mercoledì, Agosto 21

Sudan: c’è l’accordo, i militari vincono per stanchezza La vittoria discreta del Triunvirato Hemetti-Gosh-Al-Burhan che ha potuto contare sull’appoggio delle monarchie arabe e sulla capitolazione dell’Unione Africana

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Il mediatore dell’Unione Africana Mohamed Hassan Lebatt ha annunciato che il Transitional Military Council e l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento hanno raggiunto un accordo per la condivisione del potere potendo così avviare il periodo di transizione alla democrazia fissato dopo 39 mesi dall’accordo. La notizia è stata accolta da manifestazioni di gioia dalla popolazione sudanese e dai manifestanti. Centinaia di migliaia hanno celebrato presso la capitale Khartoum e presso le principali città al grido «Ha vinto la rivoluzione. Hanno vinto i civili!». L’accordo sarà firmato tra le parti lunedì 8 luglio in presenza del Primo Ministro etiope Abyi Hamed Ali, i rappresentanti dell’Unione Africana e vari leader regionali

Cosa prevede l’accordo? Dopo che la firma entrerà in vigore, il Consiglio Sovrano sarà dotato di poteri esecutivi e rimarrà in carica fino alle elezioni generali del 2022 di cui data esatta verrà fissata nel 2021. Il Consiglio Sovrano sarà composto da 10 membri equamente suddivisi tra TMC e ALC e un Presidente indipendente. Sull’indipendenza del Presidente sorgono numerose ombre e dubbi per il fatto che è previsto che per i primi 21 mesi il Consiglio Sovrano sarà in mano alla giunta militare e per i restanti 18 passerà ai civili’. Quindi si deve dedurre che il Presidente sarà tutt’altro che neutrale, ma rappresentante dei militari o dei partiti di opposizione a seconda del periodo fissato di competenza. Questo dettaglio non è stato spiegato adeguatamente. 

La creazione del Parlamento è rinviata di tre mesi e dovrebbe essere interamente controllata da civili ma sui poteri esecutivi rimangono molti dubbi con il rischio di creare un’istituzione debole e succube del Consiglio Sovrano. La direz«ione rivoluzionaria si garantirà il 67% dei membri parlamentari e alle altre forze di opposizione che non hanno partecipato alla movimento popolare verrà assegnata una rappresentanza parlamentare del 33%. Nessun parlamentare sarà eletto dalla popolazione ma designato dai rispettivi partiti politici e rimarrà in carica fino la momento delle elezioni. Nonostante le dichiarazioni convergenti sulla necessità di istituire una commissione di indagine indipendente, la sua composizione, la data di istituzione e il mandato non verranno specificati nell’accordo di lunedì rimanendo di competenza del Consiglio Sovrano. 

Le reazioni delle parti sono state caute e di certo non entusiaste. «Speriamo che questo accordo segni una nuova era per il Sudan» afferma Omar al-Dagairun rappresentante dell’Alleanza. Questo accordo sarà comprensivo e non escluderà nessuno» fa eco il Generale Hemetti. La Sudanese Professionists Association (SPA) e il Sudanese Communist Party (principali forze dell’Alleanza) hanno evitato ogni commento e dichiarazione. Ad attenta analisi l’accordo sembra favorire la giunta militare. Il Generale Hemetti farà parte del governo di Transizione. Probabilmente controllerà i primi 21 mesi del Consiglio Sovrano. Le milizie arabe Janjaweed Rapid Support Forces, responsabili dei crimini compiuti in questi ultime settimane per reprimere la rivoluzione, non verranno sciolte come unità regolare delle forze della difesa sudanese. Nessun accenno agli accordi di pace con i gruppi armati di liberazione tra i quali SPLM-Nord e JEM. 

Se questo accordo favorisce la giunta militare allora perché è stato accettato dalla direzione del movimento popolare? Secondo alcuni esperti SPA e partito comunista hanno ricevuto forti pressioni dall’Unione Africana, dall’Europa e dagli Stati Uniti per accettare questo accordo con la promessa che, progressivamente, nel futuro verranno esaudite le loro istanze. La comunità internazionale si impegnerà a vigilare sul corretto e trasparente processo di transizione alla democrazia. I dirigenti della SPA e del partito comunista sono consapevoli che detengono il supporto popolare incondizionato ma sono altrettanto consapevoli dei rischi che andavano incontro se lo stallo delle trattative fosse durato altre settimane. 

