mercoledì, Dicembre 11

Sudan: il nuovo voltafaccia della giunta militare Dietro ci sarebbero supporti politici e militari assicurati da Arabia Saudita e Emirati Arabi nonostante le pressioni dell’alleato americano di interrompere il sostegno al TMC

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Presidenza del governo provvisorio in mano ai militari; no ad indagini internazionali sui massacri perpetuati dall’inizio della controrivoluzione, il 3 giugno scorso; protezione ad oltranza delle milizie arabe Rapid Support Forces; richiamo ufficiale dell’Ambasciatore inglese a Khartoum accusato di intollerabili interferenze nella vita politica interna del Paese non confacenti al suo ruolo; altri villaggi del Darfur rasi al suolo dalle milizie arabe. Questo è il nuovo voltafaccia della giunta militare che smentisce le precedenti promesse e dichiarazioni evidentemente fatte per prendere tempo.

«Considerando l’attuale situazione di sicurezza la Presidenza spetta ad un Generale delle Forze Armate e non ad un civile» è la dichiarazione della giunta militare fatta alla BBC in lingua araba. Una dichiarazione che rimette in pericolo la ripresa dei negoziati e la mediazione del Premier etiope, Abiy Ahmed. Le dichiarazioni sono state rilasciate alla BBC dal Generale Maggiore Salah al-Din Salah Abdul-Khaliq nominato da Bashir Comandante delle Forze Aeree nel febbraio 2018. Il triumvirato Hemetti – Gosh – Al-Burhan rimane discreto e non commenta anche se è evidente che le dichiarazioni di Khaliq sono il frutto di una loro strategia basata sull’inganno e l’astuzia tipica dei regimi dittatoriali arabi caratterizzati da mentalità predatoria delle tribù nomadi e sete di potere assoluto.

Anche la rappresentanza al Consiglio Sovrano tra membri del Transitional Military Council e Alliance for Freedom and Change è messa in discussione. Il mediatore etiope aveva proposto 15 membri di cui 8 alla Alleance for Freedom and Change (presidenza inclusa) e 7 al TMC. Al contrario i generali insistono che la composizione dei membri deve essere paritaria. Sudanese Professionals Associations e Partito Comunista sono stati invitati a riprendere il dialogo accettando però le nuove condizioni dettate dalla giunta. In caso contrario verranno convocate le elezioni non oltre febbraio 2021 e le Forze Armate garantiranno l’ordine e la normale amministrazione del Paese fino alla prova elettorale, consegnando i poteri esecutivi ad un governo di civili eletto dal popolo e non ad organizzazioni politiche non rappresentative che, approfittando del malcontento popolare, si sono poste unilateralmente al comando per vantaggi personali.

Anche l’accesso ad internet e alle comunicazioni telefoniche continua ad essere impedito con l’obiettivo di rendere difficile lo scambio di informazioni, i contatti con l’esterno e l’organizzazione degli scioperi sociali o altre forme di protesta del movimento rivoluzionario. Una operazione facile da attuare visto che nel Paese vi è una sola compagnia di telecomunicazioni, Sudatel, gestita da tecnici cinesi che si occupano anche dello spionaggio delle attività online dei cittadini:  compito affidato dal 2008 alla ZTE Corporation, multinazionale cinese, accusata dalla Casa Bianca nel febbraio 2018 di attività di spionaggio industriale e politico assieme alla multinazionale Huawei.

Per evitare l’uso dei VPN, i tecnici della ZTE hanno spento i server Sudatel d’accesso alla rete e le normali comunicazioni telefoniche e SMS su tutto il territorio nazionale aprendo però un server di riserva destinato ai membri della giunta militare, alle milizie arabe RSF, alle forze dell’Islam radicale. I militari stanno facendo circolare la voce tra la popolazione che l’utilizzo di attrezzature satellitari per accedere alla rete sarà considerato un atto di spionaggio contro la Repubblica del Sudan e attentato alla sicurezza nazionale. Due reati di competenza dei tribunali militari e punibili con l’ergastolo o la pena di morte.

