domenica, Novembre 17

Sudan: i militari pronti a cedere, ma alle loro regole Il piano è formare un governo apparentemente civile, escludendo la direzione del movimento rivoluzionario e assicurandosi la lealtà dei tecnocrati apparentemente indipendenti, ma in realtà sotto controllo dei generali

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Il Vice Presidente del Transitional Military Council, il Generale Mohamed Hamdan Daglo Hemetti, ha dichiarato di essere pronto a consegnare i poteri esecutivi ai civili, anche tra un giorno o due in quanto l’attuale situazione di stallo è molto pericolosa per il Sudan e non può durare ancora a lungo. Ha inoltre promesso di perseguire i responsabili delle violenze compiute contro i civili per sgomberare l’assedio pacifico al Quartiere Generale delle Forze Armate a Khartoum. L’ultimo bilancio delle vittime parla di 128 civili uccisi nella sola capitale: «Perseguiremo i colpevoli fino a quando non saranno in prigione».

A queste parole di apertura e distensione è seguita la prima udienza in aula dell’ ex Presidente Omar Al Bashir accusato di riciclaggio di denaro, possesso illegale di valuta straniera e di altri crimini finanziari che avrebbero violato la Legge sull’Emergenza, varata qualche hanno fa per lottare contro il mercato nero e il riciclaggio di denaro di dubbia provenienza. La legge fu approvata per far contenta l’Unione Europea e la comunità internazionale. In realtà non fu mai rispettata e il regime di Bashir continuò con le sue attività di riciclaggio di denaro proveniente da mafie occidentali, asiatiche e da gruppi terroristici internazionali quali Al-Qaeda Magreb e DAESH.

Il 18 aprile un vero e proprio tesoro in contanti fu ritrovato presso la residenza del Presidente351 milioni di dollari, 6,7 milioni di euro, 5,2 milioni di sterline inglesi e 5 miliardi di sterline sudanesi corrispondenti a circa 96 milioni di euro. Il 26 aprile si scoprì un conto bancario intestato a Bashir presso la banca commerciale di Khartoum in cui erano stati depositati 315 milioni di Riad sauditi (circa 78 milioni di euro) e 142 milioni di sterline sudanesi (circa 2,72 milioni di euro). Questo incredibile tesoro personale è stato confiscato e messo al sicuro presso la Banca Centrale del Sudan.

I capi di accusa sono stati letti in presenza di Bashir e dei suoi avvocati, Ahmed Ibrahim Tahir, Mohamed Hassan Amin e Hashim Abubakr Jaali. L’ex dittatore è comparso in tribunale con il tradizionale vestito arabo sudanese bianco. Seppur in ottime condizioni di salute, Bashir è apparso psicologicamente stanco e disgustato dall’umiliazione subita di essere detenuto presso la prigione di Kober a Khartoum nord e di dover subire un processo. Il giudice ha dato ai suoi avvocati una settimana di tempo per depositare un appello contro i capi di accusa. La seconda udienza è prevista per la prossima settimana. Il Procuratore Generale ha promesso un processo equo e imparziale, ma rapido. L’ex dittatore sarà giudicato secondo le prove e se sarà ritenuto colpevole condannato ad una pena di reclusione da scontare in Sudan.

Il Principe saudita Mohammed Bil Salman in una intervista rilasciata ai media a Londra ha confermato il pieno supporto di Riad alla popolazione del Sudan prendendo chiare distanze dalla giunta militare: «L’Arabia Saudita è molto interessata alla sicurezza e alla stabilità del Sudan in quanto paese di strategica importanza per evitare il collasso delle istituzioni. Inoltre rimaniamo fedeli alla fratellanza esistente tra il popolo saudita e quello sudanese. Non risparmieremo nessun sforzo per aiutare il Sudan a raggiungere stabilità e sicurezza. Continueremo il nostro supporto ai nostri fratelli affinché il Sudan ottenga quello che merita: pace, prosperità e progresso».

Il susseguirsi di dichiarazioni di buoni intenti fanno intravvedere la possibilità che la giunta militare abbia finalmente ceduto alle pressioni popolare e internazionale accettando di passare i poteri esecutivi ad un governo di civili e rendere giustizia alle vittime dell’escalation di violenze delle scorse settimane. Nulla di più falso. In realtà tutte queste incoraggianti dichiarazioni e promesse fanno parte di una subdola strategia ideata dal Triumvirato Hemetti – Gosh – Al-Burhan in collaborazione con i suoi alleati arabi.

