martedì, Luglio 16

Sudan è #WomenPower: il ruolo cruciale del movimento femminile Raggruppate sotto l’organizzazione femminile Civil Women Groups (CWG), sono state le donne sudanesi a far scoppiare la scintilla rivoluzionaria, e ora sono loro a vigilare per annientare i tentativi contro-rivoluzionari

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La rivoluzione borghese in Sudan ha sorpreso la comunità internazionale per le sue tattiche pacifiche, l’ottima organizzazione, un programma politico complesso e progressista e la partecipazione in massa della popolazione a livello nazionale. Le proteste non riguardano la sola capitale, Khartoum, ma l’intero Paese. Questo è stato reso possibile grazie alla Sudanese Professionists Association (SPA), che ha preso la leadership della rivolta popolare nata spontaneamente. Inutile dire che la SPA ha attirato l’attenzione internazionale sul ruolo svolto nella rivoluzione in atto.

La popolarità della SPA oscura un altro attore principale del movimento sudanese: le donne. Raggruppate sotto l’organizzazione femminile Civil Women Groups (CWG), sono state le donne sudanesi a far scoppiare la scintilla rivoluzionaria, scendendo nelle piazze a dicembre per protestare contro l’aumento dei prezzi dei beni di primo consumo. Il loro esempio ha incoraggiato studenti, lavoratori, disoccupati, imprenditori. «Se le donne scendono in piazza non possiamo che seguirle, altrimenti ci negheranno le dolci attenzioni all’interno delle nostre famiglie»: è la barzelletta che gira in questi mesi in Sudan.

Il movimento femminile in Sudan ha una lunga e gloriosa storia di resistenza, nonostante l’oppressivo regime islamico e la Sharia. Le prime manifestazioni di resistenza femminile iniziarono negli anni Venti, quando le casalinghe parteciparono ai movimenti contro la dominazione britannica, contribuendo a creare il movimento anti-coloniale White Flag (bandiera bianca), che portò all’indipendenza, ottenuta nel 1956. Quattro anni prima dell’indipendenza nacque il primo sindacato femminile in Africa su iniziativa delle donne sudanesi.

Un ruolo di primo piano fu giocato dalle donne nella rivoluzione del 1964 e in quella del 1985, entrambe caratterizzate da proteste di massa non violente. Nel 1965 a, seguito dei motti rivoluzionari del precedente anno, fu eletta la prima donna nel Parlamento sudanese e comparvero vere e proprie associazioni femministe che diventarono parte integrante della società civile. Nel Sudan del 2019 la maggioranza dei movimenti studenteschi che si sono uniti alla rivoluzione ha come leader delle donne.

Anche il tentativo rivoluzionario del 2012 e la Rivolta del Pane del gennaio 2018 (entrambe represse nel sangue), sono state iniziate dal movimento femminile. Oltre ad aver provocato la scintilla della rivoluzione, lo scorso dicembre, in questi quattro mesi il movimento femminile sudanese ha svolto un importante ruolo all’interno della piattaforma politica Freedom and Change, così come all’interno della SPA. Un ruolo teso a mantener alta la mobilitazione popolare e a difendere la rivoluzione dalle strategie contro-rivoluzionarie tentate dall’attuale e provvisoria giunta militare, composta da vecchie e note figure del regime.

L’Occidente ha colto solo gli aspetti più marginali e mediatici della partecipazione delle donne alla rivoluzione. Per esempio una studentessa universitaria immortalata dalle telecamere durante un suo discorso politico teso a galvanizzare le folle è stata trasformata dai media occidentali nella figura stessa della rivoluzione, definendola la ‘Regina Nubica’. Un simbolismo accettato dalla diaspora sudanese in Europa e nelle Americhe, ma che risulta alieno in Sudan. L’attivista universitaria non è un leader, nè ha intenzione di diventarlo. Fa semplicemente parte del movimento femminile composto da anonime casalinghe, vedove, studentesse e anche prostitute, che hanno deciso che il regno del terrore islamico dovesse finire.

Queste attiviste controllano vari settori del movimento rivoluzionario, giocando ruoli di primo piano. Detengono la leadership del movimento universitario sorto all’interno dell’Università di Khartoum, riuscendo a contrastare le forze islamiche che si erano infiltrare all’interno dell’università con l’intento di creare un terreno fertile per l’Islam radicale e un’area di reclutamento per le formazioni terroristiche Al Qaeda e DAESH. Si contano a migliaia i casi di moglie che hanno letteralmente obbligato i loro mariti a partecipare alle manifestazione sotto minaccia di interrompere i rapporti sessuali. Una minaccia che ha rafforzato la partecipazione maschile dettata dalla vergogna di essere esposti alla pubblica derisione. «Se tuo marito non scende in piazza, allora vuol dire che non vale niente ed è meglio gettarlo via»: n slogan ripetuto all’infinito durante questi quattro mesi rivoluzionari.

