giovedì, Novembre 14

Sudan: democrazia o giunta militare? questione di soldi Da una parte, l’Unione Europea pronta a ‘misure di sostegno immediate’ per un governo civile, gli USA potrebbero ridurre le sanzioni ma devono capire chi c’è dietro alla SPA; Arabia Saudita e Egitto finanziamenti al governo militare

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Qui si sente un cambiamento di linea per quanto riguarda l’Occidente. L’Europa sta dicendo: mettiamoci una pietra sopra, in cambio vi diamo una paccata di soldi, e scordiamoci il passato”, “Cosa si dovrebbe scordare?”, “Le alleanze, le porcherie del regime con i soldi dell’Occidente”. Questa è la trascrizione di un brano della conversazione con una nostra fonte, che ovviamente per ragioni di sicurezza è coperta, che abbiamo condotto questa mattina all’alba.

Le cancellerie occidentali, da Bruxelles a Washington, dopo aver sperato che le Forze Armate riuscissero prendere per sfinimento i manifestanti convincendoli a mollare l’osso alla giunta militare, avendo visto che questi dimostrano irremovibilità (a Khartoum ci sarebbero oltre 2 milioni di manifestanti giunti da tutto il Paese che si danno il cambio nei sit-in), sembrano aver ceduto all’idea di trovarsi un Sudan governato da un Governo civile che quanto prima conduca al voto. Poi si vedrà. Intanto disponibilità a far buon viso a cattiva sorte, mettendo sul tavolo quattrini.
Stessa mossa tentata dall’Arabia Saudita, ma questa, ovviamente, a sostegno della giunta militare. Stesso ragionamento della Cina: qualsiasi Governo ha bisogno urgente di soldi, e tanti, per tentare di sedare la popolazione e ricostruire il Paese.

Alla base della convinzione che l’Occidente stia cambiando linea vi è la dichiarazione di ieri di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza. «Una consegna rapida e ordinata a un organismo transitorio civile con piena autorità decisionale è l’unico modo per consentire un processo politico pacifico, credibile e inclusivo che possa soddisfare le aspirazioni della società sudanese e portare a riforme politiche ed economiche tanto necessarie. La posizione assunta dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana è benvenuta e importante in questo contesto», si legge, tra il resto nella dichiarazione.
Mogherini si pronuncia anche sul destino del deposto Presidente Omar al-Bashir, proprio ieri tradotto in carcere: « l’UE ricorda che lo statuto di Roma e la risoluzione 1593 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite creano un obbligo di cooperazione con la Corte penale internazionale», il che significa un ‘invito’ a consegnare al-Bashir alla Corte, esattamente quanto i militari scorsa settimana avevano detto non essere intenzionati a fare.
E in conclusione, gli aiuti economici al governo civile: «L’UE è pronta a impegnarsi con un organismo transitorio civile inclusivo, una volta sul posto, per progettare insieme le nostre relazioni future che iniziano con misure di sostegno immediate al popolo sudanese che continua ad affrontare una situazione economica e umanitaria disastrosa».

L’Unione europea aveva sospeso gli aiuti economici al Sudan dopo il colpo di Stato del 30 giugno 1989 che aveva portato al potere Omer al-Bashir. In seguito alla crisi dei migranti nel 2015, però, l’Unione europea ha cercato di stabilire una cooperazione rafforzata in materia di migrazione con i Paesi del Corno d’Africa, compreso il Sudan. Il processo di Khartoum ha portato la UE a finanziare progetti concreti nei Paesi di origine e di transito. Si parla di 400 milioni di euro dati al regime per combattere i flussi migratori. Solo 20 milioni di questi finanziamenti destinati a interventi umanitari, gestiti dall’Ambasciata italiana e dall’agenzia di cooperazione tedesca, il resto sarebbe finito in armi, equipaggiamenti e addestramento degli uomini di Rsf (Rapid Support Forces) e di Niss (National Intelligence and Security Service), i due servizi che sono stati i più attivi nella repressione, anche delle ultime manifestazioni.
Tra le richieste avanzate dai manifestanti attraverso la SPA vi è proprio la revisione del processo di KhartoumL’ipotesi è quindi che la UE possa decidere di ‘rivedere’ il processo di Khartoum, mettendo a disposizione del Paese altri fondi.

