martedì, Luglio 16

Sudan: chi lavora contro la rivoluzione borghese? Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia puntano a una transizione in continuità con il regime; anche l’Occidente scommetterebbe sul regime e sui militari al potere, con Italia e Francia defilate perché il rischio potrebbe essere grosso per loro

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La rivoluzione in Sudan prosegue e punta dritto al Governo di transizione civile. Intanto, a livello internazionale prendono forma gli schieramenti di coloro che sostengono i militari -molti, dai Paesi Arabi alla Russia fino all’Occidente, Europa in primis per quanto non esplicitamente- e di quelli che invece si schierano con i manifestanti.

Ieri la Sudan Professional Association (SPA), l’associazione dei professionisti del Sudan, coordinatrice delle manifestazioni popolari esplose a dicembre 2018, ha nuovamente chiesto ai sudanesi di unirsi al sit-in per «difendere la vostra rivoluzione», dopo aver denunciato un tentativo di disperdere la protesta in corso a Khartoum. Ieri mattina, infatti, reparti dell’Esercito hanno tentato di rimuovere le barricate attorno all’area dove i manifestanti si erano raccolti senza riuscirci.
Poche ore prima, intanto  -dopo l’uscita di scena, a meno di 24 ore dalla nomina, di quello che avrebbe dovuto guidare il Consiglio militare di transizione, Ahmed Awad ibn Auf, sostituito dal meno appariscente Abdul Fatah al-Burhan-, una altra uscitapesante’, e, secondo nostre fonti, forse esclusivamente ‘scenica’, quella del capo del potente e temuto NISS (il servizio di sicurezza e d’intelligence, Salah Gosh.

Gosh, tra il resto, era il volto stesso della repressione condotta dagli agenti della NISS contro i manifestanti che hanno preso parte a quattro mesi di manifestazioni che hanno portato al rovesciamento del Presidente Omar al-Bashir. Migliaia di manifestanti, attivisti dell’opposizione e giornalisti sono stati arrestati durante la repressione.

Gosh, a lungo coccolato dalla CIA che lo considerava un suo uomo in Sudan nella ‘guerra al terrore’ di al-Qaeda, è anche colui che, a febbraio, aveva condotto i colloqui segreti con il capo dei servizi israeliani in Germania, nel contesto di un complotto tentato dagli alleati del Golfo di Israele volto a portare alla presidenza proprio Gosh, rovesciando al-Bashir. Per altro, Gosh non è nuovo ai complotti, nel 2011 era stato arrestato con l’accusa di coinvolgimento in un complotto, fu poi rilasciato nel 2013 a seguito della grazia presidenziale. Nel 2018 era tornato alla guida del NISS, che aveva già gestito dal 2004 al 2009, quando al-Bashir lo nominò suo consigliere per la sicurezza nazionale.
«È fondamentale che le nuove autorità del Sudan indaghino sul ruolo di Salah Gosh nelle uccisioni di decine di manifestanti sudanesi negli ultimi quattro mesi», ha detto Amnesty International in una nota.
Alla destituzione di Gosh a Khartoum sono in pochi a credere, piuttosto si ritiene che coordini le operazioni dietro le quinte. “Molti a Khartoum pensano sia tutto un inganno”, ci dicono le nostre fonti. “La giunta militare promette di non usare la forza bensì il dialogo, ma poi utilizza le milizie paramilitari per soffocare la rivoluzione”.

Abdul Fatah al-Burhan, nel discorso di investitura quale Presidente del Consiglio militare transitorio, ha promesso un Governo civile subito dopo le consultazioni con le forze di opposizione, e anche su questa promessa i manifestanti sono scettici. Vero che  al-Burhan è stato l’uomo che per i vertici militari ha dialogato con i manifestanti, ma è anche vero che, come Gosh e Ibn Auf, anche al-Burhan è stato accusato di coinvolgimento in crimini di guerra nel Darfur, per il suo ruolo di comandante di una delle milizie.  

Risulta che almeno fino ad oggi il Consiglio militare transitorio abbia ignorato la richiesta della SPA di un Governo civile. Mohamed Hamdan Daglo, vice capo del Consiglio militare, ha tenuto, invece, ieri, riunioni  con tre ambasciatori europei a Khartoum, l’ambasciatore del Regno Unito Irfan Siddiq, l’ambasciatore olandese Karin M. Boven e l’ambasciatore dell’UE Jean Michel Dimond.  
Mohamed Hamdan Daglo è il capo delle famigerate RSF (Rapid Support Forces), composte da milizie paramilitari, incluse le bande janjaweda, responsabili del genocidio in Darfur, amico di Salah Gosh. Scontri a fuoco tra elementi NISS e militari pro-rivoluzione si sono già registrati a Khartoum.

