giovedì, Ottobre 1

Sudan – Etiopia, e non troppo sullo sfondo Egitto: il Nilo che divide Addis Ababa e Khartum ai ferri corti per frontiera terrestre ma soprattutto per la diga Grande Rinascita. L’Egitto sembra considerare la possibilità di una soluzione militare alla disputa sulle acque del Nilo, lo dimostrano le sue recenti manovre di accerchiamento dell’Etiopia

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Nell’ultima settimana di maggio si sono verificati vari scontri di frontiera tra Sudan ed Etiopia culminati con l’attacco al campo militare collocato nella città orientale di Gadarif, come riferito dall’agenzia di stampa sudanese ‘SUNA’. Gli autori degli attacchi sarebbero dei miliziani di origine etiope, supportati e armati dal Governo di Addis Ababa in difesa della nutrita comunità etiope che da decenni occupa illegalmente terreni agricoli nella regione di confine sudanese di Al-Fasqa.

Secondo il Ministero degli Esteri del Sudan, l’attacco al campo militare è avvenuto mentre Khartum si stava preparando per una riunione del comitato misto Sudan-Etiopia sulle questioni relative alle frontiere. Dalla caduta del regime di Omar El Bashir, i due Paesi sono impegnati in continui colloqui sulla delimitazione dei confini. Sudan ed Etiopia condividono un confine comune che si estende per oltre 1.600 chilometri. Il confine fu tracciato in seguito a una serie di trattati tra l’Etiopia e le potenze coloniali, Gran Bretagna e Italia. Tuttavia, ad oggi, questo confine manca di chiare linee di demarcazione.

La regione del Sudan al-Fashqa che copre circa 600 km, è una ricca terra fertile favorevole all’agricoltura. Per decenni, l’Etiopia haincoraggiato l’installazione illegale dei suoi agricoltori nel territorio sudanese. L’ex Presidente sudanese Omar al-Bashir ha sempre chiuso gli occhi sull’incursione territoriale del suo Paese. Tuttavia, le autorità di transizione del Sudan, che subentrarono dopo le proteste popolari che alla fine portarono alla cacciata di al-Bashir, grazie alla mediazione del governo etiope, hanno avviato colloqui con l’Etiopia nel tentativo di ottenere il rimpatrio degli agricoltori etiopi.

L’intensità dei combattimenti tra milizie paramilitari etiopi ed Esercito regolare sudanese potrebbero portare ad una escalation militareche potrebbe sconfinare in un conflitto aperto tra i due Paesi africani. «Secondo le autorità militari sudanesi le milizie etiopi hanno aumentato gli attacchi a postazioni dell’esercito negli ultimi mesi. In risposta il Governo di Khartoum avrebbe inviato due divisioni ben armate e varie unità dei famosi repartiRSF’, Rapid Support Forces, formati da estremisti islamici fedelissimi alla giunta militare sudanese. Se questo dispiegamento di forze sudanesi fosse confermato il rischio di un conflitto tra i due Paesi aumenterebbe a livello esponenziale», spiega Kjetil Tronvoll, professore esperto in conflitti e Direttore delle Ricerche presso il International Studies del Biorknes University College di Oslo.

Il Governo di Addis Ababa ha espresso «solidarietà e condoglianze con le famiglie delle vittime sudanesi ed etiopi degli scontri avvenuti lungo la frontiera», e ha negato ogni coinvolgimento diretto o supporto alla milizia in difesa della comunità agricola etiope installatasi in territorio sudanese. Il Primo Ministro Abij Ahmed ha inviato un messaggio al generale sudanese Adam Mohamed Mahmoud, Capo dello Stato Maggiore, auspicandosi una soluzione pacifica della disputa territoriale.

La disputa sul confine potrebbe complicare il piano dell’Etiopia di costruire la diga Grande Rinascita. Mercoledì scorso il Sudan ha scritto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiedendogli di sollecitare l’Etiopia e l’Egitto a non intraprendere azioni unilaterali sulla diga. Il Sudan aveva in prima battuta appoggiato il progetto dell’Etiopia, ma in seguito si è rifiutato di firmare un accordo iniziale che avrebbe spianato la strada all’Etiopia per iniziare a riempire la diga.

Ad aumentare lo scontro, la dichiarazione del il Primo Ministro sudanese Abdalla Hamdok che ha detto di essersi rifiutato di firmare l’accordo per il riempimento del bacino idrico della diga causa l’assenza di una pianificazione coordinata tra EgittoEtiopiaSudan e dell’assenza di elementi tecnici e giuridici legati all’impatto ambientale e sociale della diga stessa.

Il rifiuto sudanese scompagina il lungo lavoro diplomatico di Addis Ababa, iniziato durante gli ultimi anni del regime islamico di Omar Bashir e continuato con l’attuale Governo di transizione, riuscendo a spezzare l’alleanza CairoKhartoum contraria alla diga. Negli ultimi mesi il Governo sudanese si sta riallineando con il Governo egiziano, supportando la richiesta di iniziare le operazioni di riempimento del bacino idrico della diga nel 2021, completandola in un arco di 7 anni. Il Governo di Addis Ababa, al contrario, intende iniziare l’operazione entro il prossimo luglio e terminarla entro 2 anni. Un lasso di tempo troppo veloce che non permetterebbe all’Egitto di compensare la perdita idrica dovuta dall’abbassamento delle acque del Nilo, che sarebbe drastico e immediato causando ingenti danni alla sua economia.

Il Governo sudanese ha notato che Addis Ababa ha sempre rifiutato una analisi indipendente dell’impatto ambientale e sociale regionale che, molto probabilmente, dimostrerebbe il pericolo rappresentato dalla megadiga, costruita dalla ditta italiana Salini Impregilo, unica multinazionale edile ad avere accettato il controverso progetto, che ha creato 200.000 senza tetto etiopi: gli abitanti della zona dove sorge l’opera faraonica sloggiati con la forza dall’esercito senza offrire alcun tipo di indennizzo.

«La disputa frontaliera tra Sudan ed Etiopia diventa sempre più pericolosa e preoccupante in quanto si inserisce nella disputa regionale sulla diga Grande Rinascita e nel rischio di un conflitto regionale: la prima guerra per l’acqua in Africa. La soluzione della disputa frontaliera non è facile in quanto ci sono troppi attori e interessi regionali coinvolti che possono mantenere alta la tensione ed innescare una catena di reazioni belliche difficilmente risolvibili tra Sudan ed Etiopia. È di vitale importanza che la comunità internazionale sostenga una soluzione pacifica tra i due paesi prima del irreparabile», spiega il professore Tronvoll.

Il Presidente egiziano generale Abd al-Fattaḥ al-Sisi, sta corteggiando Khartoum per assicurarsi la sua alleanza, sia per la disputa legale e diplomatica sulla diga etiope, sia per un eventuale guerra contro Addis Ababa. Non è un caso che negli ultimi due anni al-Sisi, utilizzando la scusa di combattere il terrorismo islamico attivo nelle zone adiacenti al Canale di Suez, stia comprando da Francia, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti ingenti quantitativi di armi. (vedasi la vicenda di queste ore per il via libera alla vendita, da parte dell’Italia, delle fregate militari Fremm all’Egitto, e in ballo potrebbero esserci 20 navi di pattuglia offshore, 24 jet Eurofighter, diversi addestratori di jet avanzati e un satellite per un costo di 10,7 miliardi di dollari, secondo fonti egiziane).

