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Sud Sudan, firmata la tregua field_506ffb1d3dbe2

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Kigali – Nella tarda serata di ieri, giovedì 23 gennaio, le parti belligeranti hanno firmato ad Addis Abeba un accordo di cessate il fuoco, considerato un passo in avanti verso la soluzione pacifica del conflitto in Sud Sudan. L’accordo è stato raggiunto grazie alla promessa del Governo di Juba di rilasciare gli undici prigionieri politici accusati di aver tentato il colpo di stato del 15 dicembre. Accusa sempre più debole dinnanzi all’emergere delle prove che la crisi è stata creata dal tentativo di Salva Kiir di arrestare Riek Machar dopo un incontro politico. Si prevede inoltre un ritiro progressivo delle truppe straniere dal teatro delle operazioni, con chiaro riferimento all’esercito ugandese. L’IGAD (Autorità Inter-governativa per lo Sviluppo) provvederà un sistema di monitoraggio sul rispetto dell’accordo e deciderà se vi saranno le condizioni per togliere lo stato di emergenza decretato dal Presidente Salva Kiir. L’accordo entrerà in vigore sabato 25 gennaio con la richiesta alle parti belligeranti di astenersi subito da ogni offensiva militare.

L’accordo è stato preceduto da una importante dichiarazione del Presidente Salva Kiir resa nota mercoledì 23 gennaio e riguardante riforme radicali sulla struttura del partito (SPLM), dell’esercito (SPLA), del sistema giudiziario e della Commissione Anti Corruzione. Durante una conferenza stampa il Presidente ha invitato il Dr. Riek Machar di deporre le armi per ricostruire insieme il Paese. Pur accusando la ribellione di aver commesso atroci crimini di guerra ha avvertito che anche i Dinka saranno perseguiti nel caso di comprovate violazioni dei diritti umani.

La firma della tregua denota la decisione presa dal Governo di Juba di abbandonare le posizioni intransigenti fino ad ora poste durante i negoziati, causa principale del loro stallo. Una decisione insolita visto i recenti successi militari sul terreno. Grazie all’intervento dell’esercito ugandese (UPDF) sono state riprese le strategiche città di Bor e Malakal. Quali sono state le ragioni di questo improvviso cambiamento? Secondo esperti politici e militare della regione due sono le cause: la situazione militare sul terreno, i recenti errori politici commessi dal Presidente Salva Kiir e l’ambigua posizione di Khartoum.

Nonostante le sconfitte militari registrate, la ribellione mantiene intatta la sua capacità offensiva, favorita dalle dure condizioni climatiche del Paese e dalla perfetta conoscenza del terreno. La coalizione ribelle, formata dalle etnie Nuer, Munrle e dal clan Dinka Bor (resa possibile grazie a Rebecca Garang e Mabior Garang, rispettivamente moglie e figlio del defunto leader storico del SPLM John Garang) combatte sulle proprie terre. La divisione settoriale delle varie etnie presenti in Sud Sudan comporta anche una divisione geografica: difficilmente una etnia si sposta oltre le sue regioni. Questo implica che i soldati rimasti fedeli al Presidente e appartenenti al suo clan: i Dinka Ngok, non conoscono il terreno di battaglia negli Stati di Upper Nile, Unity e Jongley. Stesso dicasi per le truppe ugandesi. Questo è andato a vantaggio delle forze ribelli che hanno dimostrato una abilità di comunicazione e coordinazione militare inimmaginabile.

La stagione delle piogge, che sta svolgendo al suo termine e la mancanza di strade ha impedito all’esercito ugandese di impiegare al 100% i suoi carri armati, artiglieria pesante e rendere efficaci i bombardamenti aerei. Come per i 25 anni di guerra civile contro il nord, anche in questo conflitto predominano i combattimenti di fanteria. Innegabile che senza l’intervento del UPDF, deciso dal Presidente Yoweri Museveni, il Governo di Juba sarebbe già stato militarmente sopraffatto avendo a disposizione solo il 40% degli effettivi dell’esercito. Nonostante la determinazione e la superiorità tecnologica dell’esercito ugandese vi é il reale rischio di un conflitto a lungo termine con la distruzione dell’economia nazionale causata dalla distruzione dei pozzi petroliferi. Questa situazione avvantaggia la ribellione e, contemporaneamente, creerebbe delle serie difficoltà economiche all’Uganda.

Galvanizzato dalle recenti vittorie militari e dal pieno supporto dell’Uganda, il Presidente Salva Kiir ha riattivato gli atteggiamenti autoritari e vendicativi tipici della sua gestione del potere che non prevede sconfitte o compromessi commettendo una incredibile serie di errori diplomatici. Salva Kiir non è un alleato affidabile né una figura facilmente malleabile nonostante abbia un disperato bisogno dell’esercito ugandese. Il tentativo di entrare nella base delle Nazioni Unite a Bor effettuato dall’esercito regolare dopo la cattura della città per massacrare 9.000 civili che vi si erano rifugiati, ha evidenziato l’odio etnico che Kiir nutre contro i Nuer e il clan Dinka Bor che si é schierato dalla parte della ribellione.