RSF e NISS sono le principali forze di repressione del regime e i principali organizzatori del traffico esseri umani verso Libia, sospettate, per altro, di aver ucciso centinaia di migranti eritrei ed etiopi nel deserto tra Libia e Sudan dopo aver riscosso da loro il prezzo per il viaggio in Libia. Queste due forze sono i principali beneficiari degli aiuti economici UE contro i flussi migratori, secondo gli accordi di Khartoum, promossi dall’Italia e dai principali interlocutori di Bruxelles, e ciò nonostante i crimini commessi. Si parla di 400 milioni di euro dati al regime per combattere i flussi migratori. Solo 20 milioni di questi finanziamenti destinati a interventi umanitari, gestiti dall’Ambasciata italiana e dall’agenzia di cooperazione tedesca, il resto sarebbe finito in armi, equipaggiamenti e addestramento degli uomini di Rsf e di Niss.

Al-Burhan è stato addetto alla difesa dell’Ambasciata del Sudan a Pechino, dall’ombra di al-Bashir sarebbe stato l’uomo del dialogo sudanese con Pechino.
Il ruolo della Cina in questa rivoluzione è ancora da definire. Secondo alcuni osservatori avrebbe un ruolo che va oltre la protezione dei suoi interessi nel momento di crisi, e a questo proposito sarebbe interessante capire quanto al-Burhan abbia mantenuto una relazione privilegiata con Pechino. Secondo alcune fonti a Khartoum, la Cina in questo frangente starebbe solo lavorando per proteggersi e capire il quadro della situazione.

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, nelle scorse ore ha detto che la Cina sta osservando da vicino lo sviluppo della situazione in Sudan. «La Cina ha sempre perseguito il principio di non ingerenza negli affari interni di altri Paesi, riteniamo che il Sudan abbia la capacità di gestire gli affari interni e salvaguardare la pace e la stabilità del Paese», ha dichiarato Lu Kang. «La Cina ha una profonda amicizia tradizionale con il Sudan. Indipendentemente da come si evolverà e cambierà la situazione in Sudan, la Cina continuerà a lavorare per mantenere e sviluppare tali relazioni amichevoli e cooperazione», ha aggiunto il portavoce.
Il quotidiano voce del Governo cinese, in lingua inglese, il ‘Global Times’ , domenica, in un lungo intervento, fa il quadro visto da Pechino e riconosce che «la situazione attuale del Sudan è stata causata da una combinazione di problemi economici e un sistema politico corrotto», «un colpo di stato militare in Sudan era inevitabile alla fine».
La crisi economica viene considerata essere alla radice dei problemi del Paese negli ultimi anni così come sarà il possibile inciampo del dopo.  Il «popolo sudanese e il nuovo Governo dovranno capire che i problemi di base non saranno risolti cambiando solo un leader o un governo. Dopo aver conquistato il potere politico, il nuovo Governo e i suoi leader devono affrontare la sfida di migliorare i mezzi di sostentamento delle persone». E, dopo una radiografia degli interessi cinesi nel Paese    -raffinerie per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, sostegno finanziario e tecnologico in campo agricolo per la produzione in particolare di cereali, progetti idroelettrici, invio di equipe mediche per l’assistenza sanitaria e per la formazione di medici sudanesi, militari nei contingenti ONU  schierati nella regione del Darfur dopo i conflitti degli anni 2000 per il mantenimento della pace-, considerati simbolo dell’amicizia cinese con il popolo sudanese, si ribadisce che indipendentemente dal Governo che sarà il dragone resterà al fianco del Sudan, dragone consapevole che qualunque Governo esca dalla crisi avrà bisogno del supporto finanziario cinese per risollevare economia e stabilizzare Paese.

Anche la Russia, grande sostenitrice del regime di al-Bashir, oggi ha riconosciuto la giunta militare transitoria secondo quanto riferisce ‘Sputnik’. L’annuncio è stato dato dal vice Ministro degli Esteri Mikhail BogdanovL’estromissione di al-Bashir è un momento cruciale per il Golfo.

E’ di ieri la notizia che la Lega Araba ha espresso il suo sostegno per il Consiglio militare transitorio. In una nota, la Lega Araba ha detto di apprezzare gli sforzi compiuti dal Presidente del Consiglio militare Abdel Fattah Burhan e chiesto alla comunità internazionale di sostenere l’impegno per la stabilità nel Paese.

Dall’altra parte,  l’Unione Africana (UA) ha lanciato un ultimatum di 15 giorni  alla giunta militare che ha preso il potere in Sudan. Al termine di una riunione del Consiglio per la pace e la sicurezza, una nota dell’Ua chiede la consegna del potere politico a «un’amministrazione civile eletta consensualmente entro un massimo di 15 giorni». Il Sudan qualora non rispettasse l’ultimatum, potrebbe essere sospeso dall’Unione. E’ la prima volta che la UA prende una posizione netta e contraria all’Occidente su crisi africane, e fino a non molto tempo fa concordava con la UE nel ritenere che il regime sudanese fosse un elemento di stabilita regionale, proteggendo, per altro, al-Bashir dal mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale.

Questo improvviso cambio di linea sarà da inquadrare osservando gli accadimenti dei prossimi giorni e forse settimane. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti stanno seguendo da vicino e con apprensione gli eventi cercando di proteggere i loro interessi, dicono gli analisti.

