mercoledì, Agosto 5

Sudafrica: politica estera cercasi, velocemente Dal 1° gennaio 2019 e per due anni il Sudafrica siederà nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma l’Amministrazione di Cyril Ramaphosa non ha ancora chiarito quale sarà la sua politica estera

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Il 1° gennaio 2019 il Sudafrica siederà, per due anni, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU -secondo la votazione dell’Assemblea Generale dell’8 giugno scorso- insieme a Germania, Belgio, Repubblica Dominicana e Indonesia. La politica estera del Sudafrica sarà, così, sempre più messa alla prova e messa in discussione. L’interrogativo degli osservatori è: quale linea esprimerà il Paese in questa sede? Il nuovo Presidente Cyril Ramaphosa, salito al potere dopo la defenestrazione  del discusso Jacob Zuma, quale politica vorrà portare avanti? e riuscirà a ricostruire una politica estera capace di imporre il Sudafrica sullo scenario globale?

I dieci anni di politica estera di Zuma, definiti dal think tank Institute for Security Studies (ISS) di ‘natura selvaggia’, hanno indebolito la posizione del Sudafrica in Africa e nel mondo, ora il Sudafrica sta cercando di rimodellare la sua impronta globale e africana. Il Ministro dell’Istruzione, Naledi Pandor,  ha riassunto l’essenza della politica estera dell’Amministrazione Ramaphosa affermando che «l‘Africa è al centro della politica di cooperazione internazionale del Sudafrica», «il nostro impegno è di approfondire l’integrazione e la cooperazione attraverso un aumento degli scambi, con mercati condivisi e lo sviluppo di istituzioni forti», sottolineando la necessità di tornare a una politica estera che privilegi i diritti umani puntando sulla  governance delle istituzioni internazionali. Il che significherebbe un ritorno alla politica estera di  Nelson Mandela, abbandonata completamente da Zuma, molto scarso in fatto di capacità di sguardo strategico a lungo termine e per nulla interessato a fare del Paese il traino per l’edificazione dell’Africa del domani.
La politica estera di Zuma è stata definita come quasi inesistente, si è limitato a curare la partecipazione del Paese ai  BRICS (l’alleanza dei Paesi emergenti che con Sudafrica raggruppa Brasile, Russia, India, Cina). Invece di fungere da ponte tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, caratteristica della politica estera di Mandela- il Sudafrica sotto Zuma si è allineato con la Cina e la Russia, anche in contrasto con gli interessi di importanti partner commerciali tradizionali, tra cui l’Unione europea (UE),  sottolinea ISS. Una politica estera, quella di Zuma, spesso in contrapposizione ai valori sanciti nella Costituzione in materia di diritti umani, democrazia, ordine globale basato su regole. Il multilateralismo di Zuma, secondo alcuni osservatori, ha sminuito la sua capacità di influenza sullo scenario globale.

Il Sudafrica di Ramaphosa deve, ora, lavorare duro per ricostruire il rispetto e la fiducia globale, ma deve, sottolineano gli analisti ISS, prima, stabilire chi è e cosa rappresenta.

La prima uscita di Ramaphosa sul palcoscenico della politica internazionale,  la scorsa settimana, in occasione dell’Assembela Generale ONU, secondo gli analisti, è la conferma che la sua presidenza vorrà gestire la politica estera partendo dalla diplomazia economica, come anticipato, appunto, a febbraio, da Pandor, questo potrebbe essere l’approccio del Paese allo scenario globale. In questa ottica,  i potenziali partner globali privilegiati sarebbero i Paesi con i quali il Sudafrica ha consolidate relazioni commerciali. Questi, sulla carta, potrebbero essere i principali partner con i quali costruire una relazione in termini di politica estera, ovvero:  Stati Uniti, che in Africa stanno avendo difficoltà, la Cina, che si sta affermando sempre più pesantemente in Africa, poi Giappone, Germania,  Francia, Regno Unito, che con Brexit sta cercando di rilanciare le relazioni con molti Paesi del continente, Russia e India. Il mondo, però, sta cambiando rapidamente, e, secondo gli analisti ISS, è essenziale che il Sudafrica di Ramaphosa nel determinare la politica estera che vorrà mettere in campo nei prossimi anni tenga conto delle previsioni di spostamento del potere nel mondo, una dettagliata analisi dell’Istituto mostra le traiettorie future.

Al Palazzo di Vetro Ramaphosa ha richiamato l’eredità di Nelson Mandela, e, forte di questa eredità, ha sottolineato la necessità di approcci globali più efficaci per la pace, la sicurezza e lo sviluppo, ha provato a legittimare la politica estera del Sudafrica, ma soprattutto, partecipando ad una serie di eventi collaterali, ha proposto il Paese come destinazione promettente per gli investimenti. All’inizio della sua presidenza aveva dichiarato di voler attrarre investimenti esteri per 100 miliardi di dollari in cinque anni. Per Ramaphosa, insomma, la pace e la sicurezza in Africa sono strettamente dipendenti dallo sviluppo economico.

Ramaphosa, però, a New York non delineato gli obiettivi del Sudafrica nel condurre il suo mandato al Consiglio di Sicurezza, fatto, definito dagli analisti ISS ‘sorprendente’.  Considerato che la politica estera sudafricana negli anni è diventata sempre meno visibile e coerente, la comunità internazionale è desiderosa di capire cosa il Sudafrica ha da offrire e come gestirà le grandi aspettative, deve chiarire le sue posizioni e il relativo approccio ai grandi problemi sul tappeto, anche in considerazione del fatto che il Consiglio di Sicurezza sono molto spaccati, in particolare sono divisi i membri permanenti, il che è alla base delle paralisi che in questi anni si sono registrate sui dossier più scottanti, dalla Siria allo Yemen all’Ucraina, fino al Burundi.

Ramaphosa ha auspicato che l’ONU diventi sempre più uno strumento efficace per la mediazione, il mantenimento della pace e la risoluzione post-conflitto, aree sulle quali Sudafrica ha grande esperienza da mettere a disposizione della comunità internazionale. Altresì il Paese è già tra i più impegnati sul terreno nella costruzione della sicurezza. Migliaia di truppe sudafricane sono state dispiegate nelle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, incluso un importante contingente nella missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, nella missione MONUSCO, missione da tempo nell’occhio del ciclone e sulla quale alcune grandi potenze sono al lavoro per il suo depotenziamento. Proprio su MONUSCO il Sudafrica è chiamato avere una posizione ben definita, e il suo ruolo per il futuro della missione potrebbe essere molto importante.

Se il Sudafrica non definisce chiaramente la sua politica estera, è evidente che non potrà definire il suo posizionamento in relazione agli altri membri del Consiglio di Sicurezza, e, dunque, in relazione ai dossier sul tavolo. Se il Paese vuole recuperare visibilità e forza a livello globale e in particolare nel Consiglio di sicurezza, servono quelli che gli addetti ai lavori definiscono come ‘i dettagli su come intende agire’.

Il fatto che Pretoria punti sulla diplomazia economica, potrebbe significare il bilanciamento degli interessi in competizione tra i partner tradizionali in Occidente e i partner BRICS nel Consiglio. Per fare ciò, sostengono gli analisti, Pretoria dovrà evitare scelte ideologiche, in particolare per quanto riguarda le questioni non africane. Questo, per altro, richiede a Pretoria di poter contare su diplomatici qualificati ma anche esperti, buoni conoscitori delle dinamiche del Palazzo di Vetro.

Il Sudafrica è alla ricerca di una politica estera, arranca, ma il tempo sembra scaduto, a meno che in Consiglio di Sicurezza voglia ridursi a comparsa.

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