martedì, Luglio 16

Sudan: entra in scena la diplomazia americana Gli USA dovrebbero supportare la mediazione etiope, si stanno già muovendo e i primi risultati sembrano arrivare, SPA e Partito Comunista hanno dichiarato di accettare in principio la proposta del premier etiope di un Consiglio Sovrano 8-7 e la rotazione della Presidenza del Consiglio

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Dopo i convulsi avvenimenti degli ultimi 10 giorni, in Sudan vige una pericolosa situazione di stallo. La direzione rivoluzionaria della Alleanza per la Libertà e il Cambiamento con lo sciopero generale iniziato domenica sta dimostrando di avere una forte rappresentatività presso la popolazione e di essere in grado di bloccare l’intero Paese. Lo sciopero generale viene abilmente utilizzato come arma politica per indurre la giunta militare a passare i poteri ad un governo composto da civili. Un’arma facile da usare, visto che il 90% delle categorie professionali del Paese vi hanno aderito senza esitazioni.

Il Transitional Military Council sta portando avanti la contro-rivoluzione, utilizzando le milizie arabe Janjaweed con il Rapid Support Forces (RSF) che, grazie alla guida del generale Hemetti, stanno assumendo un sinistro ruolo di primo piano nella crisi politica. Oltre alle violenze perpetrate sulla popolazione, le RSF hanno tracciato una strategia militare per riuscire a portare a termine la controrivoluzione. L’obiettivo è quello di dimostrare che il movimento rivoluzionario, pur avanzando legittime richieste democratiche condivise dal TMC, non sarebbe in grado di gestire il periodo di transizione e che la sua intransigenza sta portando il Sudan dritto al caos e alla guerra civile. Per scongiurare questa minaccia si necessita la piena partecipazione alla transizione dell’unica istituzione nazionale organizzata rimasta nel Paese, le Forze Armate.

La giunta militare deve trovare prove concrete tanto da poter dimostrare alla comunità internazionale che all’interno della piattaforma politica della Alleanza per la Libertà e il Cambiamento si stanno infiltrando pericolosi elementi eversivi che stanno seminando violenza, criminalità, anarchia e caos. Secondo la versione fornita dai militari, gli autori delle violenze di questi ultimi 10 giorni non sarebbero le RSF, ma delle bande criminale denominate ‘Naikkers’ (‘paria’ in arabo).

Per avvalorare questa accusa le RSF stanno deliberatamente abbandonando armi e munizioni in vari punti della capitale Khartoum. L’obiettivo è semplice da intuire. Si vuole che queste armi siano raccolte o da criminali comuni o dai manifestanti per poi avere le prove inconfutabili a sostegno delle accuse rivolte alla direzione rivoluzionaria e poter agire tempestivamente per riportare l’ordine nel Paese e garantire la sicurezza dei cittadini. In poche parole: completare la contro-rivoluzione, che sta subendo seri arresti e serie difficoltà di attuazione, sia per la perseveranza della popolazione a continuare la rivoluzione, sia per una situazione internazionale ormai non favorevole alla giunta militare.

La Sudanese Professionals Association ha iniziato una campagna di sensibilizzazione presso i manifestanti, vietando loro di raccogliere armi e munizioni volutamente abbandonate dalle milizie arabe. Rimane, però, il problema che questo materiale bellico giace incustodito negli angoli delle strade, nelle piazze, ovunque. La SPA sta pensando di formare squadre di raccolta e consegnare le armi a osservatori indipendenti, quali le Agenzie ONU. Questa tattica ideata dalle RSF rappresenta ora il principale problema di sicurezza per la SPA e il Partito Comunista. Alcune armi sono già sparite, probabilmente raccolte da criminali comuni.

Le Rapid Support Forces hanno siglato un patto di mercenariato con il gruppo islamico sudanese vicino al Daesh, il Tayar El Umma El Wahida, conosciuto dalle diplomazie occidentali come Stream of One Nation, (‘la corrente di Una Nazione’, riferendosi al Gran Califfato Mondiale del Daesh), guidate da Muhammad Ali al-Juzuli, arrestato da Omar al-Bashir nel 2015, e inspiegabilmente rilasciato nel 2016. Al-Juzuli e il suo gruppo terroristico sono stati richiamati in Sudan dalle forze sudanesi dell’Islam radicale, intenzionate a difendere a tutti i costi la legge coranica della Sharia e la giunta militare. Sono questi terroristi i famosi Naikkers menzionati dalla giunta militare. Le RSF stanno, inoltre, reclutando tra le tribù arabe del Darfur, con l’obiettivo di aumentare gli effettivi della loro già nutrita divisione. Sommari addestramenti militari sarebbero già in corso in varie caserme militari del Darfur.

