martedì, Luglio 16

Sudan in fiamme E’ la rivolta del pane, movimento popolare che assume sempre più connotati politici e sta mettendo in seria crisi il regime, riabilitato dall’Occidente, considerato dalla maggioranza della popolazione araba e cristiana come una insopportabile e disumana dittatura

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Dalla scorsa settimana il Sudan è sconvolto da una estesa rivolta popolare contro la decisione di togliere i sussidi al carburante e ai beni alimentari di prima necessità, quale il pane, che, in realtà, è il proseguimento della rivolta del pane dello scorso gennaio, la causa è da ricercarsi nelle politiche adottate dal Governo, nel disperato tentativo di far fronte alla crisi economica. Le proteste, nate nelle città di El Gedaref, Berber e Atbara, si sono immediatamente diffuse nella capitale e in tutto il Paese. Sono guidate dagli studenti universitari che stanno mettendo in seria difficoltà l’apparato repressivo e il regime del Generale Omar Al Bashir.

La decisione di ridurre i sussidi è stata presa a seguito dell’aggravarsi della crisi economica iniziata nel 2011, quando il Sudan ha perso i proventi dei giacimenti petroliferi del Sud Sudan, divenuto all’epoca indipendente. Nonostante varie sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea sia state tolte lo scorso 2017 fino a oggi, grazie all’opera diplomatica italiana , l’economia stenta a riprendersi. Ora il Governo spera di uscire dalla crisi attraverso il controllo di parte del greggio sud sudanese, bottino di guerra di una pace imposta con la forza da Sudan e Uganda.

In attesa che il greggio del Sud Sudan riavvi l’economia, l’inflazione è giunta al 68,93% in Novembre mentre l’inflazione annua per il 2018 si è assestata al 63%. L’aumento dell’inflazione ha distrutto il già fragile potere d’acquisto della popolazione. Solo il 48% della forza lavoro giovanile ha un impiego stabile, spesso mal pagato. All’inflazione si è aggiunta la scarsità di valuta pregiata che crea difficoltà nell’importare carburante e generi alimentari. Dallo scorso ottobre si registrano significative mancanze di benzina e farina per il pane costringendo la popolazione ad interminabili code presso le stazioni di servizio e i forni.

Il regime sta tentando di controllare la rivolta popolare, che al momento è spontanea, prima che qualche leader politico riesca a coordinare le varie sommosse riunendole in un piano per rimuovere il Governo entrando così in una situazione rivoluzionaria e di guerra civile. NetBlocks, una organizzazione internazionale che monitora la libertà di accesso a internet, segnala la collaborazione con il regime delle compagnie Telecom sudanesi e straniere operanti in Sudan nel bloccare l’accesso a Facebook, Skype, What’s App e altri social network on line. Zain, Sudatel, Kanartel e la multinazionale Telecom sudafricana MTN si sono messe al servizio del regime, non solo per bloccare l’accesso ai social network ma per individuare i militanti più attivi in rete.

Dallo scorso giovedì, la capitale Khartoum è paralizzata dalle proteste di massa. Diverse barricate sono state erette in vari distretti della capitale, zone universitarie e nel centro di Khartoum. Centinaia di manifestanti marciano regolarmente sulla Piazza Jackson, Stadium e El Hurria Street regolarmente dispersi dalla Polizia e dalle unità anti-sommossa. Servizi segreti, Polizia ed Esercito hanno fatto irruzione presso l’Università di Khartoum per evitare che gli studenti lasciassero il campus universitario. Obiettivo parzialmente raggiunto, mentre gli studenti della Università del Sudan si sono uniti ai residenti dello strategico quartiere popolare di El Duyoum Shereg, sud Khartoum. Assieme ai quartieri, El Shafa, El Arda in Omdurman (la città vecchia di Khartoum), Shereg è diventato l’epicentro della rivolta nella capitale. Si teme che la protesta si propaghi nel quartieri densamente popolati di Khartoum Nord e El Haj Yousef. I manifestanti bloccano le principali arterie stradali e sono iniziati i primi scontri a fuoco tra studenti ed esercito. Al momento questi scontri sono circoscritti e casuali e non vi è nessun indizio che la protesta spontanea presso la capitale si stia avviando verso l’insurrezione armata.

