Questa azione ha dimostrato alla popolazione il doppio e ingannevole linguaggio della giunta militare, ed evidenziato la volontà dei generali di riprendere il controllo del Paese, salvando il regime. Il boomerang politico era facilmente prevedibile, eppure Addelfarraj è stato costretto a scegliere l’opzione della forza per evitare di danneggiare l’ultimo partner economico rimasto, la Cina.

Lunedì sera, poche ore dopo l’annuncio del TMC e SPA della ripresa dei colloqui e di una intesa di massima sulla composizione del Governo di transizione, le milizie arabe hanno tentato di rompere l’assedio popolare al Quartiere Generale delle forze armate a Khartoum. Le tensioni tra RSF e manifestanti erano iniziate nel pomeriggio, quando varie persone erano state fermate dai miliziani per impedire loro di raggiungere il luogo della protesta. Verso le ore 20.30 locali sono iniziati gli scontri a fuoco tra i miliziani delle RSF e unità dell’Esercito passate alla rivoluzione. Il bilancio è di 5 morti tra i manifestanti e uno tra le RSF. Non si conosce l’esatto numero dei feriti. Dalle prime informazioni fornite da medici della SPA, i feriti si conterebbero a decine. Il tentativo di sgombrare la piazza con la forza è fallito, a causa della resistenza armata delle unità dell’Esercito favorevoli alla democrazia.

Nel comunicato ufficiale emesso dalla giunta militare si nega l’intervento delle RSF, incolpando non ben precisati ‘provocatori’ infiltrati all’interno del movimento di protesta con l’obiettivo di mettere in seria difficoltà il TMC e di far fallire i colloqui appena ripresi.
La versione ufficiale è clamorosamente smentita da centinaia di testimonianze, prove fotografiche e video.
La Sudanese Professionals Association ha duramente condannato gli episodi di violenza avvenuti presso a Khartoum e Port Sudan. Secondo la SPA, gli attacchi avevano l’obiettivo di reprimere le proteste popolari, utilizzate dal movimento rivoluzionario come forma di pressione che diventa sempre più insostenibile per la giunta militare. Il secondo obiettivo era quello di indebolire la SPA forzandola ad accettare le proposte dei generali, i quali mirano a mantenere il controllo del Paese.

Nel comunicato stampa, la dirigenza rivoluzionaria rivendica lo scioglimento di queste pericolose milizie islamiche e della NISS.
La SPA ha invitato la popolazione ad aumentare la pressione e le proteste, avvertendo i generali di essere in grado di trasformare le manifestazioni in una Intifada a livello nazionale. L’Intifada rappresenterebbe l’escalation della crisi politica in atto dallo scorso dicembre. Una volta iniziata non esisterebbero più spazi per i colloqui e si creerebbero tutti i presupposti per una guerra civile.

Pur non auspicando questo terribile scenario, le forze in campo si stanno preparando.
Domenica 12 maggio, Hemeti e Abubakar Demblab, attuale capo della NISS, hanno incontrato l’Ambasciatore ciadiano a Khartoum, Hamid Hgaira, ufficialmente per discutere di relazioni bilaterali tra i due confinanti Paesi. Secondo fonti da Khartoum, l’incontro aveva l’obiettivo di assicurarsi l’assistenza militare del dittatore ciadiano, Idriss Debyh Itno, al fine di poter soffocare con la forza il movimento rivoluzionario sudanese.

Sabato 11 maggio la SPA ha incontrato a Khartoum una delegazione del movimento rivoluzionario Sudan People’s Liberation Movement – Nord (SPLM-N), ufficialmente per preparare il terreno alla visita presso la capitale del leader ribelle Malik Agar per discutere del processo di pace tra la guerriglia del Blue Nile e Sud Kordofan e la SPA, considerata dal SPLM-N l’unica forza legittima e rappresentativa del Sudan. Le stesse fondi a Khartoum rivelano, al contrario, che durante l’incontro si sarebbe discusso dell’appoggio militare del SPLM-N ai soldati regolari passati dalla parte della rivoluzione. Un appoggio militare che prevederebbe un’offensiva già presa in esame dal leader Agar, dal suo Vice, Yasir Arman, e dal Generale Ismail Jalab, Segretario Generale del gruppo ribelle.

Queste notizie devono essere prese con molta cautela, in quanto non ufficialmente confermate e sulle quali non si sono potute fare verifiche indipendenti. Resta innegabile che la rivoluzione sudanese è nella sua fase cruciale e non vi è da escludere lo scontro armato tra il TMC e i reparti dell’esercito passati alla rivoluzione, sostenuti dai gruppi ribelli sudanesi che da 18 anni combattono il regime di Bashir Le provocazioni della giunta militare contrastano le loro dichiarazioni ufficiali, tese a confermare l’intenzione dei generali di costruire un clima disteso con i manifestanti, e a contribuire alla transazione democratica del Paese.

Per rafforzare a livello internazionale il volto pulito dei militari, il Transitional Military Council ha fatto una mossa efficace, ma prevedibile. Ha sacrificato l’ex Presidente Omar Al Bashir, trasformando i capi di accusa di crimini finanziari in accusa di incitamento alla violenza contro il popolo sudanese. Bashir ora è accusato di essere il diretto responsabile dei civili uccisi dalle milizie e forze armate dall’inizio della rivoluzione, dicembre 2018.

Tra i generali e la SPA i colloqui sono avvenuti a porte chiuse. Dalle notizie trapelate, le due parti avversarie avrebbero solo dimostrato il comune obiettivo di attuare il passaggio di poteri ad un governo composto da civili e tecnocrati. Il problema di fondo, ovvero chi controllerà la transizione verso la democrazia, rimane. Durante la riunione la giunta militare avrebbe insistito sul fatto che il Governo provvisorio deve avere la durata di 4 anni, mentre la SPA esige libere e trasparenti elezioni non più tardi del febbraio 2020. I generali sarebbero stati irremovibili sulla volontà di controllare il governo civile e avrebbero espresso il loro diniego sull’abrogazione della Sharia (legge islamica), come richiesto dalla SPA e dal Partito Comunista Sudanese.
Nonostante gli ottimistici comunicati della giunta e quelli prudenti emessi dalla SPA, di fatto nessun accordo è stato trovato, anche se i colloqui sono ripresi.

L’agenzia stampa sudanese ‘SUNA’ ieri ha rivelato che le Forze di Rapido Supporto sono ora intenzionate a giocare un ruolo di primo piano nella crisi sudanese. Il Generale Mohamed Hamdan Dalgo ha dichiarato di essere pronto a difendere la Patria dai traditori dell’Islam. Questa grave dichiarazione è stata fatta tre giorni fa, durante un raduno dei miliziani Janjaweed delle RSF, nel corso del quale sono state distribuite copie del Corano. Il Generale Dalgo ha dichiarato che all’interno della genuina protesta popolare (che lui condivide) si sarebbero infiltrati elementi eversivi del Partito Comunista Sudanese, in combutta con le forze terroristiche nazionali (riferendosi ai gruppi ribelli SPLM-N, JEM e altri), con l’obiettivo di trasformare la transizione democratica in una dittatura.  PCS e gruppi ribelli sono stati accusati dal generale di essere implicati in traffico di droga, esseri umani e altre attività criminali, chiarendo che le RSF sono l’ultimo baluardo rimasto in difesa della democrazia. Il Generale Dalgo non permetterà che le forze negative abbiano il sopravvento e difenderà ad oltranza il Paese.

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