giovedì, Giugno 20

Sudan, la giunta militare fa scendere gli islamici in piazza Centinaia di estremisti islamici hanno manifestato a Khartoum in sostegno alla giunta militare e della legge coranica della Sharia; lo scontro tra le parti sempre più vicino

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Venerdì 31 maggio centinaia di estremisti islamici hanno manifestato a Khartoum in sostegno alla giunta militare e della legge coranica della Sharia. La manifestazione è stata organizzata dalle forze dell’Islam radicale che hanno chiarito due settimane fa il loro pieno sostegno al Transitional Military Council e minacciato la guerra santa se la Sharia verrà abrogata e sostituita con un codice penale civile. ‘Potere militare al 100%’, ‘La legge di Dio non si tocca’. Questi gli slogan scanditi dai manifestanti. «Confermiamo il nostro pieno appoggio al Consiglio militare e al mantenimento dalla legge di Dio. Il nostro appoggio è garantito ad oltranza anche se sarà necessario versare sangue», ha dichiarato un leader islamico alla ‘AFP’, l’agenzia stampa francese.

La manifestazione dell’Islam radicale giunge in un contesto molto pericoloso, nel contesto del quale è sempre più chiaro che la giunta militare ha deciso di rimanere al potere e di reprimere la rivoluzione attraverso lo scontro militare. Venerdì il Vice Presidente del Transitional Military Council, il generale Mohamed Hamdan Daglo (Hemetti), ha dichiarato ufficialmente che la Sudanese Professionals Association (SPA) e il Partito Comunista rappresentano una minaccia per la sicurezza e la pace pubblica, promettendo di agire con determinazione se il caos politico fomentato da queste due organizzazioni politiche continuerà. Molti pensano che sia la reazione allo sciopero generale. Un pieno successo. Il Paese bloccato per due giorni.

Questa dichiarazione, che suona tanto come una dichiarazione di guerra, è stata resa pubblica dopo la chiusura degli uffici di rappresentanza di ‘Al-Jazeera, accusata di diffondere false notizie contro la giunta militare e di essere la gran cassa della propaganda del movimento rivoluzionario. Assieme ad ‘Al Jazeera’ sono stati chiusi gli uffici della ‘Ramtan News Agency’ (‘RNA’). Una chiusura assai violenta, visto che la sede a Khartoum della ‘RNA’ è stata pesa d’assalto dai manifestanti islamici e le milizie arabe Rapid Support Forces (RSF), responsabili del genocidio in Darfur ed ex alleate dell’Unione Europea nella lotta contro il terrorismo e flussi migratori clandestini.

Le milizie arabe RSF, di cui la direzione rivoluzionaria chiede il scioglimento assieme ai servizi segreti National Intellligence Security Service (NISS), stanno intensificando gli attacchi ai sit-in in Piazza della Repubblica per costringere i manifestanti a togliere l’assedio al Quartiere Generale delle Forze Armate e obbligare SPA e Partito Comunista ad accettare una transizione alla democrazia controllata dal TMC.

Per la prima volta l’Alto Commando delle RSF interviene pubblicamente nella crisi. Segno che questa milizia araba sta acquisendo importanza nel contesto di crisi politica in atto. Osman Hamid, generale delle RSF, giovedì scorso ha chiaramente accusato i protestanti di mettere in serio pericolo la sicurezza nazionale. Secondo Osman, i manifestanti non sono altro che un gruppo di prostitute e drogati dediti ad attività criminali. «Considerando la natura dei partecipanti alle cosiddette proteste popolari, le Rapid Support Forces, in coordinazione con l’Esercito, sono responsabili di restaurare l’ordine nel Paese per la sicurezza dei cittadini. A breve verranno attivate procedure legali e di diversa natura idonee a fermare le violenze e il caos generato», ha dichiarato il generale Hamid.