Il TMC dichiara di poter passare il potere esecutivo anche in pochi giorni ad un governo civile ma, attenzione, c’è il trucco. Secondo Hemetti il governo civile deve essere composto da tecnocrati e militari. Sarebbe già pronta una lista di questi tecnocrati accuratamente scelti dai militari. Secondo l’opposizione il piano di Hemetti è chiaro: intende formare un governo apparentemente civile, escludendo la direzione del movimento rivoluzionario e assicurandosi la lealtà dei tecnocrati apparentemente indipendenti, ma in realtà sotto controllo dei generali. Con un governo di transizione simile il TMC intenderebbe conquistare fiducia e mandato popolare come fece il dittatore egiziano Abdelfattah Al Sisi quando abbatté il governo democraticamente eletto del Presidente Mohamed Morsi.

L’ex Presidente Morsi, eletto democraticamente e destituito dall’esercito in collaborazione con le monarchie arabe e l’avvallo di Stati Uniti e Unione Europea in quanto leader della Fratellanza Mussulmana è morto lunedì durante una udienza del suo processo. È stato seppellito ieri presso Madinat Nasr in Cario. Il funerale era riservato solo alla famiglia e un impressionante dispiegamento di forze ha impedito la partecipazione della popolazione temendo che il funerale potesse essere trasformato in una nuova scintilla di proteste popolari contro la giunta militare. A questo scopo le autorità egiziane hanno rifiutato la richiesta dei familiari di seppellire Morsi nel suo paese natale nella provincia di Sharqiya nel Delta del Nilo.

Per giustificare il governo di militari e tecnocrati senza la partecipazione della piattaforma politica Alleanza per la Libertà e il Cambiamento, Hemetti ha rinnovato le accuse alla direzione rivoluzionaria affermando che la Sudanese Professionals Association e il Partito Comunista hanno intenzione di fabbricare false accuse contro i rappresentanti del TMC e di processarli per crimini contro l’umanità. Avrebbero anche l’intenzione di smantellare l’unico reparto della difesa nazionale che sta garantendo l’ordine nel Paese, la Rapid Suppor Forces, cioè le milizie arabe Janjaweed, responsabili di vari crimini tra cui il genocidio in Darfur e la recente ondata di violenze nazionali contro i civili. Le RSF sono diventate da Guardia Pretoriana di Bashir a quella di Hemetti.

Il Vice Presidente del TMC ha inoltre accusato SPA e Partito Comunista di aver imposto la loro dirigenza al movimento popolare in modo non democratico e di preparare una rivolta armata contro la giunta militare sostenendo che è in possesso di prove che rivelano contatti avvenuti con alcune tribù per estendere la rivolta a tutto il Paese per distruggere il Sudan. Secondo Yasir al Atta, membro del comitato politico del TMC, la giunta militare guiderà il Consiglio Sovrano solo assieme ai tecnocrati per raggiungere la riconciliazione e il perdono nazionale al fine di poter avviare un radicale e irreversibile processo di democratizzazione in Sudan.

Per quanto riguarda la promessa di perseguire i colpevoli delle violenze sui civili, il TMC difende a spada tratta le RSF affermando che i responsabili sono stati ufficiali e soldati dell’esercito sfuggiti dal controllo della giunta. «Ci sono state delle deviazioni all’interno delle Forze Armate che hanno agito di loro iniziativa contro le manifestazioni pacifiche della popolazione. Alcuni media nazionali e stranieri attribuiscono alla Rapid Support Forces le violenze commesse affermando che avrebbero agito sotto volontà del Transitional Military Council. Il Consiglio Militare è estremamente dispiaciuto delle vittime tra i civili ma smentisce alcun coinvolgimento delle RSF o dei membri del TMC» recita un comunicato stampa emesso ieri.

Queste affermazioni contrastano con le centinaia di testimonianze, prove fotografiche e video delle violenze commesse dalle milizie arabe indossanti la divisa ufficiale delle RSF. Vari ufficiali e soldati semplici sono stati arrestati in questi ultimi giorni. Eppure forti sono i dubbi che questa solerte e immediata ondata di arresti sia stata eseguita per eliminare gli elementi all’interno delle Forze Armate contrari al TMC e simpatizzanti della rivoluzione. Secondo vari rumors che circolano nella capitale, l’opposizione nata nell’esercito stava preparando un colpo di Stato contro Gosh, Hemetti e Al-Burhan per destituirli e consegnare immediatamente e senza condizioni il potere alla SPA e Partito Comunista.

