domenica, Marzo 24

Sud Sudan: cosa farebbe funzionare l’accordo di pace? Le ultime sull’accordo di pace del Sud Sudan. La riflessione dell’inviato delle Nazioni Unite, Nicholas Haysom

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Il 5 Agosto, a Khartoum, il Presidente Salva Kiir e il leader della ribellione SPLM-IO (Sudan People’s Liberation Movement/Army in Opposition) hanno firmato l’ennesimo accordo di pace dall’inizio della guerra civile del 2013 che, di fatto, riporta il Sud Sudan alla situazione politica precedente. Sulla carta, sono stati previsti il cessate il fuoco, la creazione di un corridoio umanitario per assistere i rifugiati, il ritiro delle rispettive truppe dai vari fronti sparsi nel Paese, la formazione di un Governo transitorio e -guarda caso- la ripresa della produzione petrolifera. Dopo il conflitto armato scoppiato nel Paese, uno dei principali argomenti di contesa che ha portato alla ripresa di una guerra su vasta scala è stata la questione se la sostituzione del Riek Machar come Primo Vicepresidente fosse o meno valida.

Per quanto riguarda le posizioni politiche, l’Accordo di Governance di Khartoum prevede esplicitamente che Salva Kiir Mayardit continui ad essere Presidente della Repubblica del Sud Sudan, mentre il Presidente della SPLM/A-IO, Riek Machar Teny dovrà assumere la posizione di Primo Vice. 

Le parti del conflitto hanno firmato un accordo di condivisione del potere ma l’ultimo assetto di governance e i diversi accordi di pace interrotti in passato sollevano preoccupazioni sull’attuazione concreta. «C’è stato un ritardo iniziale inutile nel coinvolgere le parti in conflitto. In parte potrebbe essere stato causato dalla fatica, a causa del precedente processo di pace fallito. Ma i leader regionali erano particolarmente riluttanti a confrontarsi con il Governo, uno dei principali attori del conflitto e certamente responsabile di parte della distruzione, compreso un tasso straordinariamente alto di sfollamento sia internamente che esternamente», spiega Nicholas Haysom, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sudan e il Sud Sudan sulla costruzione di una pace sostenibile nel Paese e intervistato dal Peace and Security Council.

«Penso che ci siano state frustrazioni da parte dell’AU (Unione africana) e della comunità internazionale con il ritmo lento di affrontare questo problema. Hanno preso una decisione corretta per affidare la responsabilità dell’affrontare il conflitto sull’IGAD (l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo)».

Una delle difficoltà, probabilmente è stata dei leader regionali, riluttanti a confrontarsi con uno dei principali attori del conflitto: il Governo. È difficile, infatti, pensare ad un accordo di successo senza il coinvolgimento dell’intera regione. Senza una simile mossa, «non avrai un processo di pace riuscito». Ma attenzione, perché parliamo di un territorio composto da paesi con interessi nazionali piuttosto separati. «Questo fa parte della difficoltà che la regione deve affrontare quando interviene come attore unificato», continua Haysom.

«Abbiamo visto un processo di pace decisamente più impegnato dal giugno 2017, quando l’IGAD ha nominato l’ambasciatore Ismail Wais come inviato speciale dell’IGAD per il Sud Sudan per guidare il forum di rivitalizzazione. Le misure critiche prese sono state precisamente le misure che avevamo incoraggiato per due anni, come l’inclusione di Riek Machar e di altri attori. Questo è ora diventato un elemento importante di un accordo sostenibile e di un processo di pace inclusivo».

Innegabile qualche passo avanti, specie nel garantire nell’accordo gli accordi di sicurezza e le questioni di governance. Ma pare che «non ci sarà un sostegno internazionale per l’esito del processo di pace, a meno che non vi sia una chiara evidenza della sostenibilità di qualsiasi accordo», conferma Haysom. La comunità internazionale, insomma, richiede delle prove tangibili.