Il blocco di internet è mantenuto anche per contrastare l’iniziativa lanciata su Instagram e Facebook dall’attivista, Remaz Mahgoub Khalaleyaldi cittadinanza sudanese e statunitense per sensibilizzare su quanto sta accadendo in Sudan. Khalaleyal ha invitato tutti i sostenitori della rivoluzione democratica a cambiare l’immagine della foto profilo sostituendola con uno sfondo interamente blu e di accompagnarla con gli hastagh  #iamthesudanrevolution e #bluforsudan. Secondo l’attivista Berhan Taye, i militari avrebbero confiscato e distrutto migliaia di cellulari e smartphone in possesso dei manifestanti al fine di impedire la documentazione video e fotografica delle atrocità commesse dalle RSF del Generale Hametti.

La confisca dei cellulari e il blocco delle comunicazioni impedisce alle famiglie di conoscere la sorte dei loro cari che presidiavano i sit-in e ai giornalisti sudanesi e internazionali di documentare gli avvenimenti nel Paese. Berhan Taye ha lanciato un appello ai lavoratori della Sudatel di riaprire le comunicazioni. Azione impossibile da attuare per i dipendenti Sudatel in quanto gli uffici sarebbero sotto stretta sorveglianza degli agenti della polizia politica NISS sotto controllo del Generale Salah Gosh nonostante le sue dimissioni dalla dirigenza della NISS e la sua presenza fisica a Riad, Arabia Saudita. Il controllo remoto della NISS da parte del Boia di Khartoum è assicurato tramite il nuovo direttore dei servizi segreti Abu Bakr Mustafa detto ‘Damblab a seguito delle strategiche dimissioni di Gosh avvenute lo scorso aprile. Inutile sottolineare che Damblab è un fedelissimo del Boia di Khartoum e del Generale Hemetti ora sopranominato il Boia del Sudan’.

Per evitare una commissione d’inchiesta internazionale sulle recenti violenze delle RSF, la giunta annuncia di aver arrestato un centinaio di ufficiali e soldati considerati gli autori e i mandanti delle violenze sui civili. Non sono stati resi noti i nomi degli arrestati, ma quello che è certo è che nessun miliziano delle Rapid Support Forces è stato incolpato. Alcune fonti temono che gli arresti abbiano colpito soprattutto gli ufficiali che nelle scorse settimane hanno dimostrato di simpatizzare per la causa rivoluzionaria e non hanno obbedito agli ordini di reprimere con la forza il movimento popolare. Altre fonti confermano che gli arresti sono scattati dopo che la giunta militare ha scoperto e impedito un colpo di Stato organizzato all’interno dell’esercito per deporre i membri del TMC, arrestarli per i crimini di guerra e permettere alle forze democratiche di formare un governo di transizione. Questa notizia trova parziale conferma all’interno del TMC che parla di tentativi eversivi all’interno delle forze armate promossi dalla SPA e dal Partito Comunista.

Rigettata anche la richiesta di confinare le milizie arabe RSF nelle caserme in attesa dello scioglimento di questo corpo speciale. Le Rapid Support Forces sono, secondo la giunta, l’unica forza in grado di ‘proteggere’ i cittadini e impedire il caos nel Paese. Di conseguenza il TMC annuncia di non poter accettare la richiesta avanzata dall’opposizione in quanto la sicurezza nazionale non è una prerogativa dei civili ma dei militari sottolineando che a nessun civile sarà permesso di interferire nella difesa territoriale e nel mantenimento dell’ordine.

Come specchietto per le allodole, inserito in una classica strategia di inganno politico e diplomatico della giunta militare, l’ex presidente Omar al Bashir è stato formalmente messo sotto processo dalla procura generale. Due i dettagli che fanno riflettere: Bashir sarà processato esclusivamente per crimini finanziari e corruzione. L’incriminazione dell’ ex presidente per l’uccisione di manifestanti dall’inizio della protesta (dicembre 2018) è svanita. Il secondo particolare è la totale assenza di dettagli sulla data e modalità del processo.

