mercoledì, Dicembre 11

Sudan: Etiopia un mediatore poco credibile Il cammino del Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali in Sudan è irto di ostacoli. La diffidenza della direzione rivoluzionaria in primis. Ne parliamo con Abdelwahab El-Affendi, direttore della dipartimento Scienze Sociali presso il Doha Institute for Graduate Studies

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Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali è giunto oggi a Khartoum con l’intento di proporsi mediatore tra il Transitional Military Council (TMC) e la Alleance for Freedom and Change per risolvere la crisi sudanese. Non si riesce a comprende se la proposta di mediazione di Abiy sia una iniziativa diplomatica del Governo etiope o se sia sostenuta da un mandato dell’Unione Africana, che proprio ieri ha sospeso il Sudan da Stato membro fino a quando i poteri non saranno trasmessi ad un governo civile.

Il compito di mediatore non risulta facile, anche se un successo rafforzerebbe l’immagine del leader etiope a livello internazionale. Il cammino di Abiy in Sudan è irto di ostacoli. Prima di tutto la diffidenza della direzione rivoluzionaria che considera il Primo Ministro etiope un mediatore poco credibile. Fino all’ultimo momento si sono registrate profonde divisioni all’interno della Alleance for Freedom and Change sull’opportunità o meno di incontrare Abiy e di riconoscere il suo ruolo di mediatore. Alla fine ha prevalso la linea possibilista, ma a condizione che ci si limiti per il momento ad ascoltare le sue proposte, senza riconoscerlo come mediatore internazionale.

La diffidenza e la prudenza della Sudanese Professionals Association (SPA) e Partito Comunista sono motivate. Nelle scorse settimane il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed si è esposto politicamente e apertamente a favore della giunta militare, incontrando il generale Abdul Fattah Burhan ad Addis Ababa, con tanto di foto ricordo ufficiale, calorose strette di mano e sorrisi. Il Primo Ministro durante la visita ufficiale di Burhan dichiarò tutto il suo supporto al processo di transizione alla democrazia, riconoscendo il ruolo di garante della sicurezza nazionale del TMC. Abiy auspicò che l’opposizione trovasse un accordo per la formazione di un governo provvisorio ricordando che tutti gli accordi prevedono compromessi.

Il 12 aprile, il giorno successivo al primo colpo di Stato della giunta militare che portò alla destituzione e all’arresto del Presidente Omar al-Bashir, i servizi segreti etiopi hanno favorito la fuga del fratello del dittatore, Al-Abbas Hassan Ahmed al-Bashir. Grazie al loro sostegno, Al-Abbas è ora sano e salvo a Istanbul, a godersi i milioni rubati al popolo sudanese. Secondo le informazioni in possesso dell’opposizione sudanese, Abiy rientrava fino a pochi giorni fa nel piano del generale Salah Gosh, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti volto a conquistare il supporto al TMC dei Paesi confinanti, Etiopia ed Eritrea, per evitare che le forze rivoluzionarie possano trovare in questi Paesi delle basi militari sicure e protette qualora la guerra civile dovesse scoppiare in Sudan.

In queste ultime 24 ore molti attori stranieri della crisi sudanese hanno cambiato strategie e sostegni. Riyad e Abu Dhabi sembrano aver subito pressioni dall’alleato americano tali da costringere le due monarchie arabe a prendere distanza dalla giunta militare di Khartoum, invocando un governo di transizione composto da civili. Il secondo colpo di Stato e l’eccidio dei manifestanti in tutto il Paese ad opera delle milizie arabe Rapid Support Forces hanno aumentato l’isolamento internazionale della giunta, messa ora in grosse difficoltà, e rafforzato la posizione della direzione rivoluzionaria.

La missione diplomatica di Abiy (sia essa con o senza mandato dell’Unione Africana) giunge dopo questi radicali cambiamenti di alleanze e potrebbe essere motivata da genuini intenti. Purtroppo le recenti prese di posizione di Addis Ababa a favore dei gerarchi sudanesi e la complicità nella fuga del fratello di Bashir, costringono l’opposizione a restare diffidente e cauta.