Il movimento femminile ha giocato un ruolo di primo piano nella definizione delle strategie rivoluzionarie e del programma politico adottato dalla SPA, dove è molto forte nella leadership la componente femminile. Le donne si sono trasformate nell’elemento catalizzatore che è riuscito ad unire e coordinare i vari movimenti, giovani disoccupati, universitari, imprenditori, lavoratori. Il loro principale successo è di essere riuscite ad attirare la partecipazione dei cittadini ordinari che, seppur contrari al regime, non avrebbero mai osato ribellarsi se non spronati dalle loro mogli.

Per rafforzare l’unità dei manifestanti, le donne, sopratutto studentesse universitarie, sono state molto attive sui social media, utilizzando al massimo questo nuovo strumento, non solo per coordinare la rivoluzione, ma per dotarla di contenuti politici, sociali ed economici. Una scelta vincente in quanto, utilizzando i sistemi VPN (Virtual Private Network), le attiviste sono riuscite ad aggirare la pesante censura di regime imposta sui media tradizionali sudanesi. Il loro impegno sui social media è stato fondamentale per diffondere la protesta in tutto il Paese.

Le attiviste sudanesi hanno dimostrato la capacità di pacifiche ma efficaci forme di proteste: sit-in, marce silenziose, scioperi, disobbedienza civile, boicottaggio delle industrie statali, assedi pacifici di caserme e uffici amministrativi. Spesso le analisi del movimento femminile hanno influenzato le scelte politiche della SPA. Decenni di ingiustizie contro le donne, di violenze rimaste impunite, imposta sudditanza alla figura maschile e mancanza di democrazia hanno spinto le donne a cercare un nuovo modello di governo basato sulla Afrocrazia dove si pone l’accento sulla partecipazione popolare alla gestione del Sudan.

Grazie al loro contributo sono stati raggiunti i primi obiettivi della rivoluzione: le dimissioni del dittatore Omar Al Bashir, il suo arresto, lo scioglimento del Governo e il ridimensionamento sia del partito al potere, il  National Congress Party, sia delle forze radicali islamiche. Ora è giunto il momento di portare a termine la rivoluzione sudanese sconfiggendo definitamente la giunta militare, riportando il ruolo dell’esercito a garante della Costituzione e della Democrazia sotto il controllo del Governo civile, sottolineano le attiviste.

Il movimento femminile è intenzionato a non scendere a compromessi, per attuare una totale trasformazione democratica basata sul consenso nazionale. Questa determinazione ha portato il Civil Women Groups , a presentare un appello ufficiale al Capo della Commissione dell’Unione Africana (UA), Moussa Faki Mahamat, e al Consiglio per la Sicurezza e la Pace UA, invitandoli a non approvare l’estensione del mandato della giunta militare. L’Unione Africana aveva lanciato un ultimatum alla giunta di due settimane per il passaggio di poteri al governo civile. Ultimatum ora messo in discussione grazie al lavoro diplomatico dell’Egitto. Si parla di estendere il periodo a tre mesi.

Il rifiuto della nuova proposta della UA, si basa sulla consapevolezza femminile che la completa distruzione del regime è la sola garanzia per costruire un nuovo Sudan, basato sulla difesa dei diritti civili e umani, sulle pari opportunità tra i sessi, la promozione femminile in tutti i settori della società, la giustizia indipendente e imparziale, la pacifica convivenza tra diverse religioni ed etnie. Le donne sudanesi sognano un governo laico e democratico capace di assicurare il pieno accesso ai servizi di base: corretta alimentazione, diritto ad abitazioni decorose, sanità ed educazione. Settori che per trent’anni le donne sono state estromesse creando gravi ingiustizie sociali che hanno compromesso le loro vite e le loro carriere professionali.

Per ottenere la vittoria finale il movimento femminile ha idee ben chiare. Occorre sottomettere l’Esercito alla Costituzione e al governo civile. Smantellare le attuali istituzioni pubbliche al fine di assicurarsi che non siano ancora sotto controllo del NCP, ma in linea con i principi della Costituzione e dei valori democratici. Occorre avviare un processo di laicizzazione delle istituzioni e della società sudanese, nel contesto del quale sia garantito il diritto di professare la fede religiosa, impedito che qualsiasi religione possa prendere il sopravento, allearsi al governo e dettarne le scelte politiche e sociali. Per questo il movimento femminile sudanese per primo ha rivendicato la guerra senza quartiere contro l’Islam radicale in Sudan e la Sharia (legge coranica), pur essendo le attiviste di maggioranza mussulmana.

In sintesi, il movimento femminile sudanese rappresenta una importante garanzia per il continuo della rivoluzione fino alla vittoria finale e un antidoto alle strategie contro-rivoluzionarie che la giunta militare tenta di adottare per rimanere al potere. La determinazione delle donne sudanesi è rafforzata dalla consapevolezza che saranno le prime a rimetterci la vita in caso di fallimento del progetto rivoluzionario. Tutte le attiviste sono state fotografate. Sanno i loro nomi e dove abitano. Le forze di repressione sono pronte. Al momento opportuno le faranno sparire per sempre per evitare il ripetersi di future rivolte guidate o iniziate dalle donne. Loro lo sanno, ed è per questo che continuano a battersi per un Sudan democratico, laico e secolare.

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