Alle vive proteste delle Nazioni Unite, Kiir ha risposto accusando a sua volta la missione di pace ONU di prendere le parti della ribellione, di proteggerla e di fornire armi e munizioni. Accuse che si basano sul comprovato aiuto che Dr. Riek Machar ha ricevuto da parte del contingente Sud Coreano dei Caschi Blu che ha facilitato la sua fuga durante il tentativo di arrestarlo avvenuto il 15 dicembre 2013. Queste accuse, nonostante una tardiva lettera ufficiale di scuse alle Nazioni Unite, hanno posto il Governo di Juba in difficoltà dinnanzi alla Comunità Internazionale, soprattutto gli Stati Uniti i principali alleati occidentali dell’Uganda. Hanno inoltro aumentato la sfiducia della popolazione. Come nei casi del suo omologo congolese Joseph Kabila e Francois Bozizé (ex Presidente Centroafricano), Salva Kiir manca di carisma e di supporto popolare.

Nonostante gli incontri avvenuti tra Omar El-Bachir, Salva Kiir e Yoweri Museveni e le dichiarazioni ufficiali, non è ancora chiara la posizione del Sud Sudan nel conflitto. Il portavoce del Sudan Army Forces, il Colonnello Al-Sawarmi Khaled Sa’ad, il 19 gennaio durante una conferenza stampa ha chiarito che Khartoum non invierà le su truppe in difesa del Governo di Juba o dei pozzi petroliferi. Questa dichiarazione ha colto di sorpresa le autorità regionali poiché smentisce l’accordo firmato durante la visita del Presidente Sudanese a Juba, di un accordo di cooperazione militare per proteggere i pozzi petroliferi contro la ribellione. Al contrario il Sud Sudan è sospettato di finanziare la ribellione e di fornirle armi e munizioni.

L’insieme di questi fattori ha spinto il Presidente Yoweri Museveni a fare forti pressioni sul Governo di Juba per costringerlo ad una posizione meno intransigente nei colloqui di pace di Addis Abeba. «La tregua è una soluzione temporale. Entrambi i belligeranti possono rompere l’accordo in ogni momento. La crisi del Sud Sudan é una chiara lotta per il potere tra Kiir e Machar. Dubito che la tregua possa durare a lungo. La soluzione risiede in una radicale cambiamento degli attuali leader», dichiara al ‘Sudan Tribune’ il politologo Messaay Kindaya.

Un pesante monito proviene dal Presidente Barak Obama: «Per ottenere la fiducia della popolazione e della Comunità Internazionale i leader Sud sudanesi devono dimostrare una reale intenzione di risolvere pacificamente la crisi. Hanno l’obbligo di proteggere le vite della loro popolazione e il futuro del loro giovane paese. Non possono continuare a combattere. Gli individui che hanno commesso atrocità devono essere puniti». L’esercito americano è attivo in Sud Sudan al fianco dell’esercito ugandese, dove almeno 100 Marine svolgono funzioni di consiglieri militari.

Sembra migliorata la situazione dell’Uganda all’interno della crisi. La decisione del Presidente Museveni di entrare a pieno titolo nel conflitto sud sudanese al fianco del Presidente Salva Kiir è stata dettata da calcoli economici e politici e sull’ipotesi che la campagna militare fosse di breve durata. Dinnanzi al prolungamento della guerra, già il 15 gennaio si era presentato il problema di come finanziarla. Il costo annuale dello sforzo bellico è stato stimato a 75,7% milioni di Euro, Somma che l’Uganda non possiede. Una tra le soluzioni per sostenere l’invasione in atto è che essa sia non legittimata con un chiaro mandato da Nazioni Unite, IGAD e Unione Africana.

Ottenere il mandato internazionale era di vitale importanza per l’Uganda al fine di allargare il contingente ad altri Paesi africani ,accedere ai finanziamenti necessari e dividere costi e perdita di soldati con altri attori di una missione di pace. Cosa che è puntualmente avvenuta mercoledì 23 gennaio grazie alla decisione dei Paesi membri della East African Community di inviare un contingente di 5.500 soldati in sostegno dell’esercito ugandese. Anche se non é ancora chiaro quali paesi invieranno i propri eserciti visto che il Kenya ha subito chiarito che non parteciperà a nessuna avventura militare in Sud Sudan, la decisione presa dalla EAC, in accordo con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha sicuramente giocato un effetto psicologico sui leader sud sudanesi impantanti sul terreno di battaglia .

Si attendono gli sviluppi dei prossimi giorni prima di parlare di una vittoria diplomatica nella crisi. Non è ancora chiara quale sarà la reazione dei due eserciti sul terreno, se entrambi accetteranno di attuare una tregua. La situazione rimane delicata. Un minimo errore, incomprensione o il primo sparo dopo la tregua potrebbero far riprendere il massacro. Tutto dipenderà dalle intenzioni e dalle azioni di Salva Kiir, Riek Machar, Rebecca Garang e Omar El-Bachir che, nonostante il ruolo da star assunto dal Presidente ugandese Museveni, rimangono le sole figure politiche capaci di consolidare la pace o condurre il paese alla totale rovina. 

 

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