«Come fu per l’Egitto con Mubarak, anche in Sudan la giunta militare per sopravvivere ha scelto di sacrificare il loro capo, ma, contrariamente a quanto è avvenuto all’interno delle forze armate egiziane, Bashir non sarà processato per crimini di guerra o contro l’umanità né consegnato alla Corte Penale Internazionale che emise due mandati di arresto internazionali. La protezione del Capo è tesa ad evitare che gli attuali leader del TMC siano coinvolti nella vicenda essendo stati gli esecutori della strategia del terrore ideata da Bashir in questi 30 anni di dittatura» spiega un professore universitario sotto copertura di anonimato.

Duramente richiamato all’ordine l’Ambasciatore britannico Ifran Siddiq accusato dal TMC di fomentare la ribellione, di promuovere le istanze dell’opposizione e di interferire nella vita politica interna del Sudan tramite diversi tweets critici contro le violenze commesse dalle RSF e la deportazione di alti esponenti militari e politici del gruppo armato di liberazione SPLM-N. La decisione è stata presa dal Triunvirato del TMC dopo l’ennesimo tweets di Siddiq dove si denunciava il brutale assassinio di 19 bambini avvenuto tre giorni fa a Khartoum ad opera delle milizie arabe sotto controllo di Hemetti. L’Ambasciatore è stato convocato dal Ministro degli Esteri della giunta militare per fornire spiegazioni delle sue prese di posizione considerate partigiane e dannose per ristabilire il clima di reciproca fiducia tra le parti avverse al fine di riprendere il dialogo sul futuro del Paese. Siddiq potrebbe rischiare l’espulsione qualora continuasse a manifestare il suo dissenso politico contro il TMC. Al momento nessuna reazione è giunta da Londra.

Dopo gli attacchi a numerosi villaggi africani nell’area di Deleig, in Darfur, seminando morte e distruzione, le RSF continuano nella loro offensiva militare contro i civili distruggendo altri villaggi in complicità di nuove formazioni di miliziani arabi Janjaweed reclutate la scorsa settimana come supporto nelle operazioni militari. Il numero delle vittime è difficile da stimare visto che le milizie arabe brucerebbero i corpi. Il bilancio provvisorio fornito dalla Associazione dei Medici Sudanesi riguarda solo i cadaveri o i feriti giunti presso gli ospedali e parla di 70 morti e oltre 300 feriti.

La nuova ondata di attacchi alla popolazione del Darfur sono stati confermati dalla missione di pace UN-African Union Mission in Darfur (UNAMID) e da Amnesty International. Entrambi affermano di avere prove concrete che le Rapid Support Forces e le milizie arabe da esse controllate continuano a commettere crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani nel Darfur. Una stima provvisoria parla di 14 villaggi totalmente distrutti e oltre 100 abitazioni date alla fiamme. Le violenze sarebbero anche tese a distruggere l’economia regionale tramite il furto di bestiame e la devastazione delle coltivazioni. Al momento non si registrano reazioni da parte dei principali gruppi armati di liberazione del Darfur che due settimane fa avevano dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per facilitare le trattative tra giunta e direzione rivoluzionaria. La tregua unilaterale viene al momento mantenuta privando ai civili della necessaria protezione. Una misura considerata dai leader militari dei gruppi armati amara, ma necessaria per non cadere nel tranello del TMC che desidera riprendere i combattimenti su vasta scala  nel Darfur.  

Mentre l’Unione Europea continua nella sua prudente politica di silenzio, quindi non è fonte di preoccupazioni per il triumvirato Hemetti – Gosh – Al-Burhan, le decisioni prese ieri rappresentano una diretta sfida agli Stati Uniti e un’offesa personale all’inviato speciale Tibor Nagy un giorno dopo la sua visita ufficiale a Khartoum. Il diplomatico americano è velatamente accusato di promuovere solo le esigenze del movimento rivoluzionario in un evidente atto di pressione diplomatica. Il Generale Chamseddine Kabbachi, portavoce del TMC e Vice Comandante delle forze di fanteria dell’esercito ha dichiarato ieri: «L’America è un grande Paese che noi rispettiamo, ma il  suo unico compito deve essere quello di offrire consigli per facilitare una soluzione pacifica tra sudanesi».

