martedì, Novembre 12

Sudan: l’accordo etiope che nessuno vuole ma che tutti accettano L’accordo favorisce la giunta militare, che ora ha tutto il tempo (tre anni) per rafforzare il potere dei militari, fondare pseudo partiti, riciclandosi in leader civili, sul modello egiziano

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Il 5 luglio, dopo lunghi mesi di difficili negoziazioni, l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento e la giunta militare hanno firmato, ad Addis Ababa, l’accordo, proposto dal Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, e sostenuto dall’Unione Africana, che prevede la costituzione di un Consiglio Sovrano composto da cinque militari e sei civili incaricati di gestire il periodo di transizione alla democrazia che durerà tre anni. In teoria questo accordo dovrebbe traghettare il Paese verso elezioni democratiche e alla fine della legge islamica, la Sharia.  

Il movimento rivoluzionario, sorto nel dicembre 2018, ha costretto l’Esercito ad un colpo di Stato interno, nell’aprile 2019, che ha portato all’arresto del Presidente Omar Al-Bashir e alla creazione della giunta militare, composta dai più stretti collaboratori del deposto Presidente,, ma non è riuscito a cambiare radicalmente il regime, che, riciclandosi, tenta di sopravvivere alla Primavera Sudanese. Il colpo di Stato contro il dittatore è stato teso a proteggere il regime, in un’operazione gattopardesca che ha permesso di mettere al riparo dai tribunali nazionali e internazionali i leader dell’Esercito e delle milizie arabe responsabili di crimini contro l’umanità commessi in questi 30 anni di regime, in pieno accordo con Omar Al Bashir. 

Lo stesso Bashir è in un qualche modo tutelato e protetto. La giunta militare ha rifiutato di estradarlo presso la Corte Penale Internazionale che ha emesso, decenni fa, due mandati di arresto per crimini contro l’umanità e genocidio nel Darfur. Bashir è sotto processo in patria solo per crimini finanziari e corruzione. Questa misura è volta a evitare che il dittatore coinvolga gli attuali leader della giunta, qualora venisse processato per i crimini contro l’umanità. 

I nominativi dei membri del Consiglio Nazionale verranno forse resi noti domani 20 agosto. I membri del Parlamento il 28 agosto. L’unica certezza è la nomina del Primo Ministro, che è Abdallah Hamdouk, accettato sia dalla giunta militare che dall’opposizione. Hamodouk probabilmente è stato suggerito dalle rappresentanze diplomatiche occidentali, con l’obiettivo di avere una persona rispettabile come interlocutore. Infatti, per anni Abdallah Hamdouk ha ricoperto posizioni di alto livello presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Banca Africana di Sviluppo, non compromettendosi con il regime di Omar El Bashir. 

Per Handouk distanziarsi dal regime islamico è stata una scelta politica ben precisa. Lo scorso settembre rifiutò l’offerta ricevuta dal dittatore di ricoprire il ruolo di Ministro delle Finanze. Abdallah Hamdouk rappresenta il volto pulito del nuovo assetto politico che si sta delineando in Sudan. Eppure i suoi poteri saranno limitati dal Consiglio Sovran, di fatto in mano alla giunta militare, e si prevede già avrà scarsi margini di manovra sulle questioni fondamentali per il Paese: la fine della guerra civile in Darfur, Kordofan, Blu Nile, la ripresa economica basata su una maggior giustizia sociale e l’aumento dell’occupazione, la sostituzione della legge coranica con una legislazione moderna, civile e rispettosa dei diritti umani. 