La situazione di stallo creatasi è riconosciuta da tutti come estremamente pericolosa. Il rischio è che il Paese entri nella guerra civile, prendendo la direzione della Libia. In questo scenario Al-Qaeda e Daesh avrebbero vita facile a inserirsi nel conflitto, creando una terza via supportata dalle forze dell’Islam radicale sudanese. Anche se al momento non vi sono segnali visibili, all’interno dell’Esercito stanno crescendo le tensioni tra i reparti ‘normali’ e le RSF. La CIA sottolinea la possibilità che scoppi un conflitto all’interno dell’Esercito capace di portare il Sudan alla guerra civile. Gli elementi di uno scenario libico sono già ora presenti. Nelle regioni est del Sudan si stanno registrando scontri etnici e il sorgere di milizie e ‘Signori della Guerra’ tribali starebbero approfittando della situazione per regolare vecchi conti o acquisire territori e risorse naturali.

In questo contesto entra la diplomazia americana con l’obiettivo di diventare il fattore risolutore della crisi politica.
Tibor Nagy, Assistente segretario del Dipartimento americano Affari Africani, ha annunciato che a breve si recherà in Sudan per discutere con le parti coinvolte una rapida soluzione pacifica che preveda la fine delle violenze e la formazione di un governo transitorio. La diplomazia americana ha già ottenuto i primi risultati, riuscendo a modificare l’appoggio alla giunta militare di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Ora le due monarchie arabe si stanno progressivamente dissociandosi dai militari sudanesi. Un processo assai fragile, che potrebbe essere rivisto da Riyad e Abu Dhabi qualora il TMC riuscisse a conquistare il controllo del Paese e a completare la contro-rivoluzione.

L’Amministrazione Trump si sta apprestando a istituire una task force per il Sudan composta da ex diplomatici ed esperti del Corno d’Africa. Una task force guidata da Donald Booth , ex Ambasciatore in Liberia, Etiopia e Zambia che ha già ricoperto il ruolo di  Inviato Speciale per il Sudan e il Sud Sudan all’interno del Dipartimento di Stato dal 2013 al 2017. Booth assumerà anche la funzione di consigliere speciale del Presidente per il Sudan, collaborando con Tibor Nagy.

L’intervento diplomatico americano e la creazione di una task force specifica per il Sudan è il frutto di enormi pressioni che dallo scorso marzo il Presidente Donald Trump ha subito da parte di associazioni in difesa dei diritti umani, media nazionali e da una nutrito gruppo di membri del Congresso e del Senato sia democratici che repubblicani. Le critiche rivolte erano di sudditanza agli alleati della Penisola Araba e un di un inconcepibile disinteresse per la situazione del Sudan, dettato dall’incapacità di comprendere il ruolo strategico che questo Paese gioca non solo nel Corno d’Africa ma in tutto il continente.

Vari osservatori politici e quadri della Intelligence americana hanno giustificato l’atteggiamento passivo inizialmente adottato da Trump come la paura e la storica diffidenza americana verso qualsiasi tipo di movimento rivoluzionario. Per le passate esperienze storiche (Russia, Cuba, Nicaragua, Brasile, Venezuela) la Casa Bianca tende ad opporsi a qualsiasi rivoluzione automaticamente considerata ‘comunista’.

«Chiunque abbia attentamente osservato gli avvenimenti in Sudan di questi ultimi mesi e la natura del movimento di protesta popolare, può facilmente comprendere che la rivoluzione sudanese non è di sinistra, e quindi non rappresenta un pericolo per gli interessi americani nella regione. É vero che all’interno della coalizione dell’opposizione il Partito Comunista Sudanese gioco un ruolo importante, ma la direzione del movimento è in mano alla Sudanese Professionals Association e la rivoluzione è di natura borghese. Anche il Partito Comunista non rivendica nessun passaggio ad un sistema socialista o comunista, dimostrando di accettare i valori democratici. Gli Stati Uniti devono intervenire per l’interesse generale. Purtroppo ad oggi constato una totale assenza di strategia da parte della Casa Bianca»  dichiarò tre settimane fa Cameroon Hudson, ex quadro del Dipartimento di Stato e della CIA.

