domenica, Maggio 26

Sudan implicato nel traffico dei migranti, UE e Italia lo sanno La vicenda rifugiato eritreo Mehanie Tesfamariam Berhe porta alla luce le connivenze del Governo e dell’Esercito sudanese -con i quali noi collaboriamo- con i trafficanti, e i Governi sanno tutto

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Da quanto è emerso dalle inchieste giornalistiche internazionali, il rifugiato eritreo Mehanie Tesfamariam Berhe, in carcere in Italia, indagato dalla Magistratura di Palermo, scambiato per il noto trafficante di esseri umani Medhanie Yehdego Mered, sarebbe vittima di una ‘trappola politico-diplomatica’ della Polizia politica del Sudan, la N.I.S.S. National Intelligence Security Service, guidata dal ‘boia di Khartoum’, il Generale Saleh Gosh. Uno scambio di persona deliberato per stessa ammissione  del generale Awad Elneil Dhia, capo del dipartimento della polizia sudanese.

Il giornalista del ‘The New Yorker’, Ben Taub, in un articolo del luglio 2017 spiega la trappola orchestrata dalla Polizia segreta sudanese all’ignaro rifugiato eritreo.
A seguito delle indagini della Magistratura di Palermo, la Polizia italiana e quella britannica lanciano, nel 2015, l’Operazione Glauco, in onore del personaggio mitologico greco Claucus, dotato di poteri profetici e salvatore dei naufraghi. Intercettazioni telefoniche e indagini fanno comprendere immediatamente al regime sudanese che il vero trafficante protetto a Khartoum è in serio pericolo. La sua palese presenza in Sudan, ormai accertata da Italia e Gran Bretagna, non permette alla N.I.S.S. di non collaborare con le due polizie europee nell’arresto del trafficante di esseri umani. Occorre trovare una soluzione.

La situazione precipita quando, nel 2016, la Polizia italiana riceve prove fotografiche di Mered mentre partecipa ad un matrimonio sudanese. Prove confermate da Roy Godding, ufficiale della Britain National Crime Agency.
Secondo le indagini condotte dai quotidiani britannici la trappola inizia con l’adescamento su Facebook del ignaro Mehanie Tesfamariam Berhe da parte di Lidya Tesfu, moglie del trafficante eritreo rifugiata in Svezia, che inizia una lunga serie di chat confidenziali a cui Berhe, ignaro di chi sia la donna, accetta volentieri, attratto dalla sua bellezza e dalla possibilità di una avventura galante. Queste chat sarebbero state utilizzate dalla Magistratura di Palermo come prove indiziarie per confermare l’identità del povero Berhe, secondo  il giornalista Ben Taub.

Nel marzo 2016 la Polizia segreta sudanese avrebbe convinto il vero trafficante, Medhanie Yehdego Mered, a fuggire a Dubai, e il 24 maggio scatta l’arresto del rifugiato Berhe.
Due settimane dopo il sospetto viene estradato in Italia su un aereo militare.
Il giorno successivo il Governo italiano annuncia trionfante l’arresto del ricercato Medhanie Yehdego Mered.

Al momento dell’arresto la Polizia segreta sudanese confisca la carta d’identità di Berhe. Un  particolare non da poco, visto che l’estradizione in Italia sarebbe stata fatta senza la richiesta italiana dei documenti di identità del presunto trafficante, solo sulla base di conferme della stessa N.I.S.S.

Nel frattempo il vero trafficante finisce nei guai e viene arrestato dalla polizia di Dubai. Secondo le informazioni ricevute dall’opposizione sudanese, il regime islamico interviene immediatamente presso le autorità degli Emirati Arabi perché le autorità emiratine non scoprissero la vera identità dei Mered, riuscendo a farlo scarcerare, e subito dopo metterlo al sicuro in Uganda, dopo avergli fornito una diversa identità eritrea.

Qualche mese dopo l’arresto di Berhe, Meron Estefanos, attivista eritrea-svedese, giornalista e responsabile della emittente radiofonica in lingua tigrina ‘Radio Erena’ -che denuncia le attività dei trafficanti e protegge i migranti-, contatta i media britannici, fornendo testimonianze giunte dalla diaspora eritrea in Uganda secondo le quali il trafficante non può essere quello in carcere in Italia, le cui foto erano state sbattute sui media italiani e britannici sotto titoli trionfanti, in quanto il vero Medhanie Yehdego Mered era stato riconosciuto nel quartiere a luci rosse di Kabalagala, presso la capitale Kampala. Queste testimonianze sono state prese in seria considerazione dai quotidiani britannici, ma non dalle rispettive polizie, quella italiana e quella inglese.

Che fine ha fatto Medhanie Yehdego Mered? Secondo nostre fonti in Uganda, vivrebbe tranquillamente a Kampala sotto falsa identità. Secondo altre fonti, avrebbe lasciato l’Uganda tre mesi fa intimorito dalle indagini della Polizia ugandese -ignara della sua vera identità- su attività di racket della prostituzione di giovani etiopi ed eritree e traffico di cocaina.
Difficile confermare la veridicità di queste informazioni, in quanto le fonti difendono il loro anonimato e non hanno presentato prove video o fotografiche della presunta presenza di Mered a Kampala.