SPA ha messo in guardia la giunta militare sulla escalation degli attacchi ai manifestanti. La scorsa settimana, nella sola Khartoum, sono stati uccisi 10 civili, tra cui una donna incinta e si sono verificati scontri a fuoco tra RSF e soldati che hanno abbracciato la causa rivoluzionaria. «É evidente che il TMC organizza gli attacchi ai civili al fine di costringere la direzione del movimento ad accettare che i generali rimangano al potere non solo per tutto il periodo di transizione ma anche dopo nonostante le pressioni regionali e internazionali per un immediato passaggio di potere ai civili. Chiudendo le sedi di ‘Al-Jazeera’ e ‘Ramtan News Agency’ la giunta militare si comporta come se avesse pieni poteri decisionali ed esecutivi. A causa della strategia politica adottata, il Transitional Military Council diviene giuridicamente responsabile di tutte le vittime civili e le violenze perpetuate in queste ultime settimane. Violenze che definiamo senza mezzi termini dei veri e propri crimini contro i diritti umani. Mettiamo in guardia il TMC, invitandolo a interrompere immediatamente l’escalation di queste violenze. L’intransigenza politica dimostrata dal TMC per imporre la propria volontà di continuare a gestire il Sudan tramite una dittatura militare è la principale causa delle tensioni di queste ultime settimane che potrebbe portare ad una drammatica involuzione della crisi sudanese. Una crisi che non è nata nel dicembre 2018 con l’inizio delle proteste popolari, bensì nel 1989 quando Omar Al Bashir e le forze radicali islamiche presero il potere cancellando la democrazia nel nostro Paese», recita  il comunicato stampa della SPA

Osservatori militari regionali hanno spiegato al ‘Sudan Tribune’, che le varie barricate e sit-in presi di mira dalle milizie arabe sono diventati un obiettivo militare in quanto il TMC vuole reprimere con la forza la rivoluzione in atto. “Le aeree occupate dai manifestanti sono di fatto diventate zone sotto il controllo del movimento rivoluzionario che il TMC considera zone occupate dal nemico. Da qui l’esigenza dei militari di ‘liberare’ queste aree strategiche della capitale. Purtroppo prevedo che la crisi sudanese stia indirizzandosi verso lo scontro armato. A mio avviso gli spazi di negoziazione sono terminati e ben presto la parola passerà alle armi”, ci spiega un professore dell’Università di Khartoum coperto da anonimato, a conferma delle preoccupazioni sollevate dagli osservatori militari regionali.

Un altro segnale che il TMC si sta avviando alla soluzione militare sono le misure repressive adottate contro i gruppi di resistenza armata che intendono far parte del periodo di transizione, rivendicazione accettata dalla SPA, dal Partito Comunista e dalle rappresentanze diplomatiche britannica e statunitense. Dopo il chiaro invito a lasciare il Sudan e a non osare ritornarci che i generali hanno rivolto al vice Presidente Yasir Arman del gruppo ribelle Harakat Al-Sha’abi Li-Tahrir Al-Sudan-Al-Shamal conosciuto in Occidente con la denominazione Sudan People’s Liberation Movement – Nord (SPLM-N), ora la giunta sta procedendo a degli arresti di quadri politici del gruppo ribelle di resistenza armata del Darfur, Ḥarakat al-ʿAdl wal-musāwāh  conosciuto  con la denominazione Justice and Equality Movement (JEM).

Mercoledì 29 maggio è stato arrestato Ibrahim El Maz Deng, un leader politico di Ḥarakat al-ʿAdl wal-musāwāh, presso la sua residenza ubicata nel popolare quartiere di El Haj Yousef a Khartoum Nord. La notizia è stata tenuta segreta fino a sabato scorso. Mutasim Saleh, portavoce della Ḥarakat al-ʿAdl wal-musāwāh, in un comunicato stampa ha informato che un gruppo di uomini armati delle RSF, affiancati da unità della Polizia militare, hanno arrestato Deng dinnanzi alla sua residenza, dopo essere uscito dalla adiacente moschea per la preghiera serale. Il comunicato del JEM condanna l’arresto arbitrario che rappresenta «una seria involuzione del processo politico in Sudan che ha come obiettivo soffocare la rivoluzione democratica. La giunta militare è considerata responsabile dell’incolumità di Ibrahim El Maz Deng. Ci appelliamo alla Alliance for Freedom and Change e la comunità internazionali affinché facciano pressioni sulla giunta per un rilascio immediato del nostro leader politico».