L’entrata in scena della diplomazia americana è stata dovuta dalla comprensione che se il Sudan entrasse in guerra civile l’intera regione correrebbe il rischio di implodere e i gruppi terroristici internazionali entrerebbero nel gioco. Un rischio troppo alto, visto le guerre civili in Libia, Mali, Somalia e Sud Sudan, la proliferazione dei terroristi islamici in Nigeria, Burkina Faso, Niger e la incerta situazione in vari Paesi del Nord Africa, Algeria ed Egitto inclusi. Ora il Daesh sta tentando di mettere radici anche nella Repubblica Democratica del Congo.

«Se la situazione in Sudan sfugge dal controllo lo scenario internazionale diverrà più complicato ed esistono reali rischi di una spirale di violenza e un fiorire del terrorismo islamico in metà dei Paesi africani», affermano i giornalisti esperti Robbie Gramer e Justin Lynch.

Le accuse di cecità politica e disinteresse verso il Sudan erano motivate. Dal 2017 il Sudan è stato ampiamente trascurato dagli Stati Uniti, lasciando che se ne occupasse l’Unione Europea, coinvolta direttamente dai flussi migratori dal Corno d’Africa. Una decisione presa anche a causa dei nuovi orientamenti strategici individuati dal Pentagono, nel contesto dei quali la lotta contro il terrorismo islamico internazionale passa in secondo piano rispetto alla necessità di contenere in tutti i modi i nuovi ‘nemici’ della pace mondiale: Russia e Cina. Questi orientamenti di fatto stanno provocando un ritiro americano nella lotta contro il terrorismo, lasciando da soli i suoi alleati europei. In questi anni la Casa Bianca si è limitata solo a resistere dalle pressioni europee di togliere in toto le sanzioni economiche al regime islamico sudanese.

La strategica posizione di Inviato Sperciale per il Sudan e il Sud Sudan all’interno del Dipartimento di Stato è rimasta vacante da quanto Donald Trump ha assunto la Presidenza. Lo scorso 7 giugno il senatore democratico e membro del Comitato Relazioni Estere del Senato, Cory Anthony Booker indirizzò una lettera aperta al Segretario di Stato Mike Pompeo chiedendo di coprire la posizione vacante al più presto. Booker stimò che non era fattibile lasciare il compito di tutelare gli interessi americani nella regione alla sola Ambasciata americana a Khartoum. Occorreva ripristinare il posto di Inviato Speciale e formare una task force. Ora la richiesta è stata esaurita.

Il disinteresse americano per il Sudan e gli errori di valutazione e alleanze politiche commessi dall’Unione Europea nel Paese hanno contribuito alla pericolosa situazione attuale. Le potenze occidentali, per macroscopico errore di valutazione, erano convinte che il regime di Omar al-Bashir fosse ben saldo al potere, quindi la strategia adottata non fu quella di sostenere le opposizioni democratiche, ma di scendere a patti con il regime e inondarlo di soldi, senza accorgersi che così facendo l’Occidente stava diventando progressivamente ostaggio del dittatore. La rivoluzione ha spiazzato le potenze occidentali. Nessuno si attendeva una reazione del genere da una popolazione considerata sottomessa.

L’attuale situazione di scontro politico che rischia di evolversi in guerra civile da un giorno all’altro non lascia altra scelta alla Casa Bianca che appoggiare l’iniziativa diplomatica dell’Unione Africana, la quale ha affidato il ruolo di mediatore al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed. Un ruolo di mediazione ambiguo, che rischia di fallire causa le non tante velate simpatie nutrite dal Premier etiope verso la giunta militare. Nella situazione creatasi la Casa Bianca ritiene che sia impossibile aggirare il ruolo del TMC. I militari vanno in un qualche modo coinvolti nel Governo transitorio, anche se il loro potere diminuito e controllato. Per questo gli Stati Uniti appoggiano la soluzione proposta da Abiy: la formazione di un Comitato Sovrano che gestisca il periodo di transizione composto da 15 membri di cui 8 civili e 7 militari con alternanza alla Presidenza.  