Come l’ex dittatore egiziano Muhammad Hosni El Sayed Mubarak fu sacrificato dal suo generale Abdelfattah El Sisi per assicurare la sopravvivenza del regime, anche Bashir sta ricevendo la stessa sorte con una sostanziale differenza. Mentre il Generale El Sisi addossò la colpa dei crimini contro i diritti umani direttamente a Mubarak, la giunta militare sudanese sta proteggendo il loro ex capo, processandolo per crimini finanziari e non per i crimini contro l’umanità commessi, compreso il genocidio in Darfur.

Due le ragioni. La prima è che aprire un processo per crimini contro l’umanità significa correre il rischio di essere coinvolti visto che l’attuale direzione della giunta non ha solo eseguito gli ordini del capo, ma ha deciso assieme a lui le migliori strategie di repressione da utilizzare e coordinato l’uso delle Rapid Support Forces per il lavoro sporco in quanto considerate reparti affidabili e leali. La seconda ragione riguarda la necessità di proteggere Bashir dalla Corte Penale Internazionale e dai due mandati di arresto internazionale da essa spiccati.

La giunta militare non si può permettere che Bashir sia trasferito al tribunale dell’Aia. Potrebbe raccontare tutto per ottenere sconti di pena facendo affondare assieme a lui fin troppo generali. Il piano per evitare tutti questi rischi è semplice. Processare Bashir per crimini non legati alle orrende e inaudite violazioni dei diritti umani compiute in questi ultimi 30 anni e di relegarlo in una prigione dorata per impedire l’estradizione presso la CPI. L’attuale processo ha una caratteristica insolita. Bashir è accusato di possedere illegalmente un vero e proprio tesoro nazionale, ma nessuno gli chiede la provenienza di tutti questi soldi. La ragione potrebbe essere spiegata dai rumors che questo tesoro non apparteneva solo a Bashir, ma anche ai suoi soci d’affari, Hemetti, Salah Gosh e Al Burhan compresi. Questo tesoro sarebbe stato originato dal mercato nero delle valute controllato dal regime, commissioni su operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da mafie occidentali, asiatiche e gruppi terroristici ma non solo. Parte di questo tesoro proviene, secondo questi rumors, da fondi elargiti dall’Unione Europea per la lotta contro il terrorismo e l’immigrazione clandestina, abilmente sottratti dalla banda di ladri e criminali al potere.

Le dichiarazioni saudite sono state concepite per nascondere il supporto al TMC, alle milizie arabe e alle forze sudanesi dell’Islam radicale che continua tutt’ora anche se sotto banco. Una mossa necessaria per calmare l’alleato americano che ha accusato Arabia Saudita ed Emirati Arabi di pesanti interferenze nella vita politica interna del Sudan. Ultima di queste accuse è stata pronunciata da un pool di avvocati di Washington due giorni fa. Nonostante tutto ciò, Riad e Abu Dhabi hanno ancora in mano una potente arma di ricatto da giocare: la guerra nello Yemen. Le due monarchie arabe insistono sul ruolo cruciale delle truppe sudanesi per sconfiggere Iran e il terrorismo islamico nello Yemen.

Questo argomento ha fatto presa sull’amministrazione Trump. Secondo fughe di notizie, Tibor Nagy durante la sua visita a Khartoum avrebbe parlato con la SPA e Partito Comunista sulla necessità di mantenere le truppe sudanesi nello Yemen per evitare che l’Islam radicale trionfi nella regione mettendo a rischio anche il Corno d’Africa. Per assicurarsi l’alleanza e la protezione degli Stati Uniti, la direzione rivoluzionaria avrebbe promesso a Nagy di mantenere le truppe nello Yemen fino ad un graduale ritiro concordato con gli alleati arabi.

«Questa promessa sembra essere un controsenso. La democrazia in Sudan non può nascere a scapito della libertà e della democrazia dello Yemen, paese invaso da Arabia Saudita e Emirati Arabi. Nonostante ciò la direzione del movimento popolare è stata costretta ad accettare il compromesso per non dare l’occasione alla giunta militare e alla opposizione di Sadiq al-Mahdi di prendere avvantaggio promettendo l’impegno militare nello Yemen» rivela un membro della SPA al sito di informazione Sudan Tribune. La direzione rivoluzionaria avrebbe però richiesto di sostituire gli attuali reparti che combattono nello Yemen e composti dalle RSF con normali reparti dell’esercito regolare.

