martedì, Marzo 19

Sudan: complotto arabo-israeliano per sostituire Bashir con il ‘boia di Khartoum’ Salah Gosh avrebbe incontrato il Direttore del MOSSAD con la mediazione congiunta di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi; concordi a mollare Bashir anche USA e Francia, mentre della posizione italiana non si sa nulla

0

La Primavera sudanese è giunta alla fase rivoluzionaria. La popolazione, i partiti d’opposizione, la società civile e gli imprenditori sudanesi non accettano compromessi: il Presidente Omar Al Bashir deve abdicare. Una matura e moderna democrazia multietnica e multireligiosa deve rimpiazzare l’attuale Repubblica Islamica. Queste richieste non lasciano spazi per il regime di manovra per cercare compromessi. Quindi nessuna meraviglia se il Generale Bashir è stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza per un anno su tutto il territorio nazionale. La sola arma a disposizione per fermare la rivoluzione in atto. Vietate tutte le manifestazioni di qualsiasi natura anche quelle non politiche; poteri illimitati alle forze di difesa, soprattutto alle famigerate Forze di Intervento Rapido formate dalle milizie paramilitari Janjawwed, responsabili del tentato genocidio nel Darfur, e le NISS (National Intelligence Security Service) comandate dal generale Salah Gosh noto alla popolazione come il boia di Khartum.

Sono stati anche istituiti tribunali speciali per processare in tutta fretta i leader dell’opposizione senza garanzie giuridiche. Tra le misure eccezionali prese dal regime vi è una rivolta contro gli imprenditori sudanesi, sospettati di essere i fautori e i finanziatori della rivoluzione. Ora nessun può recarsi all’estero con più di 3.000 dollari e 150 grammi d’oro.

Le misure prese non lasciano scelta ai rivoltosi: o rinunciare, sottomettendosi nuovamente allo spietato regime islamico sostenuto da Italia, Francia, Turchia, Russia e monarchie feudali della penisola araba, o tentare il tutto per tutto entrando in scontro diretto militare con le forze di difesa a disposizione della dittatura.

La scelta di non lasciare aperto alcun dialogo con la popolazione evidenzia la gravità della situazione politica in Sudan. Il regime si sente con il cappio al collo e sta lottando come una iena inferocita per la sua sopravvivenza. Se la determinazione dei rivoluzionari rimarrà intatta si può prevedere un bagno di sangue o una guerra civile.

I rivoluzionari godono della simpatia di diversi reparti di Esercito e Polizia che rifiutano sistematicamente di reprimere le manifestazioni e vari gruppi armati, tra i quali il JEM, nel Darfur, o il SPLM-Nord, negli Stati confinanti con il Sud Sudan. Se i reparti delle forze armate che simpatizzano con la Primavera araba decidono di unirsi ai gruppi armati di opposizione, i leader rivoluzionari avranno una forza militare non trascurabile da opporre al giro di vite del regime.

Per prepararsi alla eventualità di scontro armato e conseguente guerra civile il Generale Omar Al Bashir ha dismesso fedelissimi che davano segni di vacillare, sostituendoli con irriducibili fanatici pronti a difendere il regime fino alla morte. Il Primo Ministro, che aveva pubblicamente esternato simpatie con le rivendicazioni popolari, è stato sostituito con Mohamed Tahir Ayala, ex governatore dello Stato di Gezira e candidato nel 2017 a sostituire il Generale Bashir alla Presidenza.
Fino ad ora Ayala è stato sempre considerato un moderato, in grado di mantenere il regime al potere tramite aperture democratiche e progressive. Una opinione condivisa sia dalle rappresentanze diplomatiche straniere che da una significativa fetta della popolazione. L’aver accettato la nomina di Primo Ministro offerta dal dittatore indebolisce se non distrugge il supporto popolare goduto da Ayala. Il presunto ‘Gorbaciov sudanese’ nel momento storico cruciale sceglie di schierarsi con Bashir, su cui pende un mandato di arresto internazionale emesso dalla CPI per crimini contro l’umanità.

Come Vice-Presidente il dittatore ha nominato un falco ultra reazionario: il Generale Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, Ministro della Difesa. Un altro falco il Vice-Presidente del partito al potere National Congresso Party (NCP), Ahmed Haroun è stato promosso a Presidente del partito. Queste nomine sono tese a circondarsi di fedelissimi per evitare che qualche Generale ne approfitti del clima rivoluzionario per attuare un golpe contro Bashir.

Nonostante lo Stato di Emergenza, venerdì 28 febbraio diverse e partecipatissime manifestazioni hanno avuto luogo nella capitale e in altre città strategiche del Paese. Manifestazioni organizzate dalla SPA Sudanese Professionals Association, il vero leader della Primavera sudanese. Il leader del partito di opposizione, National Umma Party (NUP), Sadiq al-Mahdi, ha chiesto senza parafrasare le dimissioni immediate di Bahir e del Governo per poter installare un Governo di unità nazionale e preparare elezioni veramente democratiche e libere.

