domenica, Novembre 17

Sud Sudan: pace con spartizione in nome del petrolio Ieri firmato l’accordo tra il Presidente Salva Kiir e il suo rivale, il capo dei ribelli Riek Machar, il motivo è il petrolio

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Il Governo e i ribelli del Sud Sudan hanno firmato l’atteso accordo sulla divisione del potere, iniziativa che dovrebbe mettere fine alla sanguinosa guerra civile che affligge la più giovane Nazione del mondo (indipendente dal 9 luglio 2011). Il Presidente Salva Kiir e il suo rivale, il capo dei ribelli Riek Machar, hanno siglato l’intesa a Kartum, la capitale del confinante Sudan. In virtù dell’accordo, Machar entra nel governo d’unità nazionale come primo vicepresidente.

L’accordo è frutto di pressioni internazionali (potenze regionali e Stati Uniti) dettate dall’interesse che ruota attorno al petrolio, come il petrolio ha alimentato la guerra che dal 2013 insanguina il Paese, finanziando le milizie e i leader al Governo quasi equamente, così il petrolio è alla base dell’accordo firmato ieri.

Fin dal 2016 è noto che  i due leader –Kiir e Machar– e le loro famiglie «possiedono proprietà multimilionarie, guidano auto di lusso e soggiornano in hotel costosi, mentre gran parte della popolazione del loro Paese soffre delle conseguenze di una brutale guerra civile e, in molti luoghi, sperimenta condizioni vicine alla carestia», secondo il rapporto ‘The Sentryreso noto da ‘New York Times

I due «leader hanno beneficiato finanziariamente della guerra in corso e si sono effettivamente assicurati che non ci sia alcuna responsabilità per le loro violazioni dei diritti umani e i loro crimini finanziari».

Il rapporto, sottolineava il ‘New York Times’, è il primo a tracciare un nesso causale diretto tra corruzione pubblica e conflitti armati nel Sud Sudan«Decine di migliaia di persone sono state uccise lì, lo stupro di massa è stato usato come arma, oltre due milioni di civili sono stati sradicati, e più di cinque milioni – quasi la metà della popolazione – richiedono aiuti alimentari».

Indipendente dal 2001, dopo due referendum, in guerra civile dalla fine del 2013, il Sud Sudan prova dunque ripartire. Già la nascita era stato quel che si dice un parto difficile. Il 9-15 gennaio 2011 si tenne il primo referendum, che vide la partecipazione di oltre il 96% dei cittadini, compresi i sudanesi del sud che vivevano al nord e si trasferirono per il voto. Il 30 gennaio i risultati mostrarono come la popolazione fosse nettamente a favore dell’indipendenza (98,81%).A seguito dei risultati, il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato uno Stato pienamente indipendente (membro delle Nazioni Unite), anche se restano alcune controversie con il Nord, quali la ripartizione dei proventi del petrolio i cui giacimenti si trovano all’80% nel Sud Sudan: questo potrebbe rappresentare un incredibile potenziale economico in un’area fra le più povere al mondo. La maggior parte degli impianti di raffinazione si trova invece al Nord.
Nel dicembre del 2013 in Sud Sudan ci fu un tentato colpo di Stato nel quale le forze leali al Presidente Salva Kiir (di etnia dinka) si sono scontrate con quelle fedeli all’ex vicepresidente Riech Machar (di etnia nuer), esonerato a luglio a causa dei forti contrasti con Kiir. Da lì, l’inizio della guerra civile.
Il numero di morti è imprecisato, ma nell’ordine delle decine di migliaia; sono stati milioni, invece, gli sfollati in fuga dalla guerra civile che potrebbe essersi conclusa con l’intesa firmata ieri. Condizionale d’obbligo, visto che gli osservatori della regione nutrono forti dubbi. La «mancanza di capacità politica del Sud Sudan, le rimostranze politiche ed etniche del Paese, la sua mancanza di istituzioni e il generale fallimento degli sforzi di mitigazione dei conflitti a lungo termine», sono le criticità evidenziate da Andrew Edward Tchie, analista senior del King’s College London. «I mediatori internazionali e i dirigenti del Sud Sudan devono discutere apertamente le cause profonde del conflitto», se no il rischio è che si passi da un accordo all’altro senza arrivare davvero a una pace, «le persone del Sud Sudanese riconcilino le loro differenze, perdonino a vicenda e guariscano insieme. Senza questi ingredienti chiave è altamente improbabile che la pace reggerà».

Insomma, il petrolio non potrà fare il miracolo della pace vera, anzi, è stato alla base della guerra e potrebbe essere alla base della non pace.

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