martedì, Giugno 25

Sudan: al-Bashir destituito; la rivoluzione borghese si è compiuta Ecco il racconto di questi lunghi mesi di rivolta prima e rivoluzione dopo che hanno condotto all’uscita di scena del rais

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Il Presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato destituito dal suo Esercito.

All’alba, dopo la quinta notte -al culmine di mesi di manifestazioni- che migliaia di manifestanti si erano accampati davanti al quartier generale dell’Esercito, chiedendo le dimissioni del Presidente al-Bashir, dopo che la Polizia ha ordinato alle sue forze di non intervenire, la rivoluzione sudanese si è trasformata in colpo di Stato, e il regno trentennale di al-Bashir è finito.

Durante le manifestazioni nel fine settimana,7 persone erano state uccise, 15 civili feriti, e 2.496 erano state arrestate.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres aveva lanciato un appello a tutti coloro che erano coinvolti nelle proteste in Sudan a esercitare moderazione, evitare la violenza e aveva invitato il Governo sudanese a promuovere un dialogo inclusivo -dialogo che ovviamente l’opposizione non avrebbe mai accettato.

Oggi, la rivoluzione borghese si è conclusa.
Nella notte si sarebbe tenuta una riunione di emergenza dello Stato Maggiore delle Forze Armate sudanesi a Khartoum senza al-Bashir, nel corso della quale si sarebbe deciso -le informazioni sono al momento ancora frammentarie e da verificare- di estromettere il Presidente Omar Bashir e licenziare i ministri del Governo. Un consiglio militare, secondo fonti libanesi, dovrebbe governare il Paese durante il periodo di transizione, fase che potrebbe durare fino a a un anno.

Alti esponenti del Governo sudanese sarebbero stati arrestati, mentre l’aeroporto sarebbe stato chiuso. A riferirlo, su Twitter, parlando di ‘arresti in massa’ tra gli alti esponenti dell’Esecutivo – è una giornalista sudanese, citata dalla ‘Bbc’.
Secondo ‘Arab News’, ufficiali sudanesi e altri come l’ex vice Presidente di Bashir, Ali Osman Taha, e il capo del Partito del Congresso Nazionale, Ahmed Haroun, sarebbero stati arrestati, così come le guardie personali di Bashir.

Secondo ‘al Hadath’, rilanciato dalle agenzie italiane, al-Bashir avrebbe rassegnato le dimissioni dall’incarico, un summit sarebbe in corso, a Khartoum, tra vertici dell’Esercito e delle agenzie di sicurezza, per decidere chi sarà a capo di un nuovo organismo di transizione, l’Alto Consiglio delle Forze Armate. La scelta potrebbe cadere sul capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Kamal Abdel-Marouf.
L’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), che ha guidato le proteste, ha affermato che accetterà solo il passaggio di potere a un Governo di transizione civile.

 

Torniamo agli inizi.
L’alba di tutto risale al gennaio 2018. L’aumento del prezzo della farina, insieme quello di energia elettrica e carburante, diede la stura alle proteste che si capì subito che per la prima volta mettevano a rischio il regime di al-Bashir, regime sdoganato da USA e UE, Italia in testa. Fu quella che venne definita la rivolta del pane.

Sedate le rivolte, il 9 agosto 2018, il Consiglio Islamico della Shura (Parlamento sudanese) vota all’unanimità un emendamento alla Costituzione (che prevede per il Presidente due soli mandati di 5 anni l’uno) per permettere al Presidente Omar Al-Bashir di presentarsi come candidato del National Congress Party (NCP) alle elezioni previste nel 2020.

A dicembre 2018 la rivolta del pane -sedata per mesi, ma mai davvero annientata- torna scoppiare, il Sudan è in fiamme. Le proteste, iniziate nelle città di El Gedaref, Berber e Atbara, si sono immediatamente diffuse nella capitale e in tutto il Paese. Sono guidate dagli studenti universitari che stanno mettendo in seria difficoltà l’apparato repressivo e il regime del Generale Omar Al Bashir.

Nei primi giorni di gennaio 2019, la rivolta popolare si è trasformata in un movimento politico nazionale contro il Presidente, #SudanRevolt, l’opposizione è unita e già allora reparti di Esercito e Polizia erano schierati dalla parte dei manifestanti.

A metà gennaio 2019 i Governi occidentali iniziano a occuparsi di questa rivolta trasformata in rivoluzione, si accorgono che è qualcosa di più di una crisi, e la situazione preoccupa le cancellerie, in particolare di Italia, Francia, Stati Uniti. Perdere al-Bashir è un problema non secondario per quei Paesi che sul Sudan hanno investito per bloccare i migranti e non solo.

A fine gennaio 2019, Usa e Ue, in particolare le diplomazie di Francia e Italia, che negli ultimi 6 anni hanno supportato il regime di al-Bashir, si fanno prudenti e tacciono, sperando in un ritorno alla calma, ma la rivolta è diventata rivoluzione.

Febbraio 2019: il Governo di al-Bashir inizia pensare di abbandonare il rais. L’alleanza dei partiti di Governo chiede ad al-Bashir di non candidarsi alle elezioni del Sudan del 2020. Il regime vacilla.

A marzo 2019 emerge sullo scenario sudanese un complotto arabo-israeliano per sostituire al-Bashir con il ‘boia di Khartoum’, Salah Gosh, il quale avrebbe incontrato il Direttore del MOSSAD con la mediazione congiunta di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi; concordi a mollare al-Bashir anche USA e Francia, mentre della posizione italiana non si sa nulla.

Intanto, sempre a inizio marzo 2019, il regime cerca di trattare: il partito di al-Bashir avrebbe contattando l’opposizione per assicurarsi una via d’uscita in cambio delle dimissioni del Presidente; alcune forze sarebbero disponibili all’accordo, gradito all’Occidente.

Dopo la prima decade di marzo, le proteste si organizzano e si allargano a tutto il Paese. La Sudan Professionist Association ha organizzato e sta gestendo la primavera sudanese, da lunedì 11 marzo ha dato il via a una serie di giornate di disobbedienza civile, in obiettivo vi è la spallata definitiva al regime di al-Bashir. E’ la rivoluzione borghese degli imprenditori e professionisti.

A inizio aprile 2019 prove di unità dell’opposizione: le forze di opposizione laiche sembrano intenzionate unirsi alle forze islamiche per coordinare la rivoluzione e abbattere il regime di Omar al-Bashir.
Negli stessi giorni, il regime verifica la lealtà dell’Esercito per reprimere in modo violento e definitivo la rivoluzione, Esercito che inizia disobbedire agli ordini di al-Bashir. E’ chiaro oramai che si va allo scontro finale.

E lo scontro finale è arrivato nella notte tra il 10 e l’11 aprile.
Con il passare delle ore appare chiaro, però, un dato: l’
Esercito ha abbandonato il rais, ma non è per niente certo che sia passato dalla parte della rivoluzione, anzi, potrebbe aver solo tentato di salvare il regime, insomma, cambiare tutto perché nulla cambi.

L’Indro’ ha raccontato questi mesi in una serie di servizi condotti dai nostri corrispondenti in Africa, qui di seguito ecco tutto quanto è accaduto in Sudan e come si è arrivati all’uscita di scena del rais.

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