E dare prove in questo contesto significa rendere l’accordo inclusivo -appunto-, trasmettere responsabilità, la volontà politica di tutti gli attori coinvolti, solidi meccanismi di trasparenza finanziaria, nonché,  un’efficace applicazione del monitoraggio. 

Ma se invece parliamo di diverse priorità, come quella cara e vecchia di spartirsi il potere senza risolvere le radici della crisi politica che ha portato alla guerra civile? In definitiva, questa volontà c’è o non c’è?

«Come si produce la volontà politica se le parti sono egoiste, cercando solo di massimizzare i loro vantaggi e benefici sezionali? Non c’è una risposta chiara. Si può solo chiarire alle parti che hanno la responsabilità di far funzionare questo accordo e che, se fallisce, ci saranno conseguenze per loro», risponde Nicholas Haysom.

E la comunità internazionale come si pone in tutto ciò?

La risposta è intuitiva: non vuole essere un semplice osservatore. «La comunità internazionale deve rispettare la sovranità del Paese e il diritto dei partiti nazionali di prendere le proprie decisioni e raggiungere i compromessi con cui possono convivere», chiarisce Haysom. «Ma, d’altra parte, ciò non significa che non ci dovrebbe essere alcuna pressione. Penso che sarebbe sbagliato affermare che il ruolo dei vicini e della comunità internazionale è semplicemente quello di essere un osservatore. Dovrebbe coinvolgere le parti sulla questione della sostenibilità, ma non prescrivere soluzioni precise».

Ciò che è richiesto al Sud Sudan, quindi, è di raggiungere tutti gli elementi della società e di fare i necessari compromessi e sacrifici che potrebbero far funzionare l’accordo. Ci si deve chiedere cosa lo farà funzionare. E darsi una risposta.

Punto fermo rimane certamente uno: la necessità di coinvolgere tutti gli elementi del Sud Sudan che avrebbero dovuto essere coinvolti sin dall’inizio. La supervisione dell’attuazione dell’accordo, inoltre, deve essere ben centrata ed efficace, sia da parte della comunità internazionale che dallo stesso Paese. Senza poi lasciare in disparte un opportuno controllo economico che porti ad una trasparenza sull’uso del denaro, compreso quello che deriva dal petrolio.

«Per quanto riguarda i recenti accordi, sono preoccupato per il divario in termini di sicurezza. Devono esserci misure che consentano ai politici dell’opposizione di sentirsi sicuri se ritornano a Juba», afferma. E certo, non di meno dovrebbe essere fatto per proteggere i civili e rispondere ai bisogni dei rifugiati e degli sfollati interni. «La pace aiuterebbe a risolvere quelle importanti preoccupazioni. Ma dobbiamo anche prendere in considerazione misure speciali nel caso in cui non ci sia pace. Ci sono stati un certo numero di tentativi per assicurare un effettivo cessate il fuoco».

«Un problema che ha esacerbato il conflitto nel Sud Sudan è che ha assunto un tono etnico, quindi quello che potrebbe essere stato un conflitto politico ha assunto sempre più un carattere etnico con conseguenze a lungo termine». Nei conflitti etnici, si sa, le cose vanno diversamente. «Le comunità attaccano le comunità, non i loro guerrieri, e la scala di distruzione è di conseguenza più crudele». 

Intanto, il presidente dell’Eritrea, Isaias Afwerki, ha espresso il suo sostegno al Sud Sudan e ha invitato il presidente Salva Kiir -in visita di due giorni ad Asmara per colloqui con la sua controparte eritrea sulle relazioni bilaterali- a rafforzare le relazioni con i paesi del Corno d’Africa e in particolare del Sudan. Afwerki ha sottolineato che l’Eritrea starà con il Sud Sudan «fino al raggiungimento della missione di liberazione». Ha inoltre auspicato il successo degli «sforzi interni per superare le numerose sfide che il Paese sta affrontando».

Staremo a vedere.

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