Dietro la storia di Berhe e Mered vi è il ragionevole dubbio che si nascondi la necessità del Governo islamico sudanese di nascondere il suo coinvolgimento nel traffico di esseri umani, nonostante i soldi ricevuti dall’Unione Europea per combatterlo e gli accordi di Khartoum promossi dall’Italia.
Secondo il ‘The New York Timesvari ufficiali di Esercito, Polizia e N.I.S.S. sarebbero coinvolti nel traffico di esseri umani in Sudan.
Il quotidiano americano ha intervistato 4 ex trafficanti di esseri umani in Sudan che sostengono il coinvolgimentodell’apparato di sicurezza e dei servizi segreti sudanesi. I più attivi sarebbero gli ufficiali della N.I.S.S. e della R.S.F., che hanno stretti contatti con trafficanti, milizie e governi in Libia, e nel contempo collaborano con le polizie francese, britannica e italiana nella lotta contro l’immigrazione clandestina.

Il brigadiere Mohammed Hamdan Daglo, capo della R.S.F., ha smentito queste voci, dichiarando che la R.S.F. e la N.I.S.S. svolgono un ruolo di primo piano nel impedire la rotta dei clandestini eritrei ed etiopici dal Sudan alla Libia.
Di diverso parere i quattro ex trafficanti intervistati dal ‘The New York Times’.
Il brigadiere Daglo, assieme al generale Gosh, sarebbero i principali organizzatori di questo traffico di esseri umani in stretto contatto con le milizie libiche in Kufra e Sabha, nel sud della Libia.
Daglo e Gosh intascano ingenti fortune dagli aspiranti migranti ignari della sorte a loro destinata.   Solo il 20% arriverebbe in Europa. La maggioranza sarebbe uccisa dalle forze sudanesi dopo aver intascato i compensi per il viaggio da parte delle vittime. I massacri avverrebbero durante il tragitto nel deserto che separa i due Paesi e servirebbero al regime islamico per rispettare l’impegno contratto con l’Unione Europea di fermare l’immigrazione clandestina per cui riceve milioni di euro all’anno. Una forma di rispetto di questo impegno non certo suggerita dalla UE, ma di fatto tollerata. Altri finirebbero prigionieri a Kufra e Sabha, dove le milizie libiche chiedono ai familiari altri riscatti.

Conferme del coinvolgimento del Generale Gosh e della N.I.S.S. giungono anche dal prestigioso Istituto Olandese per le Relazioni Internazionali Clingendael attraverso un suo rapporto investigativo pubblicato nel settembre 2018 (‘Effects of EU policies in Sudan’ (‘Effetti delle politiche europee in Sudan’). «Non sono solo le forze paramilitari sudanesi coinvolte nel traffico degli esseri umani, ma anche alti ufficiali delle forze regolari. Vi sono numerosi rapporti sul coinvolgimento di membri delle Forze Armate sudanesi, in particolare della N.I.S.S., nel traffico di esseri umani tra Eritrea ed Egitto che passa nelle regioni est del Sudan. Di recente la N.I.S.S. appare coinvolta nel traffico di migranti dal Sudan – Darfur alla Libia.
Nel giugno 2016 un rifugiato del Darfur di 26 anni giunse in Libia via Malha, cittadina del Nord Darfur. Per il tragitto dovette pagare 750 euro a tre agenti della N.I.S.S. La tassa per il paradiso viene regolarmente divisa in parti eque tra gli ufficiali della N.I.S.S. e i Signori della Guerra libici della zona di Kufra. Per i migranti Vip vi è addirittura la possibilità di giungere a Tripoli via aereo, imbarcandosi presso aeroporti sudanesi periferici sotto il controllo della N.I.S.S. Il biglietto aereo costa il triplo di quello via terra», si legge nel rapporto Clingendael.

Francia, Italia e Gran Bretagna continuano la loro collaborazione con la N.I.S.S., la R.S.F. e la polizia sudanese, nonostante il dettagliato rapporto del 2014 redatto dalla prestigiosa associazione americana in difesa dei diritti umani Human Rights Watch, contenente prove inconfutabili del coinvolgimento delle forze armate e del Governo islamico nel traffico di esseri umani.

Il rapporto di HRW contrasta con la dichiarazione di Fabrizio Lobasso, Ambasciatore italiano a Khartoum pubblicata su ‘Askanews’ nell’agosto 2016. «Negli ultimi anni il Sudan ha deciso di accelerare sulla strada di una collaborazione con la Comunità internazionale con il chiaro intendo di essere riconosciuto come Paese cooperante, come dimostra il dialogo di alto livello avviato con l’Unione europea, a partire dal lancio del Processo di Khartoum, nell’ottobre-novembre 2014, sotto la presidenza italiana dell’Ue, per far fronte ai flussi di migranti che arrivano dal Corno d’Africa».

L’affermazione dell’Ambasciatore Lobasso è stata rilasciata in una occasione molto particolare,  non pubblicizzata a dovere sui media italiani, ovvero in occasione della firma del Memorandum di Intesa tra il capo della Polizia italiana Franco Gabrielli e il suo omologo sudanese, Hashim Osman al Hussein. «Accordo che nasce in ambito bilaterale, ma che ovviamente si inscrive all’interno del progetto europeo sul fronte migratorio, in particolare proprio nel Processo di Khartoum e del Fondo fiduciario dell’Ue lanciato lo scorso anno (2015) al vertici con i leader africani a La Valetta (città dell’isola di Malta)», spiegava l’Ambasciatore Lobasso.

Ma chi è Hashim Osman al Hussein? E’ uno dei top comandanti del terrore islamico sudanese, colonna portante del sistema repressivo del Presidente Omar Al Bashir, assieme ai generali Mustafa Mohamed Mustafa (servizi segreti militari), Hashim Abdul Mutalib Ahmed Babikir (Ispettore Generale delle Forze Armate), Saleh Gosh (I.N.S.S.), Awad Elneil Dhia (capo della polizia), Mohammed Hamdan Daglo (capo delle R.S.F.)  e Magdi Ibrahim Osman (Capo in Comando delle Forze Armate Terrestri).

Come primo atto concreto di questo accordo e nello stesso mese della sua firma, la Polizia italiana ha collaborato con la Polizia sudanese per l’arresto e la deportazione di 40 rifugiati sudanesi imbarcato presso l’aeroporto di Torino-Caselle.
In una lettera aperta alle autorità italiane ed europee, un collettivo di Ong occidentali e africane sotto l’ombrello di Statewatch, criticò duramente questa deportazione di massa che, secondo queste associazioni, violava i più elementari doveri di difesa dei diritti umani.
Nell’ottobre 2017 l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione – ASGI emise un comunicato sull’ «uso ingannevole e inadeguato del Memorandum d’intesa tra l’Italia e il Sudan, implementato al fine di espellere cittadini sudanesi dal territorio italiano». ASGI fece notare che questo accordo tra polizie non trovò l’approvazione del Parlamento Italiano, rendendo vana la regolare disciplina della gestione dei flussi migratori e del rimpatrio dei cittadini stranieri prevista dagli articoli 80 e 87 della Costituzione, inerenti la ratifica di trattati internazionali.
ASGI citò all’epoca le violazioni compiute grazie a questo accordo tra Polizia italiana e sudanese. Violazione dell’articolo 10 comma 3 della Costituzione che tutela gli interessi degli stranieri; violazione del principio del non-refoulement; violazione del divieto di espulsione collettiva; violazione dei diritto a un ricorso effettivo all’ordine di deportazione; violazione della Convenzione di Ginevra del 1951; ed infine violazione dell’articolo 4, Protocollo 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Un lungo elenco, di cui certamente nessuno di noi può essere fiero.

E cosa dire dei fondi umanitari destinati alla mitigazione della immigrazione clandestina dall’Africa all’Europa gestiti dalla UE sotto la mega iniziativa di ‘Emergency Trust Fund Africa’ (4,1 miliardi di Euro), lanciato  durante il Summit di La Valetta, di cui il Sudan rientra a pieno titolo?  
Il rapporto della Ong  Global Health Advocates, nel settembre 2017, ha denunciato la scarsa trasparenza nella gestione di questi 4,1  miliardi di euro destinati,  a parere della Ong, falliti sia l’obiettivo della lotta alla povertà che quello di arrestare i flussi migratori clandestini.
La denuncia è passata inosservata fino a quando, il 5 dicembre 2018, la Corte dei Conti Europea ha pubblicato una relazione su Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa sulla base di un severo audit sulle modalità di progettazione e attuazione dei progetti finanziati attraverso questo fondo.  «La Corte ha constatato diversi punti deboli nell’attuazione del fondo e importanti ritardi nell’implementazione dei progetti ed ha formulato nei confronti della Commissione alcune raccomandazioni per la gestione futura del fondo. Secondo Bettina Jakobsen, membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione, il fondo fiduciario dovrebbe essere più mirato e indirizzare il sostegno a favore di azioni specifiche in grado di produrre un impatto misurabile. A Bruxelles si chiede una revisione degli obiettivi e delle priorità attuali, per renderli più specifici e conseguibili»,  si legge in un articolo pubblicato da ‘Info Cooperazione’.

Il coinvolgimento di vari Paesi europei con il regime islamico sudanese e nel nebuloso progetto di mitigazione dei flussi migratori clandestini dall’Africa forse finirà se le forze democratiche, che stanno opponendosi con determinazione il regime dittatoriale del Generale Bashir, riusciranno ad abbatterlo instaurando la democrazia in Sudan. «Se riusciremo a liberare il Sudan, per Bashir, Gosh, Daglo e gli altri criminali del regime scatterà la giustizia, ammesso che non riescano a fuggire prima. Anche i loro complici europei dovranno rispondere a molte domande per chiarire vari lati oscuri, con grande imbarazzo dei loro governi», ha  affermato un attivista della rivoluzione democratica in atto in Sudan.

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