mercoledì, Agosto 21

Sudan in mano al Grande Burattinaio saudita Il principe Salman sta utilizzando il Premier etiope Abiy Ahmed e il Presidente egiziano Abd al-Fattaḥ al-Sisi per favorire la giunta militare e mettere in difficoltà la direzione del movimento rivoluzionario. Obiettivo: mantenere il regime sudanese al potere

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«Ho dato la mano a un arabo gentile. Ho ancora la mia mano destra per provarlo»  Questa frase fu pronunciata dallo scrittore, poeta e attore irlandese Spike Milligan nel tentativo di spiegare il doppio volto, gli intrighi e gli inganni delle monarchie arabe. Una frase che sembra calzare a pennello per la crisi politica in Sudan.

Tre miliardi di dollari, di cui 750 milioni già versati. Necessità di continuare ad avere a disposizione le truppe sudanesi nella sporca guerra dello Yemen. Pressioni dall’alleato americano da gestire. Il Presidente Donald Trump insiste affinché si smetta di appoggiare il Transitional Military Council. Dichiarazioni di facciata  a favore della democrazia in Sudan e subdole manovre dietro le quinte. Questa è la sintesi della politica estera araba destinata ai sudanesi.

Il Principe ereditario saudita Mohammad bin Salman Al Saud ha due soli obiettivi. Il resto sono solo chiacchiere e inganni.
Primo obiettivo. Continuare a utilizzare le truppe sudanesi per i combattimenti terrestri nello Yemen. I sauditi hanno iniziato questa terribile guerra che fanno combattere ai poveracci del Terzo Mondo, pagando i loro governi dittatoriali. Una guerra che non possono perdere. I  sudditi potrebbero chiedersi il perchè di tanti morti invano…
Secondo obiettivo.  Evitare che la rivoluzione sudanese sia un esempio contagioso per la società saudita mettendo così a repentaglio una secolare monarchia fondata da ex beduini e mercanti di schiavi arricchitesi solo grazie all’oro nero.
Ma come una rivoluzione in due Paesi ricchissimi? Altro mito da sfatare. In Arabia Saudita ed Emirati Arabi stai bene solo se sei del clan debuino giusto, quello del re. Altrimenti…

Una settimana fa l’Amministrazione Trump aveva tirato le orecchie ai suoi alleati arabi riguardo il loro appoggio alla giunta militare. La Casa Bianca era rimasta contenta e impressionata del cambiamento di politica di Riyad, che si allineava alla politica estera americana sul Sudan, un governo di transizione controllato da civili. Il Transitional Military Council poteva partecipare ma in forma minoritaria e subordinata.
Le manovre dietro le quinte del Principe ereditario saudita rivelano un chiaro tradimento e una ipocrisia offensiva ed oscena. Il Principe Salman sta utilizzando il Premier etiope Abiy Ahmed e il Presidente egiziano Abd al-Fattaḥ al-Sisi per favorire la giunta militare e mettere in difficoltà la direzione del movimento rivoluzionario. Un unico obiettivo: mantenere il regime sudanese al potere. Sulla lealtà del premier etiope e del Presidente egiziano non vi sono preoccupazioni. Salman sa bene che ogni lealtà ha un prezzo, e quel prezzo lui lo ha già pagato!

Il prezzo degli etiopi è stato di 4 miliardi di dollari versati presso la Banca Centrale di Addis Ababa, guarda caso una settimana dopo l’inizio della discutibile mediazione del Premier Abyi. 3 miliardi dall’Arabia Saudita per rafforzare l’economia e supportare politicamente il Primo Ministro Abiy Ahmed. 1 miliardo dal Principe Sheikh Mohamed Bin Zayed degli Emirati Arabi per mitigare la pericolosa scarsità di valuta pregiata della Banca Centrale etiope. Una scarsità cronica, originata dalle assurde regole commerciali e finanziarie sempre imposte dal Governo etiope per garantire la sua moneta e l’indipendenza economica, che impedisce a qualunque imprenditore straniero di attuare investimenti sostanziosi, nonostante la promettente economia nazionale in crescita. Una indipendenza economica sbandierata come orgoglio nazionale, alla quale il Premier Abiy sembra ora aver rinunciato dinnanzi ai petrodollari.

Il prezzo per gli egiziani è stato ampiamente pagato addirittura in anticipo. Dal 2013, data del colpo di Stato che rimosse il Presidente democraticamente eletto Morsi (deceduto come un cane nell’aula di tribunale il 17 giugno 2019), Riyad e Abu Dhabi hanno versato 92 miliardi di dollari, secondo i dati forniti dalla Banca Centrale dell’Egitto. A questi si deve aggiungere 700mila tonnellate di prodotti petroliferi ogni mese che l’Arabia Saudita vende all’Egitto a prezzi politici, irrisori, un prestito diretto del Principe ereditario Salman pari a 23.5 miliardi di dollari e continui rinvii sul pagamento del debito decisi da Riyad e Abu Dhabi.