Il tentativo di serrare i ranghi attuato dal generale Bashir si scontra con la necessità del partito al potere, il NCP, di mantenere il controllo del Paese dinnanzi a questi motti rivoluzionari che evidenziano la determinazione della popolazione di farla finita con la dittatura di Omar Al Bashir. Una soluzione che si sta profilando all’interno del regime è di sbarazzarsi del dittatore, per calmare la rabbia popolare, e mantenere il potere aprendo ai partiti di opposizione che si dimostreranno collaborativi.

La soluzione di un NCP post-Bashir è presa seriamente. Il primo tentativo di sbarazzarsi del Generale Bashir proviene dal Generale Salah Gosh, a capo dei servizi segreti NISS. Il sito di informazione indipendente ‘MEE Middle East Eye e il network informativo ‘Al Jazeera hanno rivelato un piano per salvare il regime attraverso un cambio di guardia del Capo di Stato alla completa insaputa del Generale Bashir.

Salah Gosh ha incontrato a Monaco, tra il 15 e il 17 febbraio, il Direttore dei servizi segreti israeliani (MOSSAD), Yossi Cohen, tramite la mediazione congiunta di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi. Questi tre Paesi assieme alla Russia hanno fino ad ora supportato Bashir e il NCP, ma sarebbero arrivati alla conclusione che se il dittatore rimane alla guida del Paese per il NCP non vi sarebbe alcuna possibilità di trovare un compromesso con i rivoluzionari, e il Paese si avvierebbe ad un pericoloso scontro armato dagli esiti assai incerti per entrambi i campi contrapposti. Di conseguenza le tre potenze arabe avrebbero deciso di coinvolgere il MOSSAD e di puntare sul Generale Gosh, già conosciuto per i suoi contatti con il Cairo, Riad e Abu Dhabi. A Monaco il ‘boia di Khartoumavrebbe incontrato anche agenti segreti francesi e inglesi. Non si hanno notizie certe su contatti avvenuti o meno con i servizi segreti italiani, nonostante che dal 2012 l’Italia abbia giocato un ruolo decisivo per la riabilitazione del sanguinario regime islamico di Khartoum, in cambio di una opaca collaborazione contro i flussi migratori clandestini da Etiopia, Eritrea all’Europa.

Anche la Casa Bianca avrebbe abbracciato l’idea di sostenere il generale Gosh come Capo di Stato, secondo quanto riporta il sito di informazione specializzata ‘Africa Intelligence’. L’Amministrazione Trump avrebbe preso questa decisione in quanto considera ormai impossibile difendere Bashir. La fonte di ‘Africa Intelligence’ sarebbe un rapporto dell’Ambasciata di un non precisato Paese del Golfo Persico.

La notizia diffusa da questi due prestigiosi media è stata immediatamente smentita dal ufficio relazioni pubbliche del NISS: «L’Agenzia conferma che queste notizie non sono accurate e non rispecchiano gli standard minimi del giornalismo professionale. MEE e Al Jazeera stanno utilizzando informazioni non obiettive e accurate per promuovere oscure agende politiche». Gli inviati e i collaboratori locali di ‘Al Jazeera’ hanno ricevuto il divieto di operare nel Sudan. La reazione della NISS è comprensibile.

Se le informazioni fornite da questi due media sono vere il Generale Salah Gosh starebbe cercando appoggi di Israele, mondo arabo e Unione Europea per destituire il suo capo, salvando il regime e offrendo il sacrificio di Omar Al Bashir. Se il complotto fosse reale ora è stato scoperto e Bashir dovrà combattere anche contro pericolosi nemici interni. «Queste notizie non veritiere hanno l’obiettivo di dividere la leadership sudanese, ma tale obiettivo non sarà raggiunto», conclude il comunicato stampa della NISS, forze nel tentativo di Gosh di assicurare a Bashir la sua lealtà messa in dubbio da ‘MEE’ e ‘Al Jazeera’.

È dallo scorso gennaio che il Generale Bashir riceve avvertimenti sulla necessità vitale di riprendere i rapporti diplomatici con Israele. Rapporti interrotti durante il periodo di avvicinamento tra Khartoum e Teheran, che hanno spinto Tel Aviv ad effettuare raid arei contro il Sudan nel 2012. Israele, nel novembre 2018, aveva chiaramente espresso il desiderio di stabilire rapporti diplomatici con la dittatura islamica senza trovare concrete risposte dal regime di Khartoum che non intende abbandonare la difesa della causa palestinese.