Queste non sarebbero altre che mosse preventive e preliminari di un piano contro-rivoluzionario che il TMC sta preparando, secondo vari osservatori regionali. I primi obiettivi militari che si stanno delineando sono: la liberazione delle aeree occupate dai rivoluzionari a Khartoum e in altre città sudanesi e indebolire la direzione dei movimenti armati SPLM-N e JEM per diminuire la loro forza di reazione militare. Secondo molti osservatori la decisione presa di avviarsi allo scontro armato dimostra la disperazione del TMC.

I generali sono consapevoli che se passano il potere esecutivo ai civili, come richiesto da Unione Africana, Unione Europea, Nazioni Unite e Stati Uniti, non solo perderanno i loro privilegi e il controllo di quello che rimane dell’economia sudanese, ma rischiano di finire davanti ai tribunali per rispondere dei crimini di guerra e contro l’umanità da loro commessi in questi trentanni di dittatura islamica e durante la protesta popolare nata nel dicembre del 2018.”, afferma il professore universitario.
Secondo la sua analisi il conflitto militare che sta cercando il TMC è di per se una folle avventura, un salto nel buio. Il TMC non conoscerebbe il numero esatto di soldati e poliziotti passati dalla parte della rivoluzione. Alcuni di essi sono presenti fisicamente tra i manifestanti per proteggerli dalle milizie arabe, ma la maggioranza di essi non si nota, rimane nelle caserme, ma sarebbero pronti ad entrare in azione. Il TMC non conosce nemmeno il grado di lealtà e fedeltà dei governatori militari dei vari Stati che compongono il Sudan. Alcuni governatori militari stanno dando segnali preoccupanti per Hemetti e Salah Gosh, aprendo di loro iniziativa dialoghi regionali con il movimento rivoluzionario e supportando la rivendicazione di un passaggio del potere esecutivo ad un governo provvisorio composto dai civili.

Oltre a questo c’è l’incognita dei movimenti armati di liberazione. Il SPLM-N controlla gran parte dello Stato del Blue Nile e dispone di una forza militare stimata sui 8.000 uomini. Il JEM è presente nel Darfur e dispone di 5.000 uomini. Gli altri gruppi armati minori dispongono di circa 8.000 uomini ben armati e motivati. Notizie non confermate parlano della presenza non solo dei leader politici e militari del SPLM-N e del JEM a Khartoum, nella capitale starebbero infiltrandosi vari miliziani armati pronti a fermare la contro rivoluzione del TMC.

La giunta militare può contare su circa 50.000 uomini delle RSF e della NISS che negli ultimi quattro anni hanno ricevuto ottimi addestramenti militari e moderne armi dall’Unione Europea, in nome della lotta contro il terrorismo islamico e contenimento dei flussi migratori dall’Africa. Gli effettivi dell’Esercito regolare sono 109.000 uomini e 85.000 uomini di riserva. Nessuno sa il numero di soldati passati alla rivoluzione e quelli rimasti fedeli alla giunta militare. Inoltre, occorre aggiungere un numero imprecisato di jaidisti che le forze islamiche possono mettere a disposizione. Alcuni osservatori stimano circa 12.000 miliziani che le forze islamiche possono mettere in campo anche se non addestrati e non particolarmente efficaci nei combattimenti. Nessuno può valutare quanti jahidisti possono inviare Al Qaeda e DAESH nell’eventuale guerra civile con l’obiettivo di espandere i territori del Califfato Islamico d’Africa.

