giovedì, Giugno 20

Sudan: fuggiti il fratello di Omar al-Bashir, con l’aiuto di Etiopia e Turchia, e la seconda moglie La dinamica della fuga di Al-Abbas al-Bashir evidenzia una serie di complicità, a partire da quelle del Transitional Military Council; Etiopia e Turchia non commentano

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Al-Abbas Hassan Ahmed al-Bashir, il fratello del dittatore Omar Al Bashir, è riuscito a scappare dal Sudan e a raggiungere Istambul grazie all’aiuto dei servizi segreti etiopi e turchi. La notizia è stata diffusa da ‘Assayha’  ,quotidiano sudanese in lingua araba chiuso nel 2018 dal regime, ora disponibile solo online. Il quotidiano sudanese fornisce i dettagli della fuga con una precisione e una conoscenza dei fatti che fa supporre la presenza di talpe all’interno della giunta militare che avrebbero presentato prove alla Redazione di ‘Assayha’.

La fuga è avvenuta il 12 aprile, quando Al-Abbas è riuscito ad entrare in Etiopia oltrepassando la frontiera di Alhumra, della città sudanese di Gedaref. Proveniente da Khartoum, Al-Abbas, giunto alla frontiera a bordo di un bus di linea, è stato riconosciuto dalla Polizia sudanese quando era già entrato in territorio etiope. Il comandante della Polizia etiope è stato immediatamente contattato dai colleghi sudanesi che hanno chiesto di consegnare immediatamente il fratello di Al Bashir che risultava detenuto in una prigione a Khartoum.

Dopo aver consultato i suoi superiori ad Addis Ababa, il comandante della Polizia di frontiera etiope ha informato i colleghi sudanesi di aver ricevuto l’ordine di arrestare Al-Abbas e portarlo in capitale. La consegna del ricercato sarebbe avvenuta nel rispetto degli accordi bilaterali tra i due Paesi e solo dopo ufficiale richiesta di estradizione da parte del Governo di Khartoum. Al-Abbas, giunto ad Addis Ababa, sotto scorta militare il giorno successivo, 13 maggio, è stato scortato dai servizi segreti etiopi all’aeroporto dove era stato già prenotato un posto sull’aereo della Ethiopian Airlines destinazione Turchia.

La dinamica della fuga evidenzia una serie di complicità, a partire da quelle del Transitional Military Council.
Il 14 aprile scorso, tre giorni dopo l’abdicazione e l’arresto del dittatore Omar Al Bashir, la giunta militare aveva dichiarato di aver arrestato due dei suoi cinque fratelli: Abdallah Hassan al Bahsir e Al-Abbas, custoditi in una prigione di massima sicurezza a Khartoum. I due fratelli gestivano numerose ditte e avevano il controllo sugli investimenti stranieri. Secondo le autorità giudiziarie sudanesi, entrambi sono colpevoli di numerosi atti di corruzione, appropriazione indebita di denaro pubblico, detenzione illegale di valuta estera e riciclaggio di denaro. Come Al-Abbas sia riuscito a fuggire dal carcere di massima sicurezza rimane al momento un mistero, che rafforza la tesi della complicità dei generali della giunta militare.

Il dettagliato resoconto della fuga e dei complici regionali fornito dal quotidiano ‘Assayha’ ha trovato parziale riscontro dal Generale Shams Al-Din Kabbashi, portavoce della giunta militare, che ha confermato la fuga di Al-Abbas scusandosi con la popolazione. Kabbashi ha dichiarato che la fuga del criminale è stata facilitata da un Paese confinante, senza fornire ulteriori dettagli. I governi etiope e turco hanno preferito ignorare le accuse, evitando ogni commento sulla vicenda.

Dal resoconto fornito dal quotidiano ‘Assayha’ si avvince che la fuga è stata resa possibile grazie a dei complici interni al TMC, i quali avrebbero agito senza informare la Polizia sudanese di confine. Anche la complicità delle autorità etiopi sembra evidente. Si suppone anche la complicità della Turchia, che tutt’ora mantiene il suo appoggio incondizionato al TMC. La fuga sembra essere frutto di un piano ben studiato. Al-Abbas oltrepassa la frontiera con falsi documenti a bordo di un bus di linea, assieme ad altri passeggeri. Un posto sull’areo della Ethiopian Airlines era già stato prenotato. All’arrivo ad Istanbul, Al-Abbas riceve immediatamente l’asilo politico.

