domenica, Novembre 17

Sud Sudan: una folla di disoccupati attacca gli uffici di UNHCR Saccheggi e incendi motivati dal fatto che le strutture ONU non assumono i giovani locali disoccupati

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Lunedì 23 luglio una folla di disoccupati ha attaccato gli uffici dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) della base ONU a Buny, nella contea di Maban,  Stato del Upper Nile. Il servizio di sicurezza non è riuscito a impedire che i dimostranti entrassero nella base. Una volta rotti i cordoni di sicurezza, la folla ha incendiato vari veicoli, saccheggiato gli uffici, danneggiandoli gravemente. Alcuni sono stati incendiati. La base ubicata ai confini tra gli Stati di Upper Nile e Blue Nile, funge da supporto logistico per gli aiuti umanitari a circa 170.000 sfollati dove prevale il personale civile della Agenzie ONU e scarsa è la presenza dei caschi blu.

La causa di queste violenze è la frustrazione di migliaia di giovani sud sudanesi nel constatare l’impossibilità di trovare un lavoro, anche il più umile, presso la base di Buny, che rappresenta l’unica possibilità di impiego in tutta il distretto. Tutto il personale nazionale proviene da altri Stati, in particolare dallo Stato della Equatoria nel sud del Paese. Alcuni lavoratori umanitari sud sudanesi hanno affermato, dietro garanzia di anonimato, che il problema si stava trascinando da settimane. Dinnanzi alla constatazione che i dirigenti della Agenzie ONU non intendevano ascoltare le ragioni dei giovani disoccupati, essi hanno deciso di distruggere la base.

Ogni possibilità di ripresa economica e ricostruzione del tessuto sociale sembrano annullate nel Paese ricco di petrolio e con un potenziale agricolo inestimabile ma mai sfruttato,  la perenne situazione di conflitto. La disoccupazione in Sud Sudan sfiora il 94%.

Con l’occupazione e la distruzione dei pozzi petroliferi, molti giovani hanno perso il posto di lavoro presso le compagnie cinesi. Nei vari centri urbani molti negozi hanno chiuso causa l’insicurezza, lasciando a casa i dipendenti. Anche il lavoro informale non offre più gran possibilità, in quanto non circolano più soldi. Solo nella capitale, Juba, la situazione è leggermente migliore e la disoccupazione si attesta al 86%. Una delle rare possibilità di lavoro è offerta dalle ONG internazionali e dalle Agenzie umanitarie ONU. Una generazione intera di giovani non ha futuro nel Paese. Le scelte per sopravvivere sono limitate: arruolarsi nelle milizie, diventare prostitute o rifugiati nei Paesi vicini.

Gilesto Moses, ufficiale delle comunicazioni della ONG norvegese Norvegian Refugees Council, a Juba, ha confermato ai media regionali che i responsabili della base ONU a Buny non sono riusciti a gestire la protesta e la situazione è precipitata. Secondo alcune fonti, le mancate assunzioni di personale del luogo sarebbero dovute dalla scarsa scolarizzazione, che impedirebbe di trovare personale qualificato, costringendo le agenzie umanitarie ad assumere personale proveniente dalla capitale o da Stati dove il sistema scolastico ha retto in un qualche modo, tra essi quello della Equatoria. Come succedeva durante la guerra contro Khartoum, le varie milizie contrapposte bruciano scuole e ospedali considerati proprietà del Governo nemico di Juba. Nella maggioranza degli Stati che compongono il Sud Sudan le infrastrutture educative e sanitarie sono inagibili, mentre gli insegnanti e il personale medico hanno abbandonato i posti di lavoro per emigrare nei Paesi vicini, in cerca di miglior opportunità o per divenire loro stessi degli sfollati interni o rifugiati in Uganda, Etiopia e Kenya.

Anche se nello Stato del Upper Nile è difficile trovare mano d’opera specializzata, non si capisce perché, sottolineano le fonti locali, non si possano offrire lavori umili ai giovani del posto: autisti, guardiani, cuochi, addetti alle pulizie, assistenti logistici, aiuto magazzinieri, inservienti. Dalle informazioni raccolte, nessun tentativo di assumere e formare personale in loco è stato fatto dalle agenzie ONU, che hanno preferito assumere personale proveniente dall’Equatoria, pagando sostanziose indennità di trasferta oltre che lo stipendio. Vi sarebbe anche il sospetto di assunzioni tribali compiute dai quadri sud sudanesi di queste agenzie umanitarie, che avrebbero aggravato la situazione e la frustrazione dei giovani disoccupati di Maban. Diverso l’atteggiamento delle ONG internazionali che operano nello Stato. Pur constatando la difficoltà di trovare personale qualificato sul posto, aprono le assunzioni ai giovani del posto prevedendo un periodo di formazione per migliorare la conoscenza della lingua inglese e le capacità professionali.