Elargiti i graditi, quanto vitali, aiuti economici, ora le due monarchie si attendono dai beneficiari fedeltà e comunione di intenti per promuovere i propri interessi.
Il Primo Ministro etiope ha programmato una seconda visita a Khartoum per discutere con le parti al fine di trovare un accordo di massima e avviare la transizione alla democrazia tramite la creazione del Consiglio Sovrano. La visita di Abiy è fondamentale per i rapporti arabi-etiopi. Deve portare a casa un risultato e quel risultato deve piacere a Salman e a Bin Zayed.

Abiy incontrerà il Transitional Military Council e l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento (ALC) in meeting separati. Una fonte etiope ha rivelato al quotidiano sudanese online ‘Sudan Tribune’ che il Governo etiope tenterà di proporre accordi favorevoli alla giunta militare e impedire a tutti i costi che le milizie arabe Rapid Support Forces (RSF) siano smantellate. Non hanno alcuna importanza i crimini contro l’umanità commessi dalle RSF in Darfur, Blue Nile, Kordofan e le recenti violenze contro i manifestanti.

Le RSF per Riyad e Abu Dhabi sono di strategica importanza per due ragioni. Le RSF sono l’unica arma a disposizione dei generali Mohamed Hamdan Dagalo (noto anche come Hemedti, Hemeti o Hemitte, Hemetti) e Salah Gosh per mantenere il potere, controllare il Paese e garantire gli interessi arabi in Sudan e nel Corno d’Africa. Le RSF sono le truppe d’élite nella guerra nello Yemen che hanno dimostrato grande efficacia nei combattimenti. Una efficacia tale che ha declassato come ‘incidenti di percorso’ le innumerevoli violazioni dei diritti umani e le varie stragi di civili yemeniti compiute da queste orde sanguinarie di Janjaweed sudanesi. Miliziani fanatici e fieri promotori di una balsfema interpretazione dell’Islam. Un vero e proprio reato di  ‘Ridda’ (apostasia) incoraggiato dai ‘Murtadd’ (apostati) dal sangue reale che hanno abbandonato la vera fede per permettere alle loro monarchie di mantenersi al potere.

Il generale egiziano al-Sisi, Presidente di turno dell’Unione Africana, detto anche ‘l’Usurpatore’, giunge in supporto del premier etiope, assicurando gli sforzi dell’Egitto per «Coordinare la visione regionale per la risoluzione della crisi sudanese e per creare una atmosfera serena per la ripresa del dialogo necessario per garantire l’integrità del Sudan, le aspirazione del popolo sudanese in materia di sicurezza, stabilità e sviluppo economico». Così recita il comunicato stampa emesso dal portavoce del Ministero degli Esteri. Doveroso notare che il comunicato non accenna a nessuna democrazia, ma enfatizza termini ampiamente utilizzati dalla giunta militare per giustificare la sua volontà di rimanere al potere e le relative violenze: integrità territoriale, sicurezza, stabilità…  Di accordi di pace con le vari gruppi armati che tentano di difendere la popolazione dai crimini del vecchio-nuovo regime militare, nemmeno un accenno.

Superfluo affermare che il Governo del Cairo fa riferimento alla visione dettata dai Principi arabi. Il supporto del generale al-Sisi è fondamentale. Tra 9 giorni scade l’ultimatum dell’Unione Africana. Se entro il 30 giugno i militari sudanesi non avranno consegnato il potere esecutivo ai civili, la sospensione del Sudan dall’Unione Africana diverrà irreversibile fino a quando non sarà instaurata la democrazia. Un accordo all’ultimo momento eviterebbe al generale al-Sisi complicate manovre presso l’Unione Africana per convincere la maggioranza degli Stati membri ad un ulteriore rinvio del ultimatum, mentre il premier etiope finalmente porterebbe a casa un successo diplomatico, dopo i fallimenti nelle mediazioni di pace in Sud Sudan e tra Eritrea Kenya Somalia.