Il Transitonal Military Council rinnova la fiducia alla mediazione tentata dal Primo Ministro etiope Abiy Ahmed. Una fiducia però condizionata dalla capacità del Premier etiope di convincere l’opposizione a riprendere le trattative secondo le nuove direttive imposte dai gerarchi del vecchio regime. Nessuna reazione giunge da Addis Abeba. Rumors affermano che la mediazione non sarebbe genuina e sopra le parti: il rappresentante del Premier etiope rimasto in Sudan in sostegno alla iniziativa diplomatica con mandato dell’Unione Africana starebbe unicamente collaborando con la giunta militare escludendo la SPA e Partito Comunista.

Secondo le nostre fonti a Khartoum, questo ennesimo voltafaccia sarebbe stato possibile grazie a nuovi ed occulti supporti politici e militari assicurati da Arabia Saudita e Emirati Arabi nonostante le pressioni dell’alleato americano di interrompere il sostegno al TMC. Supporti che se confermati rischiano di peggiorare i rapporti già tesi tra Washington, Riad e Abu Dhabi. Secondo alcuni analisti sudanesi le ultime dichiarazioni del triumvirato non sono un segnale di follia o di disperazione. Al contrario fanno parte della strategia controrivoluzionaria concordata con le monarchie arabe e portata avanti al rallentatore a causa delle problematiche internazionali create dagli Stati Uniti.

Al momento attuale, il TMC è riuscito a riprendere il controllo della capitale smobilitando i sit-in e sgomberando piazze e strade dalle barricate. Nel frattempo le RSF stanno tentando di provocare i gruppi armati di liberazione nel Darfur con l’obiettivo di riprendere il conflitto e offrire la possibilità ai gerarchi di dichiarare la legge marziale. Tentativo non ancora raggiunto grazie ai gruppi armati che non stanno rispondendo alle provocazioni. Una mancata risposta che tende a proteggere la rivoluzione, ma che ha un alto costo in termini di vite umane. Il TMC vuole il potere esecutivo e ha in programma di regolare i conti con la dirigenza rivoluzionaria quando sarà possibile. La controrivoluzione strisciante è possibile grazie al silenzio dell’Unione Europea e al doppio gioco delle monarchie arabe del Golfo diretto contro l’alleato americano, secondo gli osservatori interpellati.

Come reazione dell’ennesimo voltafaccia dei generali, Washington sta compiendo una drastica scelta di campo supportando l’Alliance for Freedom and Change. Una scelta che contraddice la politica individuata dall’amministrazione Trump solo 24 ore prima e basata su un compromesso tra le parti. L’inviato Tibor Nagy si dichiara concorde con le rivendicazioni della AFC per il confinamento nelle caserme della milizia paramilitare del Generale Hemetti, affidando la sicurezza nazionale alla polizia e favorevole alla nomina di una commissione internazionale d’inchiesta sui recenti attacchi ai civili e ad un trasferimento di poteri ad un governo civile (con partecipazione minoritaria dei militari) in tempi brevi.

In tutta risposta la giunta militare avverte Washington sottolineando che le Forze Armate stanno giocando un ruolo cruciale per la stabilità non solo del Sudan ma dell’intera regione ricordando che l’esercito sudanese è stato l’unico partneraffidabiledell’Occidente nella lotta contro il terrorismo salafista, il traffico di esseri umani e i flussi migratori illegali. I recenti rapporti internazionali su questa collaborazione dimostrano l’esatto contrario. I generali islamici forti del supporto ora discreto di Riad e Abu Dhabi, continuano a prendere in giro l’Occidente come hanno fatto dal 2012 quando qualcuno ebbe la bella idea di riabilitare il regime di Bashir elevandolo al ruolo di partner affidabile nella lotta contro il terrorismo e flussi migratori…

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