La fuga di Al-Abbas Hassan Ahmed al-Bashir sembra legata al ritrovamento presso la residenza del dittatore sudanese di un vero e proprio tesoro, mentre la popolazione dal 2011 sta morendo di fame. Nella residenza del ex Presidente Omar al Bashir furono ritrovati 113 milioni di dollari, 7 milioni di Euro, e 5 miliardi di sterline sudanesi equivalenti a 102 milioni di euro. Il ritrovamento di tale inaudita somma di contanti è stato soggetto di notizie romanzate da parte dei media sudanesi e internazionali. Tale somma non è stata ritrovata sparsa sui pavimenti di due stanze della residenza del dittatore, ma in due grosse cassaforte di cui codice di apertura era conosciuto solo da Omar e Al-Abbas. I contanti sarebbero stati sparsi sul pavimento dalla Polizia per rendere più teatrale la loro scoperta, secondo quanto riportato dal quotidiano sudanese in lingua araba ‘Al-Tayyar’, anch’esso chiuso nel 2018 dal regime islamico.

La decisione presa dal Governo etiope di facilitare la fuga del noto criminale sarebbe inserita nell’alleanza politica-militare tra Addis Ababa e il regime islamico di Khartoum, iniziata nel 2016, che verte sulla contestata diga ‘Gran Rinascita’ in Etiopia, costruita a 20 km dalla frontiera sudanese. Dal 2010 il Governo egiziano denuncia l’impatto negativo che avrà questa diga una volta terminata sull’agricoltura, l’economia e l’ambiente del bacino del Nilo, in territorio nazionale, in quanto abbasserebbe significativamente il livello dell’acqua del Nilo, fiume sacro e principale fonte di acqua e di produzione agricola e ittica fin dai tempi dei Faraoni.

Il Sudan è sempre stato considerato un potenziale nemico dal Governo etiope, ma la necessità di isolare l’Egitto, privandolo di un suo alleato regionale, ha prevalso su altre considerazioni politiche, rendendo possibile l’alleanza tra i due Paesi, storicamente nemici, in difesa del progetto della diga Gran Rinascita.
La rivalità tra Sudan ed Etiopia risala alle battaglie di Gundet e Cura durante la guerra egizio-etiope (1874 – 1876). Le truppe sudanesi furono impiegate dal Califfato del Cairo, sottostante all’impero Ottomano per invadere l’Etiopia. Dopo aver conquistato il Darfur, nel 1876, l’Esercito sudanese, affiancato da reparti egiziani, fu sconfitto dall’Imperatore Etiope Yohannes IV. Nel conflitto parteciparono indirettamente anche Inghilterra, alleata dell’Etiopia) e la Svizzera alleata dell’Impero Ottomano.

Il regime sudanese, fin al 2011, si era schierato dalla parte del Cairo, dichiarandosi contrario alla diga. Il Nilo, le cui sorgenti si trovano in Uganda e Burundi, attraversa Etiopia e Sudan per arrivare in Egitto. I lavori della diga Gran Rinascita furono avviati unilateralmente da Addis Ababa, senza il consenso dei vicini. La proposta di dimenticare le storiche rivalità e creare un’alleanza tra i due Paesi fu accettata da Khartoum, in quanto in disperato bisogno di alleati e supporto economico regionale per affrontare il collasso economico causato dalla secessione del Sud Sudan e mantenere al potere il regime islamico.

Nel maggio 2018 questa alleanza era stata rafforzata, con la creazione di una forza militare congiunta in protezione della diga. L’accordo prevedeva anche la collaborazione sul traffico di esseri umani, immigrazione clandestina, traffico di armi e droga. L’alleanza tra Khartoum e Addis Ababa ha costretto l’Egitto a riprendere i negoziati sulla diga, ammorbidendo le sue posizioni e creando un comitato congiunto per la cooperazione e lo sfruttamento energetico tra Egitto,Etiopia e Sudan.