I due attori scelti dalle monarchie arabe sono apparentemente uomini forti.
Abiy Ahmed, nel 2018, ha salvato l’Etiopia da una guerra civile ormai alle porte, attraverso una politica di riforme attuata all’interno della coalizione di Governo Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) controllata dal movimento tigrino Tigray People’s Liberation Font (TPLF)
Oltre ai soldi ricevuti da Riyad, la riconoscenza di Abiy alle monarchie feudali è un obbligo morale. Sono stati i principi Salman e Bin Zayed a rendere possibile la pace con l’Eritrea che ha rafforzato il supporto etiope al premier e la sua popolarità internazionale. Un gioco astuto. Una pace ottenuta da Riyad e Abu Dhabi a suon di milioni di dollari elargiti ai due Paesi. Una pace di cui contenuti e modalità sono state decise dai monarchi arabi, ma il merito dato unicamente ad Abiy Ahmed, trasformandolo da semplice interlocutore politico a promotore della pace che ha posto fine ad un conflitto che durava dal 1998.
Il generale al-Sisi necessita di supporto. Il suo potere non è stabile quanto può sembrare. Come per Riyad e Abu Dhabi anche il Cairo guarda con apprensione la rivoluzione sudanese per una semplice ragione. Le rivendicazioni di libertà, cambiamento, giustizia e democrazia del popolo sudanese sono le stesse del popolo egiziano. La differenza sta nel fatto che per il momento i sudanesi sono padroni del loro destino e gli egiziani no, avendo perso la battaglia democratica nel 2013, quando il generale ordinò l’assalto alla democrazia, accusando il Presidente Morsi di voler instaurare uno Stato totalitario islamico.
Non è mai stato chiaro se Morsi veramente covava queste idee nella testa. Chiaro è solo il suo peccato originale. Apparteneva alla Fratellanza Mussulmana, nemico mortale per Arabia Saudita e Emirati Arabi. La repressione della democrazia egiziana, le detenzioni di massa, le esecuzioni extra-giudiziarie sono stati gli strumenti utilizzati da al-Sisi per raggiungere i suoi obiettivi. Strumenti ora oggetto di pura invidia ed ammirazione da parte della giunta militare sudanese che tenta di emularne le gesta.

I leader egiziano ed etiope affermano di agire nel bene del popolo sudanese. In realtà agiscono in difesa dei generali e per giustificarsi parlano continuamente di instabilità, rischio di conflitto, rischio di infiltrazioni dei terroristi islamici, senza chiarire che l’Islam radicale è stata una delle componenti fondamentali per il regime di Bashir e attualmente il miglior alleato esterno della giunta militare.

Il compito affidato ad Abiy ed al-Sisi è reso difficile dall’arroganza del triunvirato Hemetti – Gosh – Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan. Forti del network regionale di sostegno creato a suon di dollari da Riyad e Abu Dhabi, questi generali stanno cercando di imporre alla Alleanza per la Libertà e il Cambiamento condizioni inaccettabili. Al-Burhan ieri ha affermato senza parafrasare che è venuto il momento dei siglare gli accordi e il ALC deve accettarli senza condizioni. «Riconosciamo l’importante ruolo giocato dalla ALC nella instaurazione della democrazia nel nostro paese. Per questo invitiamo la ALC a concludere al più presto gli accordi per la creazione del Consiglio Sovrano, senza porre precondizioni e in un spirito di franca collaborazione. Non preoccupatevi. Nessuna forza politica sarà esclusa dal governo provvisorio».

Le nuove condizioni imposte dal triunvirato tendono a proteggere le forze militari rimaste a loro fedeli e a estendere il controllo del TMC sulle istituzioni pre-democratiche che verranno formate per affrontare il periodo di transizione. Le Rapid Support Forces non si toccano. Queste milizie arabe sono addirittura delle povere vittime della propaganda rivoluzionaria che li dipinge come spietati assassini e reclama la dissoluzione dell’unità speciale. Questo è quanto afferma senza pudore il loro capo, il generale Hemetti, mandante delle violenze contro i civili.
Alla Alleanza i generali sono disponibili a concedere la maggioranza nel Consiglio Sovrano, ma il primo turno della Presidenza spetta a loro, così come la maggioranza nel Parlamento. Il periodo di transizione deve essere di breve durata, massimo un anno per consegnare definitivamente il potere ad un governo eletto dal popolo e quindi realmente rappresentativo.

La durata della transizione è un punto fondamentale per il futuro del Sudan. L’Alleanza concorda sulla iniziale proposta del TMC di tre anni. Un periodo sufficiente per stabilizzare il Paese, introdurre lo Stato di diritto e offrire la possibilità a tutti i partiti politici di riorganizzarsi dopo 30 anni di repressione completa, al fine di poter affrontare serenamente e nelle migliori condizioni la prova elettorale.