Nello Stato di El Gedaref centinaia di dimostranti hanno dato alle fiamme il Municipio del capoluogo El Gedaref e il dipartimento idrico. Si sono verificati duri scontri con la Polizia e l’Esercito in cui vari veicoli militari sono stati incendiati con le bombe molotov. L’ospedale regionale ha ricevuto decine e decine di civili con gravi ferite da arma da fuoco. Al momento si parla di 6 morti tra i civili. Cittadini, operai e massaie si sono unite agli studenti universitari rafforzando il movimento di protesta ora diventato nazionale. Nel disperato tentativo di controllare la protesta le autorità di El Gedaref hanno promesso di riattivare le sovvenzioni al pane, riportandolo al prezzo di 01 pound per pagnotta.

Le proteste nello Stato del River Nile sono di maggior intensità, e hanno costretto il regime a imporre il coprifuoco. Negli scontri tra la Polizia e i dimostranti è stato ucciso Mohamed Eisa, un atleta di fama nazionale che stava partecipando alle manifestazioni contro il Governo. I manifestanti hanno dato fuoco al Palazzo Legislativo e alla sede regionale del National Congress Party – NCP al potere dal golpe attuato dal Generale Omar Al Bashir con il supporto dell’Islam radicale. Le proteste si stanno intensificando ad Atbara, capoluogo del River Nile, nonostante l’imposizione del coprifuoco. L’Esercito si è posizionato in difesa degli edifici amministrativi, stazioni di servizio e centrali elettriche.  
Quello che sta succedendo ad Atbara è estremamente preoccupante per il regime. Almeno il 50% dei reparti dell’Esercito dello Stato avrebbero disertato per unirsi ai dimostranti. Questa solidarietà tra militari e civili, se non interrotta, potrebbe portare dalle proteste di piazza allo scontro armato e guerra civile.

Nel Northern State a Dongola migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il regime, mentre la Polizia e i reparti dell’Esercito di stanza presso il capoluogo del Northern State hanno rifiutato l’ordine di intervenire. Pur non essendosi uniti ai rivoltosi hanno assistito passivamente all’assalto al Municipio e alla sede del partito NCP. Entrambi gli edifici sono stati saccheggiati e dati alle fiamme. I leader della rivolta a Dongola sono gli studenti universitari delle facoltà di Agricoltura, Economia ed Educazione.
Al momento l’apparato repressivo va molto cauto nella capitale. Solo nel distretto di El Obeid, Stato del Nord Kordofan, la polizia è riuscita a controllare i manifestanti tramite l’uso eccessivo della forza. «La Polizia ha schiacciato i protestanti nel distretto di El Obeid impedendogli di giungere al centro città. Hanno arrestato centinaia di prestanti», rivela un testimone oculare a Radio Dabanga sito di informazione del Partito Comunista Sudanese in esilio.
Spento l’incendio ad El Obeid, un nuovo focolaio scoppia nella città portuale e strategica Port Sudan, nel Red See State dove alle manifestazioni partecipano folle oceaniche. Il leader sono studenti universitari della facoltà di Educazione. Le forze dell’ordine rimangono prudenti nello scatenare la repressione. Nel White Nile State l’intera popolazione femminile è scesa in piazza al fianco degli studenti universitari nel capoluogo Kosti.

