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Sud Sudan tra negoziati e guerra etnica image

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Kigali – Venerdì 3 gennaio sono iniziati ad Addis Abeba, Etiopia, i colloqui tra le fazioni opposte del Presidente Salva Kiir e del leader della ribellione, Riek Machar.

I mediatori del Inter-governmental Autority on Development (IGAD – Autorità Inter-governativa per lo Sviluppo) per due giorni sono stati costretti ad incontrare separatamente le due delegazioni per non far fallire immediatamente i negoziati di pace. Il primo obiettivo é quello di dichiarare un cessate il fuoco in grado di interrompere la carneficina in atto nel Paese.

Le due delegazioni hanno iniziato ad incontrarsi faccia a faccia a partire da sabato 4 gennaio. Pur dichiarandosi favorevoli ad un cessate il fuoco, i ribelli domandano il rilascio delle autorità politiche e militari arrestate durante il tentativo di colpo di Stato del 15 dicembre 2013. Questa richiesta sembra essere stata categoricamente rifiutata dalla delegazione governativa.

Un’altra richiesta rivolta al Governo é quella di ritirare l’accusa di colpo di Stato. Una richiesta che sembra insolita ma supportata dai fatti. Lo scoppio della guerra civile é stato causato da una provocazione del Presidente Salva Kiir attuata il 15 dicembre 2013 durante un colloquio con l’ex Vice Presidente, come documenta una testimonianza all’interno del partito SPLM.

La delegazione ribelle é guidata da Grang Demebiar, il figlio del leader storico del SPLM, John Garang. La presenza ai negoziati di Demebiar é vitale per la ribellione per sottolineare che non si tratta di un problema etnico tra Dinka (la tribù di Salva Kiir) e i Nuer (quella di Riek Machar), ma di un problema strettamente politico legato al nepotismo e al regime dittatoriale instaurati dal Presidente Sud Sudanese.  Grang Demebiar, come sua madre Rebecca Garang appartengono al più influente clan dei Dinka, quello del padre fondatore della Nazione, John Garang.

L’immagine di una ribellione multietnica sembra contrastare con la realtà sul terreno. Dal tentativo di colpo di Stato del 15 dicembre scorso, nel Paese sono in atto delle vere e proprie pulizie etniche tra la due contrapposte tribù. Centinaia di Nuer sono stati massacrati nella capitale, Juba, ritornata sotto il controllo delle forze governative. Altrettante centinaia di Dinka sono stati trucidati negli Stati del Upper Nile e Jongley. Sia il Presidente,  Salva Kiir, che il leader della ribellione, Machar, sembrano non controllare più i loro eserciti impegnati in una guerra all’ultimo sangue che tende verso l’annientamento totale della tribù rivale.

Le violenze sulla popolazione e gli intensi combattimenti stanno creando una catastrofica crisi umanitaria. Il 2 gennaio Toby Lanzer, responsabile dell’Ufficio Umanitario delle Nazioni Unite, ha dichiarato a ‘Voice of America‘ che 200.000 persone sono state costrette a fuggire le loro abitazioni cercando rifugio presso i campi delle Nazioni Unite. Se le violenze continuano, il numero sarà destinato a raddoppiare.

Sul terreno il conflitto inzialmente estesosi in cinque dei dieci Stati che compongono la più giovane nazione africana, ora si concentra nel Upper Nile, Unity e Jongley States. Le truppe ribelli hanno il controllo dei pozzi petroliferi situati nel Unity State privando il Governo di Juba di una importante fonte di finanziamento. I pozzi sotto controllo ribelle rappresentano il 80% della produzione del greggio sud sudanese.

L’esercito regolare rimasto fedele al Presidente Salva Kiir in queste ultimi dieci giorni ha lanciato una serie di offensive presso le città di Malakal, Bentiu, Pariang e Bor, riuscendo provvisoriamente a riconquistarle. Ora stiamo assistendo ad una serie di offensive e contro offensive effettuate dalle due parti belligeranti. Le contese città sono perdute e riconquistate ogni giorno trasformando i centri urbani in veri e propri mattatoi.”, ci spiega un docente  di scienze politiche dell’Università di Makerere raggiunto telefonicamente che ci ha richiesto l’anonimato.

Nonostante i colloqui di pace in corso, Riek Machar sta adottando una politica di vittoria totale, considerandosi il naturale leader della giovane Repubblica. Machar possiede la statura, la preparazione e le risorse finanziarie necessarie per reclamare il posto di Presidente ma é stato ostacolato da Salva Kiir, che nel luglio 2013 ha effettuato un colpo di Stato istituzionale dimettendolo da Vice Presidente. All’epoca ci si aspettava lo scoppio della guerra civile che non é avvenuto grazie alle considerazioni strategico politiche di Riek Machar che ha preferito rimanere all’interno del dibattito democratico attendendo le elezioni Presidenziali previste per il 2015. Il Presidente Salva Kiir, nei quattro mesi che hanno preceduto l’attuale crisi, ha usato ogni mezzo possibile per azzerare le possibilità del suo rivale a presentarsi come candidato nel 2015, costringendolo al conflitto aperto.

La ragione di questo folle tattica politica é semplice. Salva Kiir ha perso l’appoggio della maggioranza della popolazione e di importanti clan all’interno dell’etnia Dinka a causa del suo potere dittatoriale. Il Presidente ha impedito l’adozione della Costituzione multietnica e federale e si é attorniato degli elementi più corrotti e brutali del suo clan mettendoli ai vertici del Governo e dell’Esercito. Chiunque sia stato a Juba nell’ultimo anno può testimoniare il clima di terrore e brutalità instauratosi anche contro gli stranieri.

L’iniziale appoggio di Uganda, Stati Uniti e Nazioni Unite al Riek Machar é stato seriamente compromesso da errori tattici dello stesso Machar che si é fatto trascinare dalla follia di odio etnico e dalla bramosia di ottenere a tutti i costi il potere. Occupando i pozzi petroliferi nel Unity State Machar ha mantenuto la produzione di greggio nonostante l’evacuazione dei tecnici espatriati delle multinazionali cinesi. Il greggio é regolarmente estratto e venduto in parte al Sudan e in parte a Paesi terzi non ancora identificati facendolo transitare attraverso l’oleodotto che dal sud lo conduce a Port Sudan.

La vendita del greggio al Sudan e i precedenti legami con il Presidente Omar El-Bachir ha permesso a Riek Machar di ricreare l’alleanza con Khartoum che, secondo fonti ugandesi, starebbe fornendo armi, munizioni e carburante alle forze ribelli.

Pur dichiarandosi estraneo alla ritorno della infame milizia Nuer, White Army (Esercito Bianco), Machar sta utilizzando i 25.000 giovani che la compongono come un potente esercito di rinforzo alle truppe ribelli che sta mettendo in serie difficoltà l’Esercito regolare. La White Army era stata creata dallo stesso Machar durante l’ultima fase della guerra civile, negli anni Novanta, quando, alleandosi con Khartoum, aveva creato un propria ribellione (SSIM/A South Sudan Indipendent Mouvement/Army) contrapposta a quella del SPLM, guidata da John Garang. La White Army é stata riattivata nel 2011 da Riek Machar e da Salva Kiir nello Stato di Jongley per combattere il Generale ribelle David Yau Yau. Dal 2011 al 2012 la terribile milizia ha compiuto inaudite pulizie etniche contro l’etnia di cui il Generale Yau Yau é originario, i Murle accusati di appoggiare la ribellione. La White Army ha anche collaborato nelle offensive governative del maggio 2013 sempre contro il Generale ribelle compiendo altre atroci pulizie etniche grazie alla complicità dell’esercito regolare e dei Cachi Blu dell’ONU come denunciato dalla Ong americana Human Whatch Rights.

Salva Kiir era stato abbandonato dalla Comunità Internazionale e dallo stesso Presidente Yoweri Museveni. Nei corridoi del potere di Kampala era considerato un walking dead (uno zombi) e l’intervento militare ugandese, teoricamente per prestare soccorso ai suo cittadini a Juba, era teso a costringere il Presidente Salva Kiir alle dimissioni. Entrando in Sud Sudan Museveni voleva imporre la Pax Ugandese a favore del Dr. Riek Machar. Ora lo scenario é totalmente cambiato a causa degli errori strategici e politici dello stesso Riek Machar”, ci spiega il Professore dell’Università di Makerere.

Il giornalista ugandese Dalton Kaweesa, esperto di questioni del Sud Sudan in un suo articolo pubblicato sul quotidiano ‘Red Pepper‘ il 24 dicembre scorso spiega attentamente il cambiamento strategico del Presidente Museveni. «Il Sud Sudan rappresenta un paese strategico per l’egemonia economica militare dell’Uganda. Quando i servizi segreti ugandesi sono venuti a conoscenza dell’alleanza tra Riek Machar e il Presidente Sudanese Omar El-Bachir si sono messi subito in allarme. Il Sudan rappresenta il nemico storico dell’Uganda. Ha finanziato il gruppo ribelle Lord Resistence Army guidato da Joseph Kony in risposta dell’aiuto militare di Kampala offerto al SPLM durante gli anni di guerra civile tra nord e sud Sudan. La guerra fredda tra le due potenze militari, Sudan e Uganda dura tutt’ora. Nel agosto 2013 sono stati scoperti alcuni ufficiali dei servizi segreti ugandesi pagati da Khartoum per fornire vitali informazioni militari. Inoltre, secondo le informazioni raccolte in collaborazione con la CIA l’ex capo dei servizi segreti ugandesi, il Generale David Sejusa avrebbe preso contatti con Khartoum per stabilire una base militare in Sudan da cui organizzarsi per lanciare un’offensiva militare per rovesciare il regime di Museveni. La presupposta alleanza con Bechir e l’intransigenza dimostrata da Machar hanno convinto il Presidente Museveni a prendere le difese di Salva Kiir».