Adnan Khan, Coordinatore dell’intervento Umanitario delle Nazioni Unite per il Sud Sudan, e Vincent Kwesi Parker, vice rappresentante UNHCR Sud Sudan, hanno condannato l’attacco agli uffici della agenzia umanitaria a Buny, definendoli un atto di estrema e insensata violenza, e richiedendo alle autorità giudiziarie un rapido intervento contro i saccheggiatori ed eventuali istigatori delle violenze.«Gli operatori umanitari, da qualunque parte del Paese provengano, si stanno sacrificando per aiutare la popolazione in difficoltà. Devono essere liberi di lavorare in ogni parte del Paese nel pieno rispetto delle leggi locali», ha dichiarato Adnan Khan.

I media regionali hanno tentato invano di contattare i dirigenti delle Agenzie umanitarie ONU e della Missione di Pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan dei caschi blu (UNMISS) per chiedere conferma circa le assunzioni a Buny, in particolare se avvengano su base etnica e clanica, e per chiedere come mai i giovani del luogo non possano essere assunti anche per mansioni umili. I dirigenti ONU hanno rifiutato ogni intervista, e i loro servizi di pubbliche relazioni evitato ogni commento sulle cause dell’incidente. «I vertici delle Agenzie umanitarie ONU in Sud Sudan non hanno voluto ammettere che la loro politica di assunzioni, spesso controllata da mafie interne create dal loro personale sud sudanese, è di chiara natura tribale e clientelistica. Questo ha provocato la rabbia dei giovani di Buny. Invece di ammettere e risolvere questa grave problematica in una regione dove 1 solo giovane su 10 ha un lavoro, spesso precario, nei loro comunicati ufficiali colpevolizzano questi giovani appellandosi alle autorità affinché arrestino i colpevoli. Tutto questo è indegno per chi pretende di salvare il prossimo nascondendo che le disgrazie del popolo sud sudanese permettono a questi individui di percepire al mese stipendi stratosferici e di fare la bella vita», commenta un operatore umanitario sud sudanese originario della zona impiegato presso una ONG internazionale.

Come succede nella Repubblica Democratica del Congo con la MONUSCO, anche in Sud Sudan la UNMISS non è vista bene dalla popolazione. Accuse di sprecare i fondi destinati all’emergenza umanitaria, di assumere su basi claniche ed etniche, di favorire il mercato della prostituzione, di fare sesso a pagamento con le donne rifugiate, e di essere la prima causa dell’aumento dei prezzi dei beni di primo consumo e degli affitti, sono all’ordine del giorno.

L’ostilità della popolazione verso la UNMISS sembra motivata e le accuse veritiere. Oltre a questa situazione, la UNMISS fin dall’inizio della guerra civile non ha rispettato il mandato di imparzialità, favorendo palesemente l’opposizione armata del SPLA-IO, il partito guidato da Rieck Machar. Nel 2014 l’Esercito ugandese (all’epoca operativo in Sud Sudan al fianco del Governo di Juba) intercettò un carico di armi nascosto in un convoglio umanitario e destinato ai ribelli. Nel luglio 2016, durante la sanguinosa battaglia di Juba (che pose fine alla possibilità di pace sancita dagli accordi del 2015), i caschi blu della UNMISS si macchiarono di crimini contro l’umanità non difendendo i civili in pericolo (nemmeno gli operatori umanitari stranieri) e sparando sulla folla che tentava di mettersi in salvo entrando nella base ONU della capitale. In compenso i caschi blu della UNMISS, in stretta collaborazione con i loro commilitoni della MONUSCO, organizzarono la fuga di Rieck Machar, ferito durante gli scontri della battaglia. Il leader dell’opposizione armata (uno tra i principali responsabili della guerra civile e delle pulizie etniche in Sud Sudan) fu trasportato nel vicino Congo per essere poi trasferito presso un ospedale privato a Khartoum e successivamente in Sud Sudan. Nel luglio del 2017 le Nazioni Unite, per risolvere la crisi, proposero di assumere l’amministrazione su tutela del Paese. Proposta rifiutata dalle parti belligeranti e dalla maggioranza delle potenze occidentali e euroasiatiche.

Mentre il nuovo tentativo di processo di pace iniziato con gli accordi di Khartoum, rettificati ad Entebbe, Uganda, sembra arenarsi, causa l’incapacità delle contrapposte fazioni di trovare un compromesso, in quanto più interessate a condividere il potere e i proventi petroliferi che instaurare pace e democrazia nel Paese; UHCR, dopo aver trasformato questi giovani da vittime della loro politica di assunzione in criminali, ora sta cercando di risolvere la situazione.

Sono iniziate consultazioni a porte chiuse con la Commissione del Sud Sudan per i Rifugiati e le autorità civili e religiose locali nel tentativo di stabilizzare la situazione ed evitare nuove violenze. Forse il gesto disperato di queste migliaia di giovani disoccupati servirà ad aprire su quale possibilità di lavoro, unica soluzione possibile per calmare le acque, da quel che trapela anche dalle autorità locali.

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