Che l’Egitto stia considerando anche la possibilità di una soluzione militare alla disputa sulle acque del Nilo lo dimostrano le sue recenti manovre di accerchiamento dell’Etiopia. Vi sono state notizie non confermate secondo cui l’Egitto starebbe per concludere un accordo con l’Eritrea, per costruire una base navale egiziana sull’isola di Nora. Rapporti della intelligence araba suggeriscono un accordo tra il Cairo e Asmara su uno spiegamento militare egiziano a Nora, un’isola sulla penisola di Dakhla, al largo della costa eritrea. Si ritiene, inoltre, che l’Egitto abbia un contingente di forze a Sawa, in Eritrea, di stanza in una base araba, a quanto si dice, assicurata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti per un periodo di 30 anni.

Una base militare egiziana sarebbe di imminente realizzazione in Sud Sudan, nella regione di Pagak. I rapporti delle Intelligence regionali hanno preoccupato l’Etiopia, contribuendo ad un inizio di crisi diplomatica con il Governo sud sudanese di Juba. Per evitare l’escalation diplomatica, il Ministro degli Esteri del Sud Sudan ha negato la notizia di una futura base militare egiziana nel suo Paese. «Il Ministero degli Affari Esteri e la cooperazione internazionale nega con la massima fermezza le informazioni che sono state diffuse sui social media secondo cui il governo del Sud Sudan ha accettato la richiesta egiziana di costruire una base militare a Pagak», si legge in una nota rilasciata mercoledì 3 giugno. I rapporti della intelligence etiope dimostrerebbero il contrario.

A livello militare le manovre dell’Egitto, se osservate sulla cartina geografica, fanno ritenereche il generale al-Sisi stia posizionando le sue truppe e creando alleanze militari con Sudan,Eritrea e Sud Sudan per poter lanciare eventuali attacchi, aprendo due fronti a nord dell’Etiopia e uno a est. Per completare la manovra di accerchiamento il Cairo sta rafforzando la cooperazione militare ed economica con la Somalia, storico nemico dell’Etiopia. Con la scusa di contribuire alla lotta contro il terrorismo islamico (presente in Somalia grazia ad Al-Shabaab) l’Egitto starebbe trattando con il governo di Mogadiscio per una presenza militare egiziana in Somalia. L’Egitto potrebbe, inoltre, riprendere il sostegno politico e militare ai partiti Amara e Oromo in Etiopia, per corrodere la già fragile situazione interna e creare le condizioni per una implosione del Paese nemico.

Lo spostamento delle alleanze regionali e le manovre di accerchiamento militare attuate dal Cairo sembrano non spaventare il Governo etiope. Al contrario, il Primo Ministro Abiy sta aumentando la retorica guerrafondaia nonostante il recente premio Nobel ricevuto. Due le ragioni: la necessità di difendere il megaprogetto della diga, capace di apportare valuta estera, e allontanare l’attenzione dell’opinione pubblica interna dalla crisi politica nazionale dirottandola contro il nemico arabo egiziano.

A peggiorare la situazione, la recente volontà del Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni di voler costruire una diga sugli affluenti del Nilo in Uganda, che diminuirebbe ulteriormente il volume totale di acque del più grande fiume africano. Museveni si è più volte pronunciato per una soluzione pacifica della crisi egiziana-etiope,assicurando (sottobanco) la sua alleanza militare all’Etiopia.

Il supporto ugandese, in una eventuale guerra regionale per le acque del Nilo, non sembra essere condiviso dal UPDF (Uganda People’s Defence Force), preoccupato per le scelte inpolitica estera del suo leader Museveni: dal desiderio di appoggiare una conquista militare del Rwanda per risolvere il contenzioso personale con il Presidente ruandese Paul Kagame, all’appoggio al regime dittatoriale in Burundi e al gruppo terroristico ruandese FDLR.
Il Presidente Museveni è ai suoi minimi storici di popolarità proprio quando si avvicinano le elezioni, previs
te per il 2021. Secondo indiscrezioni regionali, alcuni generali ugandesi iniziano a mal tollerare le stravaganze senili del loro leader, che potrebbero compromettere l’Uganda, e stanno maturando l’idea che sia giunto il momento di un cambio generazionale del potere.

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