É proprio su questo stallo che la giunta militare si è mossa, rafforzando il suo apparato repressivo e l’alleanza con le forze dell’Islam radicale, iniziando a dividere l’opposizione politica e il movimento armato pre-esistente alla rivoluzione. I dirigenti del movimento rivoluzionario hanno compreso che sarebbero bastate altre due o tre settimane di stallo e il TMC avrebbe acquisito una posizione di forza tale da vincere uno scontro armato, cercato fin dai primi giorni delle violenze iniziate lo scorso 3 giugno. Uno scontro armato che non poteva essere affrontato dalla direzione rivoluzionaria con ragionevoli percentuali di successo a causa del progressivo logoramento interno e della mancata presa del potere che doveva essere attuata lo scorso giugno. Affrontare ora lo scontro sarebbe stato solo un inutile sacrificio della popolazione. 

Una significativa percentuale dei manifestanti ha compreso queste problematiche e questi rischi. Pur celebrando gli accordi raggiunti (da ufficializzare lunedì prossimo) molti manifestanti esprimono il loro rammarico per la posizione di vantaggio politico offerta ai militari, per la possibilità che Hemetti diventi il personaggio principale dei periodo di transizione, per l’assenza di chiarezza sulla commissione di inchiesta indipendente e per il mancato scioglimento delle unità RSF, considerate a ragione milizie private sotto controllo di Hemetti. «Questa è la realtà. Le RSF controllano ancora il Sudan. Se vogliamo fare un accordo e ottenere un governo laico composto da civili dobbiamo considerarle come interlocutori ufficiali nonostante i crimini commessi. L’alternativa sarebbe la guerra civile» dichiara un leader della protesta ad Al Jazeera sotto protezione di anonimato. 

In ultima analisi possiamo affermare che questo accordo sia la vittoria discreta della controrivoluzione del Triunvirato Hemetti-Gosh-Al-Burhan che ha potuto contare sull’appoggio delle monarchie arabe e sulla consueta capitolazione dell’Unione Africana e della comunità internazionale dinnanzi alla minaccia di guerra civile in Sudan che si voleva evitare a tutti i costi visto la situazione regionale impregnata dai conflitti in Libia e Sud Sudan.  

UA e comunità internazionale hanno consigliato alla dirigenza rivoluzionaria di accettare questo accordo soprattutto dopo il fallito golpe in Etiopia che ha aggiunto maggiori elementi di preoccupazione. Nessuno vuole gestire una situazione regionale dove 4 paesi (Libia, Sudan, Sud Sudan, Etiopia) di strategica importanza nel Nord Africa e Corno d’Africa siano in preda a conflitti bellici. Basta solo guardare la cartina geografica per comprendere il rischio. La direzione rivoluzionaria, a causa delle sue indecisioni e dei suoi errori, ora deve firmare un accordo presa per stanchezza ed impotenza

La composizione della direzione del movimento rivoluzionario era prevalentemente borghese. Seppur dotata di ottime proposte politiche ed economiche e del supporto popolare, era deficitaria di una teoria rivoluzionaria articolata capace di sconfiggere la controrivoluzione. Gli attuali accordi offrono le condizioni ideali alla giunta militare per completare la controrivoluzione durante il periodo di transizione con l’appoggio politico e i soldi di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il tutto con una incontestabile legalità internazionale. Come fece notare Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin: «La vittoria appartiene solo a coloro che hanno fede nel popolo, quelli che sono immersi nella primavera della creatività popolare». L’errore della SPA e del Partito Comunista risiede proprio nella carenza di questa fede che li ha frenati nel completare la rivoluzione pur partendo da un punto di forza oggettivo. La storia insegna che quando un movimento rivoluzionario entra in trattative con il vecchio regime e non attua la presa della Bastiglia, ne esce sconfitto. É quello che è successo in Sudan.

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