Hamdouk avrà serie difficoltà a risolvere altri tre punti cruciali: la consegna del ex dittatore alla Corte Penale Internazionale per rispondere di crimini contro l’umanità e genocidio nel Darfur, la fine dell’impunità dei gerarchi dell’ex regime e il traffico di esseri umani dal Sudan alla Libia. Il Sudan chiede giustizia per i crimini commessi durante questo trentennio di regime islamico e di interrompere la vergognosa tratta degli esseri umani. Hamdouk, limitato nei poteri decisionali, avrà a che fare con una giunta militare potente, composta dai criminali del regime, che hanno tutto l’interesse a proteggere Bashir per evitare di essere coinvolti a loro volta, e certamente non intenzionati a interrompere il lucroso business del traffico di esseri umani

Lo scorso 29 luglio l’Unione Europea ha sospeso Better Migration Management, il progetto a guida tedesca per la formazione e l’equipaggiamento delle guardie di frontiera sudanesi, cioè le milizie arabe Rapid Support Forces (RSF), responsabili del genocidio nel Darfur e di altri crimini contro l’umanità. Anche il centro di intelligence Regional Operation Centre, a Kharotum, sempre finanziato dalla UE, è ora in standby. La sospensione di questi programmi e dei finanziamenti per contenere i flussi migratori sembrano dettati dalla necessità di vari Paesi europei tra cui Italia, Francia e Germania, di evitare che le numerose indagini sul loro coinvolgimento nei crimini contro l’umanità (dal rapporto  Clingendael, alla recente denuncia di un gruppo di avvocati francesi alla Corte Penale Internazionale della UE) commessi dal regime islamico sudanese contro gli immigrati, portino ad azioni giudiziarie internazionali. Quando si saranno calmate le acque probabilmente il Regional Operation Centre, Il Better Migration Management e i finanziamenti per bloccare i flussi migratori riprenderanno con gli stessi interlocutori del passato, ovvero Salah Gosh, il generale Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti) e gli altri gerarchi della giunta militare. 

Hamdouk rischia di ricoprire un ruolo di facciata o di vedersi costretto a dissociarsi e dimettersi da Primo Ministro in un futuro prossimo. Abdelagadir Mohamed Ahmed è stato nominato Ministro della Giustizia, Mohamed El Hafiz Procuratore Générale. Entrambi sono vicini alla giunta militare e di certo non metteranno in discussione la Sharia per non attirarsi le ire dell’Islam radicale, rafforzato da questo nuovo assetto politico. 

La creazione del Comitato Sovrano, del Governo e del Parlamento dovrebbero rappresentare il punto di svolta dopo mesi di contestazioni da parte della società civile e violente repressioni attuate dalla giunta militare, tramite l’utilizzo delle milizie RSF.  Il condizionale è d’obbligo visto che l’accordo proposto dal Primo Ministro etiope e firmato dalle parti è stato rigettato dalle principali forze che compongono l’Alleanza la Libertà e il Cambiamento: il Sudan Communist Party (SCP) e la Sudanese Professionals Association (SPA). 

Il partito comunista si oppone agli articoli dell’accordo che prevedono di dotare il Consiglio Sovrano di poteri esecutivi e alla presenza al suo interno di leader militari criminali di guerra.
L’accordo non accenna allo scioglimento delle RSF, forza paramilitare composta dalle milizie arabe che durante la guerra civile nel Darfur hanno tentato il genocidio delle popolazioni sudanesi di origine africana e sono state il principale strumento di repressione durante la rivoluzione.  Così come non vi è alcun accenno al passaggio dalla Sharia ad una legge laica. Probabilmente la legge coranica verrà mantenuta, anche se applicata in modo lieve. La mancata abolizione della Sharia diventa arma in mano ai generali: rimanendo in vigore può essere applicata al 100% in un qualsiasi momento su decisione del Consiglio Sovrano. 

In una intervista alla ‘BBC’ il leader comunista Youssef Sidiq ha duramente criticato l’accordo raggiunto ad Addis Ababa: «Il Consiglio Sovrano non può essere dotato di poteri esecutivi, né avere la facoltà di eleggere i Ministri della Difesa e dell’Interno. Queste devono essere prerogative del Parlamento. In caso contrario i generali che hanno ucciso oltre 300 persone durante la rivoluzione rafforzeranno il loro potere e la transizione verso la democrazia sarà fortemente compromessa», ha dichiarato.