Il cambiamento di strategia é stato confermato dalla dichiarazione ufficiale del Presidente Museveni fatta alla fine di Dicembre e rivolta alla ribellione sudanese. «Riek Machar e le forze ribelli devono immediatamente sedersi al tavolo dei negoziati altrimenti l’esercito ugandese sarà costretto ad intervenire nel conflitto per neutralizzare tali forze».

Nella realtà l’Esercito ugandese (UPDF) sta già intervenendo al fianco dei reparti dell’Esercito rimasti fedeli al Presidente Salva Kiir. Durante la prima offensiva dell’Esercito regolare sulla capitale dello Stato di Jongley, Bor, l’aviazione militare ugandese ha pesantemente bombardato le postazioni ribelli. L’accusa é stata fatta dallo stesso Riek Machar e confermata da fonti indipendenti provenienti da civili ugandesi che sono riusciti a raggiungere sani e salvi la loro patria.

La Guardia Presidenziale ugandese controlla di fatto la capitale del Sud Sudan. Nelle prime fasi della crisi la Guardia Presidenziale, con la scusa di proteggere il Presidente Salva Kiir, lo aveva di fatto preso in ostaggio confinandolo nel Palazzo Presidenziale dove ha subito forti pressioni per firmare le dimissioni. Ora la protezione ugandese al Presidente Sud Sudanese é diventata reale ed é stata presa direttamente sotto la responsabilità del Commando delle Forze Speciali, un esercito nell’Esercito guidato personalmente dal figlio di Museveni, il Brigadiere Generale Muhoozi Kainerugaba.

Sulla stessa lunghezza d’onda si sono posizionati Stati Uniti e Nazioni Unite che hanno affidato all’Uganda il difficile compito di risolvere la crisi Sud Sudanese. Entrambi hanno intimato a Riek Machar di sedersi al tavolo dei negoziati. L’ONU ha approvato il rafforzamento dei caschi blu in Sud Sudan, mentre il Pentagono avrebbe dato ordine ai cento marine di stanza alla base militare ugandese in territorio sud sudanese a Yambio di attivarsi nel conflitto coordinandosi con l’esercito ugandese ormai forte di quasi 4.000 uomini tra soldati dell’esercito, Guardia Presidenziale e Commando Forze Speciali.

Il 27 dicembre 2013 il Presidente Salva Kiir ha offerto un cessate il fuoco incondizionato totalmente ignorato dalle forze ribelli. Le attuali negoziazioni ad Addis Abeba hanno come primo obiettivo riproporre il cessate il fuoco ed obbligare i belligeranti a metterlo in pratica nel terreno. Il raggiungimento di questo obiettivo sembra incontrare forti difficoltà.

Johannes Musa, membro della delegazione ribelle in Etiopia, il 2 gennaio ha dichiarato ad ‘Al Jazeera‘ che esistono grossi problemi nell’applicazione del cessate il fuoco. «Non rifiutiamo la proposta ma le nostre forze non attueranno una cessazione unilaterale delle ostilità. Occorre che il Governo rispetti simultaneamente l’accordo monitorato da terzi».

Esperti militari americani e ugandesi nutrono il timore che Riek Machar non sia interessato a raggiungere una temporanea tregua per permettere ai negoziati di pace di progredire. Al contrario potrebbe utilizzare i colloqui in corso ad Addis Abeba per guadagnare tempo ed infliggere il colpo mortale alle forze governative.

L’originale piano di conquistare la maggioranza degli Stati e porre sotto assedio Juba é cambiato causa la resistenza dell’Esercito governativo di cui si sospetta l’appoggio di quello ugandese. Ora le forze ribelli puntano alla presa della capitale.

Da venerdì 3 gennaio si registrano vittorie militari della ribellione ed una difficoltà dell’Esercito regolare a resistere. Domenica 5 gennaio un alto Generale dello Stato Maggiore é stato ucciso dai ribelli a Bor. Per il momento il Governo non ha rivelato la sua identità. Il Brigadiere Generale Khor Chol, posto al comando delle forze ribelli, ha dichiarato che i soldati governativi si stanno progressivamente ritirando su Juba. «Attualmente stiamo inseguendo i soldati pro Salva Kiir. Non sono in grado di fermare la nostra avanzata. La caduta di Juba é questione di tempo», ha dichiarato il Generale.