A rafforzare i dubbi di parzialità dell’opposizione è stato l’errore diplomatico commesso da Abiy subito appena arrivato a Khartoum. Come primo gesto pubblico ha incontrato i membri della giunta militare a porte chiuse. Solo successivamente ha invitato la Alleance for Freedom and Change a incontrarlo. Incontrare per primi i gerarchi significa conferigli una legittimità politica, in quanto il Primo Ministro etiope ha seguito il protocollo internazionale diplomatico che prevede di incontrare prima il governo e successivamente i partiti di opposizione, le categorie professionali, la società civile. Il giusto approccio diplomatico nella delicata situazione sudanese doveva essere quello di organizzare un incontro di tutti gli attori politici della crisi sudanese, e successivamente di avviare consultazioni separate per vincere eventuali resistenze alla soluzione e alla ripresa del dialogo.

Il Primo Ministro Abiy insiste nell’assicurare che il suo scopo è di favorire il nascere di una soluzione accettabile per entrambe le parti, con l’obiettivo di attivare il prima possibile la transazione alla democrazia. Compito assai arduo. A causa della tentata contro-rivoluzione e forte dei martiri (oltre 100) della rivoluzione, della condanna internazionale e delle pressioni che stanno subendo gli alleati della giunta militare, la direzione rivoluzionaria ora non è più interessata a riprendere i colloqui sulla forma di un governo di transizione.

Il comunicato stampa emesso dalla Alleanza per la Libertà e il Cambiamento parla chiaro.
Tre le condizioni per risolvere la crisi sudanese.

  1. Arresto e processo a tutti i generali della giunta militare coinvolti nei crimini di guerra e contro l’umanità commessi in questi 30 anni di dittatura e di tutti generali coinvolti nel recente tentativo di colpo di Stato e strage di civili. Nella road map della giustizia rivoluzionaria è sottintesa la consegna di Omar el Bashir alla Corte Penale Internazionale per essere giudicato del genocidio in Darfur e per altri crimini contro l’umanità.
  2. Immediato trasferimento, senza condizioni o compromessi, del potere legislativo ed esecutivo ad un governo composto da civili e tecnocrati in grado di coinvolgere anche i gruppi armati di resistenza. al fine di siglare una pace onorevole e integrare nel tessuto sociale, politico ed economico i ribelli che deporranno le armi e vorranno partecipare positivamente alla grande ed entusiasmante avventura democratica del Sudan. 
  3. La immediata dissoluzione dei reparti speciali composti dalle milizie Janjaweed: Rapid Support Forces e National Intelligence Security Services.

Il comunicato stampa è di fatto un manifesto politico che lascia poco margine di manovra per la mediazione del Primo Ministro etiope.

Dopo la parziale presa di distanze di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e il prudente silenzio del generale e Presidente dell’Egitto, Abd al-Fattah al-Sisi, anche Presidente di turno dell’Unione Africana, l’ultima cosa che si può permettere l’Etiopia è di dare l’impressione di parzialità a favore dei militari sudanesi. Molti osservatori regionali concordano nel pensare che la sola mossa diplomatica rimasta a disposizione di Abiy sia quella di convincere la giunta alla resa.

A rafforzare la determinazione della dirigenza rivoluzionaria a non riaprire le trattative e a pretendere immediato passaggio di poteri, è stato il macabro spettacolo che i cittadini sudanesi di Khartoum hanno assistito ieri. Sul fiume Nilo, che attraversa la capitale sudanese, la corrente trasportava 40 corpi orrendamente mutilati, vittime della furia barbarica delle milizie arabe scatenate dalla giunta militare.

Anche se in difficoltà la giunta militare non è stata ancora definitivamente sconfitta. Mercoledì le RSF e la NISS hanno lanciato una campagna di arresti di attivisti nella capitale dello Stato del White Nile, Rabak, e hanno liberato le strade bloccate dai manifestanti che collegano Khartoum alle altre città del Paese.
Le strade di Khartoum sono pattugliate dalle milizie paramilitari RSF e NISS e la maggioranza delle piazze e strade sono state sgomberate dalle barricate e dai sit-in. Al loro posto sono state installati nidi di mitragliatrici pesanti e miliziani armati di lancia razzi portatili russi RPG. Questa dimostrazione di forza sta creando paura tra la popolazione. «Sentiamo scontri a fuoco in varie parti della città. Viviano nel terrore».  «Temo per me e la mia famiglia. Dicono che le RSF uccidono i manifestanti anche nelle loro case e negli ospedali. Viviano giorni incerti e drammatici». «Per gli islamici siamo tutti traditori e infedeli. Sono pronti a sgozzarci». Queste alcune delle testimonianze raccolte dal settimanale africano ‘The East African’.

Abdelwahab El-Affendi, direttore della dipartimento Scienze Sociali presso il Doha Institute for Graduate Studies, ci offre una attenta analisi della attuale situazione in Sudan dopo gli ultimi avvenimenti. “La giunta militare non è altro che la continuazione del vecchio regime dopo aver sacrificato il boss, Omar el Bashir. Nonostante il Transitional Military Council si sia posto fin da subito come protettore del popolo e garante della sicurezza nazionale, facendo credere di voler colpire i leader del vecchio regime e sostenere il passaggio alla democrazia, i generali di Bashir hanno sempre lavorato per soffocare la rivoluzione. Hanno tessuto un network arabo di alleanze. Si sono posti in una situazione di comando nei negoziati. Si sono comportati come se fossero esponenti di un governo internazionalmente riconosciuto. Hanno parlato di pace e scatenato i loro mastini per massacrare la popolazione. Hanno studiato le percentuali di vittoria qualora decidessero di scatenare la guerra civile. Ora sono in difficoltà.

Gli attacchi ai manifestanti e la riconquista degli spazi pubblici di questi ultimi giorni sono ben lontani da essere una dimostrazione di forza reale. I crimini sono stati commessi utilizzando solo le milizie arabe RSF e NISS non l’Esercito. Questo porta a dedurre che l’opposizione alla giunta e le simpatie verso il movimento rivoluzionario siano ben maggiori all’interno dell’Esercito di quello che supponevamo”, afferma Abdelwahab El-Affendi.

L’affermazione circa l’Esercito è davvero molto importante. “Ormai possiamo supporre con un grande margine di fondata veridicità che la maggior parte dei reparti dell’Esercito si stiano opponendo ai generali della giunta in quanto essi hanno privilegiato le RSF e la NISS permettendo a queste milizie paramilitari di acquisire maggior importanza rispetto all’esercito repubblicano. Questi risentimenti nutriti dai soldati possono portare allo scoppio di una guerra civile”.

L’attuale situazione in Sudan rimane fragile, confusa e pericolosa. “I rischi di un collasso totale e di una guerra civile non sono ancora stati allontanati. Le intransigenze dimostrate da entrambe le parti e le atrocità commesse dalla giunta militare non lasciano sperare in una soluzione di compromesso mentre i rancori dell’esercito sono destinati ad aumentare”.

Ancora vivo il ricordo di quello che avvenne nell’aprile del 1990, un anno dopo il golpe attuato da Bashir, dai suoi generali: Hemetti, Salah Gosh, Burhan e dagli estremisti islamici. “Il 24 aprile 1990 furono arrestati 30 giovani ufficiali dell’Esercito e sommariamente uccisi. I loro corpi non furono mai consegnati alle famiglie, impedendo così una sepoltura mussulmana. Dissolti nell’acido. Che crimine avevano commesso questi 30 giovani ufficiali? Un solo e imperdonabile. Dopo aver partecipato al golpe di Bashir credendo di salvare il Sudan, in meno di un anno compresero la vera natura del regime e tentarono di rovesciarlo per sostituirlo con la democrazia. I 30 giovani ufficiali trucidati nell’aprile del 1990 sono i primi 30 martiri della rivoluzione scoppiata 29 anni dopo”.

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