Il triunvirato, al contrario, tenta di imporre un periodo breve per non permettere ai partiti di opposizione di strutturarsi e radicarsi nella società. Un anno, al massimo, durante il quale il TMC detterà legge, deciderà le modalità delle elezioni, nominerà la Commissione Elettorale più utile e congeniale. Il tutto per poter indire elezioni prefabbricate, da esito scontato e prive di sorprese.

Ci saranno prevedibilmente delle contestazioni sull’esito delle elezioni seguite dalla repressione delle RSF. Ci penseranno gli alleati arabi a convincere l’Occidente a sorvolare sulle  vittime e sui brogli. Verrà utilizzato come argomento lo spauracchio del terrorismo islamico salafista che, per ironia storica, è una creatura di Salman e di Bin Zayed.
C’è un piccolo prezzo da  pagare per il triunvirato. Uno dei tre boia dovrà dimettersi dall’Esercito per riciclarsi come politico civile, giusto per far contenti Unione Europea e Stati Uniti e salvare le apparenze. Cioè quello che ha fatto il grande Maestro e ispiratore del triunvirato: il generale al-Sisi.

Traduzione: «Io sono un fervente sostenitore di un Governo di civili. Ma chi convincerà l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti?»

Hemetti, Gosh e Al-Burhan sono alleati fedeli delle monarchie arabe. Dimostrano la loro lealtà non con parole o intenti, ma con i fatti concreti. Non solo hanno mantenuto il contingente militare a combattere nello Yemen, ma lo hanno rafforzato. «Diverse e nuove unità dell’esercito sudanese sono arrivate nello Yemen per continuare il loro supporto alla forze governative che stanno combattendo contro la ribellione filo iraniana degli Houthis»  afferma l’agenzia stampa cinese ‘Xinhua’.

Una carta ben giocata quella della guerra nello Yemen. Si fanno contenti i padrini arabi e nello stesso tempo si spedisce al fronte il numero più alto possibile di soldati che in questi mesi hanno dimostratoslealtàe simpatie rivoluzionarie.

Il triunvirato, assieme a Riyad e Abu Dhabi stanno giocando la carta iraniana per addolcire e piegare il Presidente Donald Trump. L’Unione Europea non rappresentata un problema. Il suo cauto silenzio è motivato da alcuni dossier scottanti per Francia, Germania e Italia in Sudan e Libia. Molte diplomazie europee stanno pregando che in Sudan ritorni la stabilità per evitare rischi di giustizia internazionale…
Il TMC e i padrini arabi hanno ideato e promosso un ragionamento artificiale, ma machiavellico e quindi efficace. Il supporto delle forze armate sudanesi è vitale per contrastare le interferenze di Teheran nello Yemen e per contenere la minaccia terroristica iraniana soprattutto dinnanzi alle recenti provocazioni dell’Iran verso gli Stati Uniti. Se il Transitional Military Council non avrà il controllo del Sudan come potrà  essere assicurato questo vitale supporto militare nello Yemen?

Un ragionamento accettato per forza di inerzia da un Presidente americano impopolare che, forse, sta spingendo la sua Nazione all’ennesima avventura militare, che finirà come il caos irakeno o come la guerra per procura siriana, in tutti i modi con una sconfitta americana, centiniaia di migliaia di morti e altra instabilità nel martoriato Medio Oriente a tutto vantaggio di Al-Qaeda e Daesh.
Uno scenario ben presente alla Casa Bianca tanto è vero che ha bloccato poche ore fa l’ordine Presidenziale di bombardare l’Iran come forma di ritorsione per l’abbattimento del drone spia americano da parte delle forze armate iraniane. Congresso, Senato, Pentagono e CIA sanno benissimo l’epilogo di una guerra control’Impero del Male’ e per questo stanno cercando di impedirla. Di prendere tempo nella speranza che Trump venga presto sostituito da un Presidente più adatto, ragionevole e pragmatico, capace di riattivare l’unica strategia vincente con l’Iran: quella individuata da Barak Obama.

L’Islam comanda ai musulmani di essere onesti con se stessi e verso gli altri. Questo ordine viene ricorrentemente ripetuto nel Corano e negli hadith del Profeta Maometto. L’Islam ordina al musulmano di dire la verità, anche se questo avviene contro il proprio interesse. L’Islam ordina a non imbrogliare o tradire le altre persone. Allah ha ordinato al musulmano di essere sincero nelle sue parole e nelle azioni, in privato e pubblicamente. Queste sagge e incontestabili regole coraniche non sembrano rappresentare un problema per i Murtadd sauditi ed emeratini. In fondo stanno trattando con degli infedeli. Storicamente l’arabo si sente esente dal rispettare il comandamenti di Allah quando tratta con degli infedeli…

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