La Sudanese Professionals Association ha annunciato che non parteciperà al Consiglio Sovrano per gli stessi motivi elencati dal Partito Comunista. Entrambe le principali forze rivoluzionarie al momento non intendono riaprire lo scontro sociale, richiamando la popolazione nelle piazze anche se sostengono che l’appoggio popolare rimane immutato. Si limitano a non partecipare al Consiglio Sovrano e a impedire che esso sia dotato di poteri esecutivi. Entrambi parteciperanno al Parlamento e non usciranno dalla coalizione rivoluzionaria Alleanza per la Libertà e il Cambiamento. Il Partito Comunista e la SPA veglieranno per la piena restaurazione dei diritti civili, del buon governo laico, il rafforzamento della democrazia, libertà, pace, giustizia e sviluppo socio economico. 

Questa loro presa di posizione viene considerata come una debolezza, in quanto i rapporti di forza  sarebbero ora a favore della giunta militare, grazie al sostegno politico e finanziario di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, e alla complicità del Primo Ministro etiope che ha sempre dimostrato la sua simpatia verso la giunta militare. Da non dimenticare che Abiy Ahmed Ali, pur rivestendo la figura di un leader riformatore, appartiene a una giunta etnica-militare che, sotto le false spoglie di governo federale, ha imposto una ferrea dittatura a 100 milioni di persone che dura dagli anni Novanta, quando il regime comunista del DERG fu rovesciato dalla guerriglia Tigrina. Le due giunte militari, sudanese ed etiope, condividono crimini contro l’umanità, corruzione e potere imposto su base etnica, quindi la solidarietà tra loro sembra scontata. 

L’accordo raggiunto ad Addis Ababa favorisce la giunta militare, che celebra la sua vittoria sulla rivoluzione. La giunta ha tutto il tempo (tre anni) per rafforzare il potere dei militari, fondare pseudo partiti, riciclandosi in leader civili, sul modello egiziano. 

Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che fino a poche settimane fa avevano insistito per l’immediato passaggio di poteri ad un governo civile, ora sembrano accettare la pace del Primo Ministro etiope, forse ringraziandolo dietro le quinte per aver evitato imbarazzi e problematiche. Ringraziamenti che sono stati certamente rivolti ad Abyi da Francia e Italia, le due principali potenze europee che hanno supportato il sanguinario regime di Omar Al Bashir per oltre 15 anni, in nome della lotta contro il terrorismo islamico e il contenimento dei flussi migratori. 

L’Ambasciatore italiano a Khartoum, Fabrizio Lobasso, in una recente intervista prevede che l’Italia possa continuare a giocare un ruolo di stabilizzatore sociale anche grazie ai suoi interventi di cooperazione allo sviluppo, come ha fatto negli ultimi 15 anni, ed è disposta a continuare a farlo. Lobasso, interpretando la realpolitik del Governo del tempo, ha giocato un ruolo cruciale nella riabilitazione del dittatore Omar Al-Bashir, ruolo di eguale importanza di quello giocato dal Primo Ministro Silvio Berlusconi nel 2008, per la riabilitazione del dittatore libico, il colonello Muhammar Gheddafi. Entrambe le riabilitazioni internazionali  sono state dettate dalla necessità dell’Italia di frenare le migrazioni, azioni oggetto ora, da parte di alcuni, di presunzione di complicità in crimini contro l’umanità commessi dai rispettivi regimi. 