La citazione del leader islamico Sadiq al-Mahdi, presidente del National Umma Party – NUP non è casuale. Al-Mahdi si è dissociato dalla direzione rivoluzionaria in occasione del primo sciopero generale avvenuto a fine maggio e sta collaborando con la giunta militare e le forze dell’Islam radicale per rompere l’unità dell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento e l’unità tra i gruppi armati di liberazione sudanesi che stanno appoggiando la rivoluzione.

In questi ultimi giorni Al-Mahdi sta utilizzando il terzo gruppo armati del Darfur: il Sudanese Revolutionary Font – SRF per i suoi piani eversivi. Domenica 16 giugno la dirigenza politica del SRF ha accusato SPA e Partito Comunista di aver preso in ostaggio la direzione dell’Alleanza a scapito delle altre forze politiche per ottenere il potere. Secondo il SRF, le due formazioni politiche avrebbero esaurito il loro ruolo di leadership e chiede una nuova dirigenza del movimento rivoluzionaria più inclusiva e rappresentativa. Questa nuova dirigenza dovrebbe avere il compito di rivedere la linea politica per assicurare un pacifico ed efficace periodo di transizione alla democrazia.

Le dichiarazioni del SRF vanno a tutto vantaggio della giunta militare che da varie settimane afferma che la SPA e il Partito Comunista non sono rappresentanti del popolo  delle forze politiche che compongono l’Alleanza. Da questa affermazione l’annuncio di ieri di voler formare il Consiglio Sovrano con militari e tecnocrati escludendo SPA e Partito Comunista. I generali stanno usando il SRF, il NUP, il Sudan Call e il Sudanese Congress Party per distruggere l’unità del movimento rivoluzionario. Tutte queste formazioni politiche militari, in netto contrasto con SPA e Partito Comunista, si sono dichiarate pronte ad un compromesso con il Transitional Military Council per accelerare la nomina del Consiglio Sovrano.

SPA e Partito Comunista sono anche vittime di un subdolo attacco mediatico portato avanti grazie alla diffusione di fake news. L’ultima parla di un accordo segreto dell’attuale dirigenza dell’Alleanza con il governo etiope in cui il Primo Ministro Abiy Amhed ha assunto il ruolo di mediatore della crisi sudanese ricevuto dall’Unione Africana. L’accordo segreto prevederebbe di spostare la ripresa del dialogo da Khartoum ad Addis Ababa come il Premier etiope aveva proposto lo scorso mercoledì e la promessa fatta dalla SPA e Partito Comunista di formare al più presto il Consiglio Sovrano accettando la presenza dei militari e donando a loro il primo turno della Presidenza del consiglio.

Rumors smentiti da un comunicato stampa firmato da Shams al-Din Khabbashi, portavoce dell’Alleanza. Secondo alcuni esperti quest’ultima fake news è stata fatta circolare dalla giunta militare in accordo con il rappresentante etiope che il Primo Ministro Abiy ha lasciato a Khartoum per costringere la direzione rivoluzionaria a firmare un accordo prima del 30 giugno, data in cui l’Unione Africana espellerà definitivamente il Sudan e applicherà sanzioni economiche in caso di mancato accordo imponendo un governo civile tout court. Se l’Unione Africana attuerà queste minacce il Sudan si posizionerà in una situazione di Nazione fuori legge. Ogni altro eccidio di civili giuridicamente può autorizzare l’uso della forza internazionale per proteggere la popolazione.

Dopo un lungo silenzio diplomatico l’Unione Europea è intervenuta nuovamente nella crisi sudanese con un comunicato stampa in cui si accusa il Transitional Military Council di essere l’unico e diretto responsabile dell’eccidio di civile delle scorse settimane. Il comunicato reso noto lunedì 17 giugno parla di «chiare responsabilità legate al Transitional Military Council in quanto autorità che si sono definite protettrici della popolazione». L’Unione Europea si associa agli Stati Uniti e alla direzione rivoluzionaria sudanese richiedendo l’immediata istituzione di una commissione internazionale per indagare sulle violenze commesse. Il comunicato si conclude con una chiara affermazione: «Solo un governo retto da autorità civili sarà considerato un partner della Unione Europea capace di normalizzare le relazioni diplomatiche che sono legate al nostro impegno di supportare politicamente e finanziariamente le sfide sociali, economiche e politiche che attendono il governo di transizione».

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