Il Sudan svolge un ruolo chiave negli interessi regionali dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, in particolare da dopo che si è schierato con Riyad contro l’Iran sciita e fornendo truppe nella coalizione a guida saudita nella guerra nello Yemen.

I due Paese hanno dimostrato una tiepida reazione ufficiale al rovesciamento di al-Bashir, chiedendo ‘stabilità’ e ‘transizione pacifica’. Il loro timore nei confronti di rotture dello status quo è il ‘contagio’. Anche per questo i due Paesi hanno sostenuto il Consiglio di transizione dei militari, con  Riyad che promette un pacchetto di aiuti al popolo del Sudan «per alleviare le sofferenze», secondo una dichiarazione pubblicata dall’agenzia di stato ‘SPA’. L’obiettivo è che la transizione avvenga in continuità, il che significa che il Sudan rimanga sotto il controllo militare.

La nomina del generale Abdel Fattah al-Burhan pare gradita da alcuni Stati del Golfo, è stato uno dei principali collegamenti del Sudan con gli Emirati Arabi durante la guerra nello Yemen.

Il Qatar, vicino a  Khartoum prima che il Sudan si alleasse con Riyad, è rimasto in silenzio, e molto è dovuto, secondo gli analisti, allo stallo diplomatico con l’Arabia Saudita, che di riflesso è anche con gli altri grandi alleati sauditi, ovvero gli Emirati Arabi, il Bahrain e l’Egitto.

La posizione dell’Occidente è forse la più complessa in assoluto, e non senza buone ragioni.
Secondo le nostre fonti a  Khartoum, dichiarazioni ufficiali a parte, l’Occidente punterebbe su RSF e NISS, sulla loro capacità di bloccare le manifestazioni e far accettare la giunta militare, obiettivamente l’unica in grado di garantire lo status quo. Le diplomazie occidentali ignorerebbero la SPA, perché non vedono di buon occhio la rivoluzione borghese, e starebbero intensificando i loro incontri con la giunta militare. L’Occidente intenderebbe risolvere la crisi sudanese supportando il regime senza al-Bashir, sul modello egiziano.

Auspicio che sta incontrando difficoltà, infatti, vari reparti dell’Esercito proteggono la rivoluzione, il che è motivo di grosse difficoltà per la giunta militare. I soldati passati alla rivoluzione sono molti e con blindati e carri armati. Stanno intercettando le milizie, cercando di neutralizzarle. Anche ieri sera si sono registrati scontri a fuoco tra reparti di Esercito e milizie. Le milizie non riescono al momento a fare il loro lavoro di repressione con efficacia.  

L’incaricato d’affari americano in Sudan, Steven Koutsis, ha incontrato, domenica, Mohammad Hamdan Daglo. Oltre agli incontri di ieri ci sarebbe stato anche un incontro del Consiglio con la diplomazia della Germania.
Si fa notare anche che la diplomazia di Francia e Italia in questi primi giorni di giunta militare si sono defilate, malgrado il ruolo giocato in questi ultimi anni a supporto del regime. Incontri tra il Consiglio militare e le diplomazia italiana e francese ci potrebbero essere stati ma non se ne ha notizia, né vi sono rumors in questa direzione.
La posizione italiana in Sudan è resa ancora più difficile dall’offensiva di Khalīfa Haftar su Tripoli, il cui Governo di Fayez al-Sarraj è sostenuto da Roma   -Roma insieme al Qatar, Paese con il quale l’Italia ha interessi economici non da poco. Il Governo italiano rischia grosso, perche le milizie libiche di Tripoli e il regime islamico sudanese sono stati alleati di primo piano nella lotta contro l’immigrazione. “Se cadano Tripoli e Khartoum, i crimini da loro commessi rischiano seriamente di compromettere a livello internazionale l’Italia che li ha finanziati ignorando i crimini contro l’umanità commessi da questi regimi”, ci dice dalla capitale sudanese un docente universitario che ci ha richiesto l’anonimato.

Tra le condizioni poste da SPA     -molte, tra queste: Governo civile; scioglimento di NISS e RSF; consegna di al-Bashir al Tribunale Penale Internazionale; revisione costituzione; fine della sharia-    vi è la revisione degli accordi con Ue, compreso l’accordo di Khartoum, ideato, come detto, da Italia e Francia. Una richiesta che chiaramente farebbe saltare la politica migratoria UE, e farebbe scoppiare il bubbone del passato. Qualcosa di molto grave per Italia, Francia e UE nel suo complesso.

L’appoggio occidentale al Consiglio Militare indebolisce la SPA e la rivoluzione, ma in caso di vittoria della democrazia saranno difficili le relazioni tra Sudan e UE. “La crisi sudanese evidenzia la politica ipocrita UE che parla di democrazia e rispetto diritti umani ma non esita ad appoggiare regimi terroristi e totalitari come il Sudan, un regime che tenta di sopravvivere e di sottrarsi alla giustizia per i crimini commessi contro sudanesi e migranti africani”, conclude il docente.

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