sabato, Ottobre 19

Sud Sudan: sorti in mano a Cina, Sudan e Uganda

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Kampala – Si è appena conclusa la visita ufficiale in Sudan del Presidente ugandese Yoweri Museveni durata due giorni a seguito dell’invito ricevuto dal Presidente Omar El Bashir.
Ibrahim Ghandour, braccio destro del Presidente sudanese, ha definito la vista del Capo di Stato ugandese come importante e storica. Non sono parole di circostanza, sopratutto per le sorti del Paese cuscinetto, il Sud Sudan. Khartoum e Kampala si sono dissanguate in una sottile, drammatica e costosa guerra fredda per quasi venti anni. Come tutte le guerre fredde, quella tra Sudan e Uganda è stata combattuta utilizzando le pedine a disposizione nella scacchiere regionale.

Nell’apice della conflittualità tra i due colossi africani (1991 – 2004) il Sudan ha finanziato e armato il Lord Resistence Army LRA (Esercito di Resistenza di Nostro Signore), il movimento ribelle basato sui Dieci Comandamenti biblici e guidato da Joseph Kony. Il finanziamento sudanese ha permesso all’LRA di occupare vasti territori del nord Uganda e di rappresentare una seria minaccia per il Governo Museveni, appena asceso al potere. Prima delle vittoriose offensive dell’esercito ugandese UPDF, avvenute tra il 1999 e il 2004, il LRA aveva serie possibilità di giungere a conquistare Kampala, la capitale. Era dal 1992 che l’esercito regolare era riuscito a fatica a delineare una linea di fronte al nord e contenere l’avanzata del movimento ribelle.

Come risposta l’Uganda non solo aveva finanziato e armato la guerriglia sud sudanese dell’SPLA, ma aveva inviato vari reparti dell’esercito a combattere al fianco dei guerriglieri guidati da John Garang. È proprio nelle allora provincie sudanesi di Bar Al Ghazar, Jonglei, Unity State che gli eserciti ugandese e sudanesi si sono confrontati in sanguinose e cruente battaglie senza mai rendere noto il conflitto aperto tra i due Stati. Fu il presidente Museveni a convincere l’Etiopia della necessità di supportare l’SPLA. Emulando l’esempio ugandese, vari reparti dell’esercito etiope si scontrarono contro l’esercito sudanese nel sud del Paese. Lo sforzo militare sui campi di battaglia di Uganda e Etiopia sono tra le principali cause che impedirono a Khartoum di sconfiggere la ribellione al sud e costrinse il presidente Omar El Bashir a giungere agli accordi di pace.

Il primo segnale di distensione si verificò nel 2005, quando i due Capi di Stato scoprirono di avere una causa e un nemico comune: John Garang. Il leader dell’SPLA non stava puntando a una separazione del sud, ma a un Sudan federale e democratico. Gli accordi prevedevano la trasformazione dell’SPLA in un partito politico e la partecipazione di Garang alle elezioni presidenziali del Sudan. Grazie alla sua politica non settaria, Garang stava conquistando larghe fette dell’elettorato arabo, che intravvedeva in lui una valida alternativa al regime di Bashir che stava diventando sempre più autoritario e controproducente agli interessi della classe imprenditoriale e alla popolazione sudanese in generale. Per ragioni contrapposte ma simili, Bashir e Museveni arrivarono alla stessa conclusione: la necessità di sostenere le spinte secessioniste di alcuni leader dell’SPLA, tra cui Rieck Machar e Salva Kiir: Bashir per evitare una sconfitta elettorale e uno scontro armato al nord contro l’SPLA supportato da una significativa parte della popolazione araba; Museveni per evitare uno Sudan federale che potesse col tempo trasformarsi in un potente concorrente per l’egemonia politica economica e militare della regione. L’assassinio di John Garang avvenuto nel 2005 fu il tragico epilogo di un accordo tra Khartoum e Uganda, la creazione del Sud Sudan, cioè di una giovane Nazione non preparata a divenire tale, e affetta dal morbo di odio etnico tra Dinka e Nuer che non avrebbe mai permesso al Sud Sudan di diventare una potenza regionale.

Senza comprendere interamente le logiche delle due potenze regionali, le Nazioni Unite e le potenze occidentali intravidero nell’assassinio di Garang e nel progetto di creazione di un nuovo Stato come un’ottima occasione per aprire nuovi mercati alle compagnie petrolifere americane ed europee. Questo portò Occidente e Nazioni Unite a non insistere su serie inchieste relative alla morte del leader dell’SPLA, e a sostenere finanziariamente e politicamente la creazione del Sud Sudan. L’Occidente, conscio della debolezza sociale, culturale, politica ed etnica di una futura Nazione, nutriva la speranza di poter controllare i deboli Governi sud sudanesi che sarebbero sorti, escludendo progressivamente la Cina dal mercato petrolifero e infliggendo il colpo mortale al Sudan, privato della maggioranza delle risorse petrolifere. Un colpo mortale che avrebbe portato a ribellioni popolari e alla caduta del regime. Nessuno stratega occidentale all’epoca pensava che il Sudan potesse sopravvivere senza i territori del sud, o metteva in dubbio la leale alleanza dimostrata dall’Uganda. Grazie a un’abile e paziente opera diplomatica e un sostanziale sforzo economico da parte della Cina, il Sudan è sopravvissuto, mentre l’Uganda progressivamente si è spostata su posizioni nazionalistiche basate sul progressivo distacco dall’Occidente e sulla creazione di nuove alleanze con le potenze emergenti del BRICS.

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