24 ore prima che Mogherini rilasciasse questa dichiarazione, gli Stati Uniti avevano fatto sapere attraverso un funzionario del Dipartimento di Stato che ha parlato con ‘Reuters   che sarebbero disponibili a valutare di rimuovere il Sudan dal lista degli Stati sponsor del terrorismo «se ci sarà un cambiamento fondamentale nella leadership e nelle politiche del Governo del Sudan». Il che vorrebbe anche dire rimuovere le sanzioni che impediscono aiuti da parte di soggetti come Fondo Monetario Internazionale o Banca Mondiale, aiuti indispensabili per la ripresa dell’economia del Paese, il vero problema del Sudan, quello scatenante la rivoluzione che ha portato alla deposizione e incarcerazione di  Omar al-Bashir. Per altro l’Amministrazione Trump aveva già revocato una serie di sanzioni contro il Sudan nell’ottobre 2017, pur lasciando il Paese nella lista dei Paesi che sostengono il terrorismo.

Questi due interventi sarebbero alla base dell’ipotesi che in alcuni ambienti di Khartoum si sta facendo largo secondo la quale l’Occidente avrebbe deciso di cambiare linea e sostenere la rivoluzione, dunque l’ingresso in scena di un governo civile. C’è da considerare che gli Stati Uniti di Trump sono convinti alleati dell’Arabia Saudita e i sauditi non vogliono rinunciare alla sicurezza di un governo militare che possa garantire lo status quo, calmando la popolazione con aiuti economici e di fatto bloccando una rivoluzione che potrebbe determinare un ‘contagio’, non per nulla l’Arabia Saudita ha garantito aiuti economici e grano e medicine al Consiglio di transizione militare. Stessa cosa per quanto riguarda l’Egitto. Abdel Fattah al-Sisi ha offerto il sostegno egiziano per la stabilità del Sudan.

L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto sostengono fortemente la giunta militareSecondo alcune fonti sudanesi vicina alla leadership militare e alcuni rumors, sostengono che gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Egitto avrebbero avuto un ruolo nel pianificare la rimozione di al-Bashir e del generale Ibn Auf e di Salah Gosh, come parte di una strategia di indebolimento del potere degli islamisti al potere in Sudan’.

Secondo questi osservatori, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, che hanno sostenuto il rovesciamento di Mohamed Mursi della Fratellanza Musulmana in Egitto e hanno lavorato per contrastare gli islamici legati alla Fratellanza in tutta la regione, stanno seguendo lo stesso obiettivo in Sudan. «Vogliono usare gli aiuti economici per incoraggiare alcuni centri di potere in Sudan ad indebolire la presenza degli islamisti e il loro pieno controllo sulle istituzioni economiche».

In questo quadro, che per il momento presenta una giunta militare non blindata, vista la caparbietà dei manifestanti che continuano a rimanere in strada, ma certo ottimamente appoggiata, gli Stati Uniti avrebbero un conflitto interno se sostenessero apertamente la soluzione del Governo civile, forse si limitano ad attendere gli eventi, capire quale fazione  -quella che vuole la democrazia (i manifestanti) o quella dei militari che vogliono mantenere lo status quo- avrà la meglio.

Bronwyn Bruton, dell’Africa Center all’Atlantic Council, ha detto che «l’Amministrazione Trump si trova in una posizione difficile perché, mentre in linea di principio preferirebbe vedere un’autorità di transizione guidata dai civili in Sudan, si sa molto poco sull’Sudanese Professionals Association», l’Associazione professionale sudanese che è stata in prima linea nelle proteste anti-Bashir, coordinatrice delle proteste e portavoce dei manifestanti, «le sue fonti di adesione e finanziamento sono, comprensibilmente, avvolte in segreto. Questo è profondamente problematico in un Paese con profondi legami con i Fratelli Musulmani e altri gruppi islamisti».

Gli USA potrebbero essere disposti a ridurre le sanzioni, ma «la questione è se vorranno farlo senza sapere chi dirigerà un governo di transizione. Potrebbero anche essere riluttanti rispetto ad un governo composto da persone che non conoscono». E questa effettivamente è una domanda seria da porsi: chi c’è dietro la Sudanese Professionals Association? Da chi è finanziata? Quali sono, se ci sono, i poteri forti che sostengono SPA? La capacità di fuoco e di tenuta che ha dimostrato, e sta dimostrando, è stata esorbitante, il che autorizza a porsi delle domande. E le risposte (che magari qualcuno degli attori sulla scena sudanese già ha) potrebbero fare la differenza sul tavolo dove si gioca la partita dei quattrini occidentali e di quelli sauditi.

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