Il Governo di Khartoum accusa l’opposizione di essere dietro a queste proteste che se continuassero e aumentassero diventerebbero un serio pericolo per il regime. «Delle pacifiche manifestazioni sono state deragliate da infiltratori in attività di guerra contro istituzioni pubbliche e proprietà, distruggendo e bruciando. Qualche politico sta tentando di sfruttare queste condizioni per destabilizzare la sicurezza e la stabilità del Paese con lo scopo di conseguire una propria agenda politica. I dimostranti si sono dimostrati violenti nei confronti della polizia e delle forze dell’ordine», dichiara Bishara Jumaa portavoce del Governo in un comunicato ufficiale diramato da ‘Sudan News Agency’.

Secondo Sadiq Al Mahdi, figura mitica dell’opposizione sudanese, ritornato in Patria mercoledì scorso, dopo un esilio auto-imposto: «Il regime ha fallito provocando la crisi economica e l’erosione della moneta nazionale». Condannando la repressione delle proteste e invitando le forze dell’ordine di astenersi a usare la forza contro la popolazione arrabbiata e oppressa, Al Mahdi afferma sul ‘Sudan Tribune’: «Abbiamo compreso che il regime ha solo sue opzioni. Rispondere alla richiesta della popolazione di effettuare un passaggio di poteri pacifico e democratico o rigettare questa richiesta consapevole del duro scontro con la popolazione che scaturirà da questa seconda scelta».

Non si può pronosticare al momento se queste proteste verranno soffocate o daranno al via ad una Primavera Araba in Sudan, ma un dato salta agli occhi: la popolazione è stanca di un dittatore che dal 2012 riceve il supporto anche dall’Occidente. Nella tormentata lotta interna al partito per la successione a Ormar Al Bashir, sembra aver vinto l’ala dura. In dicembre è stato presentato al Parlamento un emendamento della Costituzione per estendere i limiti di mandato presidenziale, che per Al Bashir, scade nel 2020.
Il capo della sicurezza sudanese, Salah Gosh, al centro di una imbarazzante cena politica con importanti autorità francesi, avvenuta lo scorso ottobre a seguito di un patto tra Francia e Sudan per aiuti reciproci in Sudan e Repubblica Centrafricana, ha fatto circolare la falsa notizia che Israele avrebbe addestrato 280 terroristi sudanesi legati all’opposizione Sudan Liberation Movement – SLM e rinviati in Sudan per compiere atti di sabotaggio e attentati. Abel Wahid Al Nur, leader del SLM, ha smentito questa notizia, affermando che la fake news è stato diramata ai media da Gosh per giustificare il fallimento del regime e distrarre l’attenzione dalla crisi economica e politica, inventando assurdi e inesistenti complotti sionistici.

Sabato 22 dicembre le autorità hanno arrestato 14 leader dell’opposizione, incolpandoli di aver promosso le proteste popolari che si stanno propagando nel Paese. Fathi Fadul, portavoce del partito di opposizione NCF National Consensus Forces,  ha dichiarato al settimanale ‘The East African’ che il leader del NCF Farouq Abu Issa e altri 13 leader sono stati arrestati dopo un meeting nella città vecchia di Khartoum, Omdurman. «I servizi di sicurezza hanno arrestato la maggioranza della leadership del NCF», ha dichiarato Fadul. La decapitazione del NCF è stata attuata su basi anti costituzionali nella speranza di stroncare il movimento popolare.

Venerdì altri due manifestanti sono stati uccisi dalla Polizia durante delle proteste a Atbara, capoluogo del River Nile State, dove è stato imposto lo stato di emergenza. Tarig Ali e Mohamed Ahmed Abdeljalil erano studenti presso la River Nile University. Ai loro funerali una folla oceanica e molto arrabbiata ha gridato slogan contro il Governo, chiedendo democrazia e libertà. La ripresa rivolta del pane assume sempre più connotati politici. Questo movimento di protesta popolare, che ormai coinvolge tutto il Paese, sta mettendo in seria crisi il regime, riabilitato dall’Occidente, considerato dalla maggioranza della popolazione araba e cristiana come una insopportabile e disumana dittatura.

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