Il complotto arabo israeliano supportato da UE e Stati Uniti ha fatto comprendere a Bashir che anche i migliori alleati nel momento delle difficoltà vengono a meno. È il caso della Arabia Saudita, dove il Sudan da oltre tre anni sta pagando un grosso tributo di sangue, avendo accettato che i suoi soldati siano carne da cannone nella orribile guerra scatenata da Riad nello Yemen, in cambio di un mucchio di dollari.

In Sudan la Comunità Internazionale si trova ad affrontare un paradosso diplomatico. Tutti sappiamo che le lamentele della popolazione sono fondate e che una democratizzazione del Sudan avrebbe effetti positivi e pacificatori su tutta la regione, ma, come per tutte le rivoluzioni, anche quella sudanese va temuta in quanto ogni cambiamento di regime porta varie incognite”,  ci dice una fonte diplomatica a Khartoum contattata sull’argomento con promessa di anonimato. “Chi sono i leader rivoluzionari? Cosa vogliono? Un Sudan post-Bashir potrebbe implodere creando una situazione come in Libia o Somalia. L’Iran potrebbe estendere la sua sfera di influenza. Un nuovo Governo potrebbe risultarsi ostile a quelle potenze straniere che hanno supportato direttamente o indirettamente il regime”.

Queste incognite spingono vari Paesi che nutrono interessi sul Sudan, prosegue la nostra fonte, “a tracciare una linea politica parallela e simile verso la crisi sudanese: Bashir deve restare in quanto garante della stabilità e dei nostri interessi nazionali. Democrazia e rispetto dei diritti umani, ahimè, cadono in secondo piano. Italia, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Russia, Cina e Turchia sono allineate su questa scelta. Il complotto di Israele e delle monarchie feudali della Penisola Araba apre una nuova fase nei rapporti tra Sudan e le potenze occidentali. Una fase dove molte cancellerie iniziano a temere che il Presidente Bashir sia una carta bruciata. Una sensazione che spinge molti Paesiamicidel Sudan a cercare alternative, ma sempre restando all’interno del regime islamico e del NCP. Nessun appoggio è pensato alla rivoluzione democratica, certamente condivisa in privato tra molti diplomatici, ma non conveniente per gli interessi occidentali e medio orientali. È triste dirlo, ma questa è la realpolitik”, conclude la fonte a Khartoum.

A sostegno di queste affermazioni vi sono le manovre militari congiunte avvenute nelle acque territoriali di Port Sudan tra le marine sudanese e saudita, gli accordi su dispute di frontiera con l’Etiopia per evitare tensioni, l’aiuto concreto dei mercenari russi inviati da Mosca nel reprimere la rivoluzione, la cauta politica delle Ambasciate italiana e francese a Khartoum che rinviano la doverosa condanna senza appello al regime ancora visto da Roma e Parigi uno scomodo ma conveniente alleato.

La posizione più contraddittoria è stata della Gran Bretagna. Durante un meeting tra il neo eletto Vice-Presidente sudanese e l’Ambasciatore Britannico a Khartoum,  Ifran Siddiq, avvenuto il 27 febbraio, le parti si sono impegnate a rafforzare i rapporti diplomatici e commerciali. L’Ambasciatore Siddiq ha chiaramente e pubblicamente espresso il desiderio del suo Paese di promuovere relazioni storiche, politiche, sociali e culturali con il Sudan con l’obiettivo di rafforzare il supporto inglese al Governo sudanese presso l’arena politica internazionale. Un sostegno prezioso per il regime islamico che contraddice l’impegno assunto da Londra due giorni prima delle dichiarazioni dell’Ambasciatore Siddiq. Assieme a Norvegia e Stati Uniti, Londra aveva condannato la decisione dello stato di emergenza, la criminalizzazione dei dimostranti, avvertendo il regime che la gestione delle proteste pacifiche da parte del Governo determinerà il destino delle relazioni con il Sudan.

Lo stato di emergenza e i tribunali speciali hanno già fatto le prime vittime. La NISS e la polizia hanno arrestato centinaia di dimostranti a Khartoum, Omdurman e Khartoum Nord. Giovedì scorso 58 manifestanti sono stati condannati dai sette anni ai due mesi di reclusione. Quattro commercianti simpatizzanti della rivolta sono stati incarcerati e condannati a 6 anni di reclusione, accusati di promuovere il mercato nero. La popolazione sudanese continua a resistere, decisa ad ottenere la fine dell’odiato regime. Eppure i sudanesi si trovano loro malgrado in una situazione paradossale. Aspirano a vivere in una società basata sui valori democratici e civili dell’Occidente ma si trovano ostacolati proprio da quelle Nazioni occidentali che si vantano di essere le culle di questi valori umani…

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore