mercoledì, Ottobre 28

Sudan: il ritorno degli estremisti islamici Protestano contro la riforma del codice penale con l’obiettivo di scatenare la folla, far cadere il governo transitorio e reinstaurare un regime islamico

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L’annuncio da parte del Transitional Sovereign Council (TSC) della riforma del codice penale ha scatenato l’ira dei religiosi islamici in Sudan. Un’ira che ha raggiunto le piattaforme dei social media con il chiaro intento di destabilizzare il Paese. L’obiettivo palesemente dichiarato è quello di scatenare le folle, far cadere il governo transitorio e reinstaurare un regime islamico.

Il TSC è il governo provvisorio formatosi nell’agosto 2019, frutto di un compromesso raggiunto tra la giunta militare (composta dai più stretti collaboratori del deposto Presidente Omar Al-Bashir) e il movimento rivoluzionario, sorto nel dicembre 2018, costringendo l’Esercito ad un colpo di Stato interno, nell’aprile 2019, che ha portato all’arresto del Presidente. Il compromesso fu sponsorizzato dal Primo Ministro etiope, Abij Ahmed, e sostenuto dall’Unione Africana.

Il TSC doveva traghettare il Paese verso elezioni democratiche e alla fine dall’applicazione legge islamica, la Sharia. La riforma del codice penale sembra andare verso questa direzione, in quanto colpisce al cuore la struttura del potere islamicosulla quale Omar Al-Bashir si era appoggiato per governare quasi trent’anni.

Tra i cambiamenti più significativi apportati vi è l’abrogazione della pena di morte per apostasia, la criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili (MGF) e la possibilità di bere l’alcol da parte dei non musulmani. Inoltre, alle donne sudanesi non sarà più richiesto di ottenere un permesso dai familiari maschi per viaggiare con i propri figli.

Il Ministro della Giustizia sudanese, Nasredeen Abdulbari, ha dichiarato in un’intervista televisiva che il governo «ha annullato l’articolo 126 del codice penale sudanese per assicurare la libertà religiosa e l’uguaglianza nella cittadinanza e lo stato di diritto».

«Tutti questi cambiamenti mirano a raggiungere l’uguaglianza di fronte alle leggi. Abbiamo abbandonato tutti gli articoli che hanno causato qualsiasi tipo di discriminazione. Assicuriamo al nostro popolo che le riforme legali continueranno fino a quando non elimineremo tutte le leggi che violano i diritti umani in Sudan», ha aggiunto.

Abdel-Hay Youssef, il predicatore ultraconservatore, domenica ha lanciato una serie di tweet in cui ha condannato le decisioni prese dalPresidente del CST, Abdel-Fatah al-Burhan e dal suo vice, il generale Mohamed Hamdan Daglo (Hemedti). «La decisione di emendare la legge penale conferma a ogni persona giusta ciò che gli interessati hanno detto molto tempo fa: questo governo è deciso a scatenare una guerra contro le virtù e a promuovere un’aggressione contro la religione e l’identità della nazione», ha detto il predicatore, che si ritiene sia in auto-esilio in Turchia.

Youssef ha invitato l’Esercito e altre unità in uniforme a intervenire «per difendere la legge di Dio», aggiungendo che Burhan e Hemedti «hanno tradito Dio e il suo messaggero». «Sradicare questo governo osceno è un dovere e un obbligo per ogni persona capace», ha aggiunto.

Nell’ottobre del 2019 Abdel-Hay Youssef si eraviolentemente opposto al Ministro della Gioventù e dello Sport, Wala’ El Bouchi, per aver organizzato il primo campionato di calcio femminile, affermando che il ruolo della donna nella società islamica è quello di accudire la casa e procreare, non di divertirsi. Youssef riuscì a mobilitare migliaia di integralisti sudanesi in supporto al suo intento di impedire ‘l’osceno’ campionato di calcio.

Mohamed Abdel-Kareem, un altro chiericosalafita, ha invitato la popolazione a scendere in piazza per protestare contro questi emendamenti. ll leader del Just Peace Forum(JPF): al-Tayeb Mustafa ha affermato che questo governo è venuto «per combattere Dio e il suo Messaggero» e ha descritto tutti i ministri del governo come «laici e comunisti anti-islamici». Ha giurato che lavorerà in concerto con gli altri chiericiislamici sudanesi per rimuovere questi emendamenti ed espellere il governo.
Il
JPF è una influente quanto pericolosa organizzazione radicale islamica nata da una scissione del National Congress Party (NCP), nel 2005, il partito di Bashir, che ha governato il Sudan dal 1989 al 2018. Al-Tayeb ha tutt’ora mantenuto la posizione di un uomo molto potente nel Paese. Posizione guadagnata grazie all’amicizia, supporto politico e collaborazione con l’ex dittatore Bashir, di cui Al-Tayeb è lo zio. Direttore del giornale estremistico ‘Intibaha Al-Tayeb’ è noto per la sua retorica aggressiva e i suoi contatti con Al Qaeda e con il Daesh. Al-Tayeb ha ostacolato il progetto politico del leader sudista del SPLM, John Garang(ucciso nell’agosto 2005 da un complottoorchestrato dal Bashir e dal Presidente ugandese Yoweri Museveni), di democratizzare il Sudan, contribuendo alla secessione del Sud Sudan al fine di ottenere due Stati irriconciliabili per razza, religione e cultura.

I vari leader integralisti islamici del Sudan hanno ancora un gran potere e la possibilità di mobilitare una considerevole parte della popolazione, creando i presupposti per una rivoluzione islamica salafista e una guerra civile. Questo potere è stato generato dall’alleanza tra gli islamisti e Bashir che permise di prendere il potere nel 1989. Un potere rafforzato nei successivi 30 anni del regime da un perverso gioco di mutui interessi.

Bashir e i suoi gerarchi non erano dei buoni fedeli mussulmani, ma usavano la Sharia e il clero islamico per meglio controllare la popolazione e per far rispettare le rigide leggi della dittatura. L’alleanza con gli estremisti islamici assicurò il sostegno politico e finanziario delle monarchie arabe, rivelatosi estremamente utile (assieme al supporto della Cina) per far fronte all’embargo economico delle potenze occidentali.

All’interno del governo di transizione del Primo Ministro Abdulla Hamdok vi sono gli stessi generali che per tre decenni hanno condiviso il potere con i chierici islamici. La loro posizione attuale sembra orientata a sbarazzarsi degli scomodi alleati politici (i fanatici chierici islamici) in quanto l’obiettivo è la fine delle sanzioni economiche e la ripresa del commercio con Europa e Stati Uniti. Non è un caso che nel mirino delle ire dei leader estremisti islamici sia entrato anche il generale Hemedti, che comanda la famosa milizia paramilitare islamica Rapid Intervention Forces.

Per stroncare sul nascere ogni tentativo di insurrezione islamica, martedì 14 luglio le autorità sudanesi hanno arrestato il leader di un gruppo radicale due giorni prima delle proteste organizzate da diverse organizzazioni islamiste per esprimere il loro rifiuto degli emendamenti del governo al codice penale e ad altre leggi. «lo Stato di Diritto e Sviluppo del Sudan ha imposto la necessità di far arrestare il leader islamico Mohaned Ali Aliezouli. L’arresto è stato effettuato dalla Intelligence Militare», recita un comunicato stampa governativo pubblicato sul quotidianoSudan Tribune’.

Aljazouli è considerato come il predicatore più potente e seguito della linea dell’estremismo islamico. Inoltre, ha sostenuto pubblicamente Daesh (lo Stato Islamico) nei suoi primi passi e ha istituito un’organizzazione chiamata One Nation Group, che ha l’obiettivo di favorire la conquista dell’Africa da parte di Daesh.
Il gruppo radicale One Nation Group ha affermato che l’arresto del suo leader è arrivato nell’ambito di una campagna per «mettere a tacere le bocche e bloccare la popolazione sudanese». Inoltre, ha accusato le Forces for Freedom and Change (FFC) di censurare le voci critiche dell’opposizione religiosa.
Il gruppo ha
poi rinnovato il suo rifiuto agli emendamenti del Codice Penale recentemente apportati dal governo di transizione, affermando che l’obiettivo ultimo è quello di «cancellare la legislazione islamica che per 30 anni ha garantito la stabilità e la pace in Sudan».
One Nation Group afferma di essere in contatto con gli altri leader religiosi islamici per organizzare manifestazioni in tutto il Paese contro la riforma del Codice Penale. Manifestazioni che dovrebbero scattare dopo le preghiere di ogni venerdì, trasformandole in «preghiere della rabbia delle moschee». All’opposizione dei fanatici islamici si è unito quello che resta del Partito del Congresso Nazionale del deposto Presidente Omer al-Bashir. I suoi dirigenti hanno annunciato l’organizzazione di una protesta per esprimere il loro rifiuto agli emendamenti.

Il Consiglio di Sicurezza Nazionale, in risposta alle provocazioni islamiche, ha riaffermato la volontà di rispettare il diritto costituzionale alla libertà di espressione e riunione pacifica ma, allo stesso tempo, di aver adottato una serie di misure di sicurezza, compreso il dispiegamento di ulteriori truppe nella capitale, Khartoum, e la chiusura di alcune strade e ponti.

Oltre lo scontro tra il Governo Transitorio e gli integralisti islamici, ci sono da registrare le manifestazioni laiche della popolazione che protesta contro la lenta transizione.
Dall’inizio di luglio
decine di migliaia di persone sono tornate di nuovo nelle strade delle principali città del Sudanper chiedere «libertà, pace e giustizia», il grido di battaglia dei manifestanti che cacciarono Omar al-Bashir nel 2019.

La grande differenza – spiega David E Kiwuwa, Professore associato di Studi internazionali dell’University of Nottinghamè che questa volta stanno marciando contro il Sovrano Consiglio civile-militare, chiedendo un ruolo maggiore per i civili nella transizione del Paese verso la democrazia, e una riforma più rapida

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