Per raggiungere questa soluzione a breve Tibor Nagy giungerà a Khartoum per discutere con le parti. In realtà sono stati già aperti canali di dialogo tra Casa Bianca, TMC e la direzione rivoluzionaria. Alla SPA e Partito Comunista, la Casa Bianca averebbe sottolineato che è solo grazie all’intervento americano che la giunta militare si trova ora in difficoltà a completare la contro rivoluzione. I leader rivoluzionari sono stati consigliati di desistere dalle recenti posizioni intransigenti adottate e di scendere a compromessi con la garanzia che i militari non assumeranno mai un ruolo predominante nel periodo di transizione.

Le pressioni americane sulla Alleanza per la Libertà e il Cambiamento sembrano dare i primi risultati. In un comunicato stampa redatto ieri sera, SPA e Partito Comunista hanno dichiarato di accettare in principio la proposta del Premier etiope di un Consiglio Sovrano 8-7 e la rotazione della Presidenza del Consiglio per evitare che i militari prendano il controllo permanente del governo di transizione. Notare che durante la visita di venerdì scorso del Premier etiope l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento aveva assunto atteggiamenti di diffidenza, e non aveva accettato di riaprire il dialogo, rivendicando l’immediato passaggio dei poteri senza condizioni. La nuova posizione della dirigenza rivoluzionaria è però legata a delle richieste specifiche, prime tra tutte inchiesta internazionale sulle recenti violenze per affidare alla giustizia mandanti ed esecutori e lo scioglimento delle Rapid Support Forces.

Entro oggi o domani la direzione rivoluzionaria dovrebbe consegnare al Primo Ministro Abiy Ahamed la lista dei suoi 8 membri del Consiglio Sovrano. Tra essi spicca il nome di Abdalla Hamdok, ex Segretario Esecutivo ad interim della UNECA, United Nation Economic Commission for Africa. Hamdok dovrebbe occupare la posizione di Primo Ministro. Degli altri membri tre sono donne. Misura dovuta, visto il decisivo e predominante ruolo giocato dalle donne fin dall’inizio della rivoluzione nel dicembre 2018.

Una soluzione di compromesso che non escluda la giunta militare sembra l’unica possibile allo stato attuale degli avvenimenti per evitare una guerra civile. Questa situazione accontenterebbe anche gli alleati arabi, ma non è priva di incognite come fa notare Alex de Waal esperto del Sudan e direttore della World Peace Foundation. «La situazione in Sudan è molto preoccupante. Ho l’impressione che Hemetti abbia oltrepassato il Rubicone. Le violenze che le sue milizie stanno infliggendo sono qualcosa di non visto prima nella capitale Khartoum. Certo che la soluzione di compromesso al momento sembra la strada più logica da percorre per evitare una guerra civile, ma non sarei così convinto che questa formula sia in grado di controllare la giunta militare. Al contrario ho il dubbio che anche se Hemetti fosse rimosso dalla guida del TMC e dal Consiglio Sovrano continuerà a giocare un ruolo decisivo nel Paese grazie alle sue milizie paramilitari». Una analisi condivisa da Susan Stigant responsabile per l’Africa presso il United States Institute of Peace.  

Alex de Waal spiega attentamente la doppia faccia del Transitional Military Council, individuando un doppio gioco che denota mancanza di sincerità politica e che potrebbe compromettere ogni soluzione pacifica alla crisi. «In Sudan non esiste una ma bensì due negoziazioni parallele portate avanti dal TMC. La prima e più importante, appoggiandosi ai servizi segreti NISS e a vari gruppi paramilitari tra cui le RSF, tenta di prendere il controllo del Sudan, e salvare il regime. Per disgrazia o fortuna l’Esercito sudanese non è in grado di assumere da solo il controllo del Paese come hanno fatto i loro colleghi in Egitto. Sia la NISS che la RSF sono corpi speciali totalmente indipendenti dall’Esercito controllati da Salah Gosh e Hemetti. Queste due menti della giunta hanno anche il supporto di altre 12 organizzazioni paramilitari vicine all’Islam radicale. Gosh ed Hemetti hanno di fatto tradito il loro capo lo scorso aprile e saltati sul carro con la ferma intenzione di governare il Sudan. Anche il Presidente del TMC, il Generale Burhan è sotto il loro mirino. Gosh e Hemetti hanno intenzione di sostituirlo per prendere totale controllo del TMC. La seconda negoziazione è quella con le forze dell’opposizione e con la SPA. Purtroppo è considerata da Gosh ed Hemetti una negoziazione obbligatoria a causa della comunità internazionale ma di secondo piano e nociva per la realizzazione dei loro piani».

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