lunedì, Maggio 27

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Kigali – La crisi nella giovane Repubblica del Sud Sudan, iniziata il 15 dicembre scorso, sta peggiorando causa lo stallo dei negoziati di pace ad Addis Abeba e l’escalation del conflitto sul terreno. I negoziati di pace sono attualmente ad un punto morto. La delegazione ribelle richiede la liberazione dei politici e militari arrestati il 16 dicembre dopo il presunto colpo di stato attuato da l’ex Vice Presidente Riek Machar. Richiede inoltre la fine dello stato di emergenza dichiarato nel Paese e il ritiro dell’esercito ugandese che sta combattendo al fianco delle truppe rimaste leali al Presidente Salva Kiir. Queste richieste sono la precondizione per firmare un cessate il fuoco.

La richiesta di liberazione dei prigionieri politici è appoggiata dalle Nazioni Unite e dai principali governi occidentali, mentre cala il silenzio sull’intervento armato di parte attuato dall’esercito ugandese UPDF praticamente  autorizzato da ONU e Stati Uniti. Il Vice Ministro sud sudanese degli Affari Ester Peter Baschir Gbandi ha dichiarato che il governo non intende accettare le richieste della ribellione come precondizione per una tregua. «Il Governo rimane determinato a creare un dialogo pacifico con la ribellione per creare una nuova pagina politica nel Sud Sudan. Purtroppo la tattica di avanzare richieste come precondizione ad un cessate il fuoco è inaccettabile», ha dichiarato martedì scorso ai media etiopi.

La dichiarazione del Ministro è stata rafforzata dal Presidente Salva Kiir che ha dichiarato alSudan Tribuneche il Governo non intende negoziare sul rilascio dei detenuti politici. I motivi di tale dichiarazione sono stati spiegati dal Portavoce della Presidenza Ateny Wek Ateny alla stampa regionale. «I ribelli sono divenuti dei burattini in mano a potenze occidentali. Ora pretendono di avanzare precondizioni che non rientrano nelle cause della loro rivolta. Il Governo non potrà mai accettare»Ventilando potenze occidentali in sostegno dei ribelli, il Governo di Juba dimostra un’insicurezza sul supporto internazionale alla sua causa. Il rappresentante della delegazione governativa, Nhial Deng Nhial, è stato richiamato a Juba per consultazioni con il Governo e il Presidente Kiir, bloccando di fatto i colloqui di pace.

Sul terreno si assiste ad un’escalation del conflitto con l’entrata ufficiale dell’UPDF ugandese nella guerra etnica in atto. Durante il Quinto Summit della Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi, (ICGLR) avvenuta mercoledì 15 gennaio presso il Talantona Conference Centre in Luanda, capitale dell’Angola, il Presidente ugandese Yoweri Museveni ha ufficialmente dichiarato che il UPDF è entrato nel conflitto in sostegno del Governo democraticamente eletto e del Presidente Salva Kiir. Una svolta radicale ai sospettati appoggi iniziali alla ribellione di Riek Machar.

Facendo propria la tesi del Presidente Sud sudanese del colpo di stato dello scorso 15 dicembre, Museveni ha duramente criticato Riek Machar. «A mio avviso Riek Machar ha organizzato il golpe, commettendo un grave errore. Al contrario poteva ritirarsi con le sue truppe in zone remote per evitare eventuali attacchi dell’esercito governativo e iniziare le trattative politiche per risolvere in tempi brevi il problema politico e non farlo degenerare in una guerra civile. É evidente che l’attuale crisi in Sud Sudan é una crisi interna al partito: SPLM e all’esercito: SPLA. Trasformare questa crisi politica in una crisi militare rimane inaccettabile», spiega il Presidente Museveni durante il Summit di Addis Abeba.

«Lunedì 13 gennaio i reparti del UPDF in collaborazione con l’esercito regolare sudanese SPLA hanno affrontato una battaglia strategica a 90 km da Juba, infliggendo pesanti perdite tra i ranghi della ribellione. Reparti del UPDF e SPLA hanno anche riconquistato la città di Jemeza e si stanno dirigendo verso la regione del Sudan Saafari», informa il Presidente ugandese, ammettendo per la prima volta perdite tra il suo esercito. Dinanzi alle accuse rivoltegli da alcuni media ugandesi di aver coinvolto il Paese in una difficile situazione nel Sud Sudan e di mettere a rischio le vite dei soldati ugandesi, il Presidente ha risposto alla rete televisiva Bukedde: «L’Uganda è in guerra per evitare un genocidio nella regione. Le perdite tra i nostri soldati sono moderate e inevitabili durante una guerra. É il rischio che si deve essere pronti a prendere poiché non ho mai visto un soldato morire durante una festa di matrimonio. Normalmente muore durante i combattimenti».