É sicuramente utile informare l’opinione pubblica internazionale delle forze militari che i due rivali politici possono mettere in campo ma non vorrei che voi giornalisti sudanesi e stranieri vi impegnaste in un eccitante gioco a Risiko senza comprendere la gravità della situazione e i drammatici rischi che la regione e l’intera Africa stanno correndo. Se scoppierà la guerra civile in Sudan sarà una catastrofe per l’intero continente e per la comunità internazionale. Se scoppierà, il conflitto non sarà di breve durata, ma molto simile a quello libico e siriano. DAESH e Al Qaeda Magreb troveranno terreno fertile ed inizieranno a formare milizie ed occupare territori. Varie persone mi stanno informando che decine di miliziani di questi due gruppi terroristi si stanno infiltrando in Sudan, in special modo a Khartoum, pronti a sfruttare la situazione”, afferma il docente sudanese sicuro dell’anoonimato.
Molti attori stranieri entreranno nel conflitto per sostenere un fazione o l’altra trasformando il Sudan in una proxy war come Siria e Yemen. Al momento attuale Unione Europea e Stati Uniti probabilmente sosterranno la rivoluzione, mentre Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia la giunta militare. L’attuale sostegno al TMC dell’Egitto potrebbe cambiare sotto adeguate pressioni occidentali. E che dire di Russia e Cina, storici alleati del regime?”, prosegue il professore.

Vi immaginate cosa significhi per l’Unione Africana, l’Occidente ma anche per gli stessi Paesi del BRICS gestire una situazione continentale catastrofica? Guardate la cartina geografica e capirete. Boko Haram continua la sua guerra in Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. Il Burkina Faso è ora sotto costante minaccia terroristica salafista. In Ciad le formazioni ribelli Zagawa, guidate dal cugino del Presidente Idris Deby Itno, hanno ripreso la lotta armata per conquistare il potere. In Camerun divampa la guerra civile contro il nord anglofono. In Mali e Libia la guerra civile con forti componenti di guerra santa sono ancora lontane a finire. L’Algeria è in piena crisi politica molto simile a quella del Sudan. Tunisia e Marocco sono a rischio. La Somalia continua ad essere teatro di guerra tra le forze di pace africane e i terroristi di Al-Shabaab. L’Etiopia è sconvolta da conflitti etnici nonostante le aperture democratiche del Primo Ministro Abiy Ahmed. In Sud Sudan la pace promossa da Bashir e dal Presidente ugandese Yoweri Museveni non tiene e sono ripresi gli scontri armati. Stesso dicasi della fragile pace nella Repubblica Centrafricana, promossa dal Sudan per compiacere Francia e Russia. All’est del Congo stanno sorgendo i primi nuclei di combattenti del DAESH. Il gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda sta dando man forte al regime del Presidente Pierre Nkurunziza e sta preparando l’invasione del Rwanda. A sua volta il Rwanda è entrato in una profonda crisi con l’Uganda, crisi a mio avviso che trova spiegazioni nelle dinamiche interne dei clan Hima – Tutsi. Il Kenya è la meta preferita dei terroristi salafisti per compiere stragi di civili.
Se a questo scenario aggiungiamo la guerra civile in Sudan con forti componenti di milizie islamiche terroristiche “la situazione non solo diventa preoccupante per la stabilità internazionale, ma potrebbe infliggere un colpo mortale ai piani di sviluppo industriale e integrazione economica dell’intera Africa. Occorre un deciso intervento militare internazionale contro il TMC. Che ben vengano i Rafalle francesi a bombardare il quartiere generale della giunta militare. Non mi piace fare scenari fantapolitici ma, credetemi, il solo pensiero di quello che può succedere al mio amato Sudan e all’Africa non mi fa dormire di notte”, conclude il professore.

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