Secondo l’associazione International Crisis Group questo comitato regionale è nato su basi ambigue, e se la disputa sulle acque del Nilo non verrà definitivamente risolta si potrebbe arrivare ad un conflitto regionale. Con l’avvento della rivoluzione in Sudan, questo conflitto sembra rimandato, ma è di vitale importanza per Addis Ababa mantenere ottime relazioni con Khartoum, affinché non cambi politica sulla diga Grande Rinascita, riformando l’alleanza con il Cairo. Secondo le autorità etiopi, solo il Transitional Military Council offrirebbe le garanzie necessarie per la continuazione dell’alleanza tra i due Paesi in difesa della diga.

La notizia della fuga del fratello di Omar Al Bashir giunge nel momento più delicato della crisi politica in atto dallo scorso dicembre in Sudan. Dopo lo stallo delle trattative e gli attacchi delle milizie arabe contro i manifestanti, i colloqui per la formazione di un Governo di transizione sono stati sospesi dalla giunta militare. Le due forze contrapposte, i generali e la Sudanese Professionals Association (SPA) -leader del movimento rivoluzionario- sembrano ora prepararsi allo scontro finale.
Il TMC sta rafforzando le milizie a disposizione, la Rapid Support Force e la NISS, e avrebbe chiesto al Ciad di inviare mercenari a supportarle. La SPA, che può contare sull’appoggio di vari reparti dell’Esercito passati alla rivoluzione, sta incontrando i leader dei movimenti ribelli, SPLM-N, RSF, JEM, ufficialmente per discutere sugli accordi di pace. Dietro le quinte la SPA starebbe sondando la disponibilità da parte di queste formazioni ribelli di sostenere i reparti dell’esercito pro democrazia qualora si arrivasse allo scontro militare con il Transitional Military Council.

Scontro che potrebbe verificarsi a breve, se le trattative non verranno riprese, trovando un accordo tra le parti per la formazione del governo di transizione, la sua durata e il suo mandato. Ieri, mercoledì 16 maggio il TMC ha ufficializzato la sua richiesta di rimuovere immediatamente i sit-in e le barricate erette sulla Piazza della Repubblica a Khartoum dove la popolazione ha posto di fatto sotto assedio il Quartiere Generale delle Forze Armate. Oltre la fine di questo assedio, la giunta militare richiede la sospensione di tutte le proteste a livello nazionale per permettere un clima sereno e di fiducia prima della ripresa delle trattative. Richieste che difficilmente potranno essere esaudite dalla SPA in quanto la pressione e le proteste popolari sono al momento l’unica arma efficace per difendere la rivoluzione sudanese.

Alla fuga di Al-Abbas si aggiunge la notizia della fuga di Widad Babikir, la seconda moglie di Al Bashir, implicata in corruzione e riciclaggio di denaro. Sarebbe riuscita attraversare la frontiera con il Sud Sudan grazie alla complicità dei militari del TMC.
La notizia delle fughe di questi criminali, e le condizioni poste dalla giunta militare per riprendere i negoziati, stanno facendo aumentare la collera e la determinazione del movimento rivoluzionario. Secondo alcuni esperti regionali, le Nazioni Unite e la comunità internazionale dovrebbero intervenire proponendosi come mediatori per facilitare un accordo tra le parti ed evitare che il Sudan sprofondi in una terribile guerra civile di durata ed esiti incerti.

Uno scenario libico in Sudan spaventa a livello continentale e mondiale, in quanto si aggiungerebbe un altro fattore di instabilità nella regione. Un eventuale conflitto sudanese andrebbe aggiungersi ai conflitti in Libia, Mali, Sud Sudan e alla crisi politica in Algeria.

L’esempio della rivoluzione sudanese starebbe già galvanizzando le popolazioni dei Paesi vicini. In Eritrea corrono rumors sulla preparazione di una rivolta contro il brutale e sanguinario regime di Isaias Afewerki, mentre in Sud Sudan è nato un movimento giovanile con la chiara intenzione di far scoppiare la rivoluzione, arrestare il Presidente (illegale) Salva Kiir e porre fine alla guerra civile che dura dal dicembre 2013. In Uganda il leader dell’opposizione Bobi Wine ha promesso la rivoluzione contro il Presidente Yoweri Museveni entro il 2019.

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