La politica di sdoganamento del regime islamico, iniziata dal predecessore di Lobasso, l’Ambasciatore Armando Barucco (novembre 2011 – marzo 2015), ora capo dell’Unità di Analisi, Programmazione e Documentazione Storico-diplomatica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, si è basata su due obiettivi: far uscire il regime dalla sfera di influenza dell’Islam radicale, che portava alla diretta  complicità con i gruppi terroristici sunniti, tra i quali Al Qaeda e Daesh, e il contenimento dei flussi migratori dall’Africa all’Europa.
Due obiettivi mai raggiunti, in quanto Bashir non ha mai tagliato i legami con il terrorismo sunnita e l’Islam radicale. Per quanto riguarda la collaborazione del regime sudanese nel contenimento della migrazione, assieme a Salah Gosh e al generale Hemetti, Bashir ha dirottato 400 milioni di euro ricevuti dall’Unione Europea per contenere i flussi migratori verso l’Europa per rafforzare le forze repressive del regime, tra cui le milizie arabe RSF. Allo stesso tempo il regime di Khartoum è stato il principale organizzatore dei flussi migratori clandestini in complicità con le milizie libiche.
L’Italia, ora, forse solo a rimorchio di Bruxelles, sembra tendere a rappresentare la giunta militare, composta dagli stessi gerarchi responsabili dei passati crimini, come un passo verso la pacifica democratizzazione del Sudan. L’Ambasciatore Lobasso, nell’intervista che abbiamo citato, promette che l’Italia continuerà offrire il suo contributo e il supporto che, secondo lui, è ‘di primo livello’.  

La sensazione che si respira qui a Khartoum è ben lontana da quella propagandata, si percepisce, infatti, che gli accordi di Addis Ababa non promettano nulla di buono per il futuro del Sudan. La decisione di El Sadig El Mahdi, leader del National Umma Party (NUP), di non partecipare al Consiglio Sovrano è l’ulteriore elemento di preoccupazione. El Mahdi è stato il principale sostenitore degli accordi, eppure non vuole sporcarsi le mani gestendo il Paese insieme ai militari.
Come il Partito Comunista e la SPA, il NUP parteciperà solo al Parlamento. Vari osservatori regionali si interrogano sul senso di queste decisioni.
Se il Consiglio di Sicurezza otterrà i poteri esecutivi quale sarà il potere politico delle forze di opposizione che partecipano ad un Parlamento privo di reali poteri?
Per via della decisione persa dal Partito Comunista, dalla SPA e dal NUP di non parteciparvi, la maggioranza detenuta dai civili nel Consiglio Sovrano (6 su 11) sarà solo nominale. Solo forze politiche minori della Alleanza per la Libertà e il Cambiamento parteciperanno al Consiglio Sovrano. Partiti con scarso appoggio popolare e facilmente manipolabili dai generali. 

Anche i gruppi di opposizione armata, tra cui il Sudan People’s Liberation Movement-North  (SPLM-N), hanno preso le distanze dagli accordi, non riconoscendoli. Probabilmente continueranno la loro lotta armata nel Darfur e negli Stati al confine con il Sud Sudan contro gli stessi generali che stanno combattendo da ormai 15 anni.  Nonostante il comodo compiacimento espresso dalla comunità internazionale, gli accordi di Addis Ababa pongono le basi per due scenari. Il rafforzamento del regime e dei suoi criminali o futuri scontri che potrebbero sfuggire di mano e sfociare in aperta guerra civile

La maggioranza della popolazione si sente tradita. Le celebrazioni avvenute sabato per la firma degli accordi di un governo di transizione non devono trarre in inganno. La maggior parte dei sudanesi è consapevole che aver spodestato il dittatore Bashir non è certo sinonimo di vittoria, la libertà e la democrazia sembrano ancora lontane

Una ultima domanda è doveroso porsi. A quando la ripresa del traffico di esseri umani gestito dai generali della giunta? dopo l’interruzione dettata dal recente periodo rivoluzionario. È solo questione di tempo, perché Salah Gosh, Hemetti e gli altri generali di certo non intenderanno rinunciare ad questa nuova tratta degli schiavi che apporta a loro milioni di euro.

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