Il Governo di Juba ha anche rivendicato la riconquista della capitale del Unity State Bentiu e della strategica città petrolifera di Malakal nel Upper Nile State. Il leader della ribellione, il Dr. Riek Machar, ha smentito che le truppe governative abbiano ripreso il controllo di Malakal. Secondo la versione fornita dal Dr. Machar la ribellione ha respinto i soldati governativi e quelli ugandesi e sarebbe pronta a lanciare una controffensiva. «Salva Kiir e il suo alleato Museveni devono essere pronti a seppellire una montagna di loro soldati», ha minacciato il leader della ribellione.

La controffensiva sarebbe già in atto secondo fonti non ufficiali sud sudanesi. La ribellione avrebbe preso il controllo della Contea di Baliet, una delle contee nel Upper Nile States a maggioranza Dinka. Il bollettino di guerra diramato da Riek Machar trova conferma presso le Nazioni Unite. «La missione di pace in Sud Sudan, riporta che le forze anti governative sono ancora in controllo della città di Malakal», ha informato Farhan Haq, il portavoce del Segretario Generale durante un briefing presso il Consiglio di Sicurezza ONU a New York del gennaio.

A Bentiu, capitale del Unity State è in corso una feroce battaglia da quattro giorni dove le parti belligeranti riportano temporanee vittorie a fasi alterne. A Bor, capitale del Jongley State, l’offensiva degli eserciti sud sudanese e ugandese è stata fermata dalla ribellione che si prepara a lanciare una controffensiva. «Le truppe rimaste leali al Presidente illegittimo devono dimenticarsi di poter riconquistare gli Stati perduti. Al contrario si devono concentrare a difendere la capitale, ormai accerchiata dalle nostre forze», dichiara Riek Machar al quotidiano ‘Sudan Tribune’. L’agenzia per la protezione dei rifugiati UNHCR afferma che la situazione umanitaria è disastrosa. Gli sfollati interni nel Paese avrebbero superato i 350.000 mentre altri 50.000 si sarebbero rifugiati nei vicini paesi: Etiopia e Uganda. Secondo una testimonianza riportata ad ‘Al-Jazeera’ da un rappresentante delle Nazione Unite le città di Bentiu e Malalak sarebbero state letteralmente rase al suolo durante i combattimenti. Numerose atrocità sarebbero state compiute da entrambe le parti belligeranti.

La missione di pace ONU in Sud Sudan ha anche protestato contro il Governo di Juba che, secondo quanto affermato, impedirebbe ai caschi blu della libertà di movimento nelle zone di conflitto. Romeo Dallaire, l’ex Generale a capo della missione di pace ONU in Rwanda nel 1994 e autore del famoso “Fax del Genocidio”  ieri durante una riunione straordinaria delle Nazioni Unite a New York ha richiamato l’attenzione a non ripetere gli errori fatti in Rwanda quando l’ONU non intervenne per impedire il genocidio nonostante che avesse i mezzi militari per distruggere le milizie genocidarie. Una raccomandazione che sembra per ora inascoltata. Le Nazioni Unite, nonostante le dichiarazioni ufficiali di rafforzare il contingente di caschi blu in Sud Sudan per fermare le violenze etniche e proteggere la popolazione, sta inviando dei reparti di polizia totalmente inadeguati a fronteggiare le varie milizie contrapposte che stanno compiendo pulizie etniche ormai a scala industriale.

Come è possibile che la ribellione riesca a resistere e a porre un serio pericolo alla tenuta del regime di Salva Kiir, quando Uganda e Sudan si sono uniti contro Riek Machar, secondo le dichiarazioni di Khartoum? In realtà, le dichiarazioni in sostegno del Governo Sud sudanese, fatte dal Presidente Sudanese Omar El-Bachir durante la sua recente visita a Juba e in Uganda, sarebbero solo di facciata, secondo vari esperti militari regionali. Il Sudan continuerebbe a supportare la ribellione di Riek Machar, fornendo armi e munizioni in cambio del greggio estratto dagli stabilimenti petroliferi in loro controllo.

Il Presidente Bechir ha incontrato in segreto il Dr. Riek Machar che sembra averlo convinto che l’invasione ugandese al fianco del Governo di Juba é solo il preludio di un piano geo-strategico ideato dall’Amministrazione Barak Obama per sconfiggere prima la ribellione sud sudanese e successivamente per aiutare i movimenti armati sudanesi per la secessione del Darfur. “Quali sono gli obiettivi politici dell’Uganda nel intervento militare in Sud Sudan? Quali saranno i risultati di questa campagna militare? Quanto tempo durerà? Quali sarà la exit strategy dell’Uganda se la ribellione di Riek Machar riuscirà a vincere? Penso che l’Uganda si é gettata alla cieca nel conflitto sud sudanese. Il Sud Sudan é un problema politico e non militare. La gente ricorre alla violenza quando il governo fallisce nel risolvere i problemi politici. Pensare che una vittoria militare possa ristabilire la stabilità in Sud Sudan, come pensa il Presidente Museveni, potrebbe rivelarsi un fatale errore strategico”, spiega Andrew M. Mwenda, il famoso giornalista ugandese e Direttore del settimanale The Indendent‘. 

 

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