Se le promesse della ribellione saranno mantenute, il Presidente Yoweri Museveni sarà sottoposto ad una drammatica scelta. Proteggere l’attuale Governo scontrandosi contro le forze di Riek Machar o lasciare che esse prendano il potere, riallacciando i rapporti con il leader ribelle.

Nel primo scenario il UPDF riuserebbe a resistere ai ribelli impedendo di entrare nella capitale grazie alla sua superiorità militare e alla supremazia aerea garantita dai supersonici caccia russi di ultima generazione. Si troverebbe però impantanato in una lunga guerra civile dagli esiti incerti. Un lusso che l’Uganda non si può permettere, visto che rimane ancora in sospeso la vitale questione del controllo sulla Repubblica Democratica del Congo.

Oltre agli interessi geo-strategici vi sono importanti interessi economici. Recentemente il Presidente Museveni é riuscito a convincere il Kenya a modificare il progetto originale per la realizzazione di un oleodotto per trasportare il greggio sud sudanese fino al porto di Lamu. Nel Novembre 2013 Juba, Nairobi e Kampala hanno preso in considerazione l’idea di deviare il oleodotto in Uganda facendolo arrivare al centro petrolifero di Hoima dove sarà costruita una raffineria regionale dalle capacità di 120.000 barili al giorno. Parte del greggio sud sudanese sarà raffinato assieme a quello ugandese ad Hoima e venduto sotto forma di carburante e derivati. Un’altra parte verrá canalizzato nell’oleodotto che dall’Uganda arriverà al città portuale keniota di Lamu. Alla raffineria di Hoima convergerà anche il greggio congolese del Lago Alberto secondo un accordo stipulato nel febbraio 2011 con il Presidente Joseph Kabila che di fatto ha rinunciato alla sovranità dei suoi giacimenti petroliferi in cambio di ricco compenso depositato su conti privati in Europa.

Uganda e Comunità Internazionale sembrano aver cambiato anche la strategia di uscita della crisi sud sudanese. Quella originaria prevedeva le dimissioni del Presidente Salva Kiir e la creazione di un Governo tecnico di transizione con il compito di indire elezioni presidenziali anticipate dove Riek Machar avrebbe avuto alte probabilità di riportare la vittoria. Ora si parla di un ‘power sharing’, un Governo di unità nazionale tra Salva Kiir e Riek Machar sullo stile di quello keniota sorto dopo le violenze post elettorali del 2007. La realizzazione di questa soluzione sembra difficile a causa dell’orientamento dichiaratamente etnico che ha preso la guerra civile in Sud Sudan. Non solo Kiir e Machar avranno difficoltà ad accettare la proposta. Vi sono alte probabilità che entrambe le etnie, Nuer e Dinka, rifiutino tale soluzione a causa dei reciproci massacri e della atavica cultura militare sud sudanese che non prevede compromessi ma il totale annientamento del nemico.

«La Repubblica del Sud Sudan riuscirà a sopravvivere? I prognostici non sono incoraggianti. Il futuro del Sud Sudan é appeso ad un filo», commenta il giornalista John Gachie in un suo articolo pubblicato sul settimanale ‘The East African‘ il 27 dicembre 2013.

La crisi del Sud Sudan rivela il pieno fallimento della strategia americana di balcanizzazione del Sudan, appoggiata dalle Nazioni Unite. Per attuare la separazione del sud dal nord si dovette compiere l’assassinio del leader storico John Garang nel giugno 2005. I mandatari furono Salva Kiir, Riek Machar e Yoweri Museveni. L’eliminazione fisica del leader storico era necessaria in quanto il suo progetto politico prevedeva la rimozione dal potere del dittatore Omar El-Bachir e la creazione di un Sudan democratico e unito su basi federali.

Giungono notizie che le forze ribelli nella notte di sabato 3 gennaio hanno attacato la capitale, Juba, come aveva promesso il Brigadiere Generale Khor Chol.
Violenti combattimenti sono in corso presso il Quartiere Generale dell’Esercito e il Palazzo Presidenziale. Entrambi i belligeranti non forniscono al momento alcuna notizia sull’andamento della battaglia, come non si hanno notizie se l’Esercito ugandese sia interevenuto al fianco del Presidente Salva Kiir per respingere le forze ribbelli.

Ieri, lunedì 6 gennaio, il Presidente Sudanese Omar El-Bechir é atterrato all’aereoporto internazionale di Juba, sotto il controllo dell’Esercito ugandese. Accolto dal Vice Presidene Jamese Wani Igga, il Presidente Sudanese ha chiarito alla stampa di essere in visita ufficiale per dare il suo contributo ad una risoluzione pacifica del conflitto in Sud Sudan.

 

 

 

 

 

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