sabato, Giugno 6

Sud Sudan. Il nuovo business delle Nazioni Unite?

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«Vogliono l’indipendenza i sudisti? Diamogliela pure. Vedrete che passeranno meno di due anni prima che si scannino tra di loro». Queste furono le parole pronunciate dal Presidente sudanese Omar El Bashir in una riunione con il governo e lo Stato Maggiore dell’esercito svoltasi a Khartoum nel gennaio 2004. Nel 2005 fu firmato l’armistizio che prevedeva un referendum popolare entro il 2011. La resa di Khartoum mise fine a 50 anni di conflitto tra nord e sud. La prima guerra civile scoppiò nel 1955 e la seconda nel 1972. Il primo ostacolo da eliminare era il leader della guerriglia sud sudanese del SPLA: John Garang. Il leader sud sudanese non aveva alcuna intenzione di staccarsi dal nord.

Al contrario intendeva abbattere il regime di Omar El Bashir e rifondare il Sudan in uno Stato federale multi etnico e multi religioso. Il progetto di Garang faceva paura al dittatore nord sudanese, conscio che molti sudanesi arabi avrebbero votato per Garang nelle presidenziali del 2010. Il progetto federalista non piaceva nemmeno al Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni, nonostante che fosse l’alleato militare storico di Garang. L’Uganda puntava su una separazione dal nord sicura di poter controllare il Sud Sudan e il suo petrolio. La problematica Garang fu risolta da un accordo segreto tra Bashir e Museveni. Venerdì 29 luglio 2005, Garang muore in un incidente aereo. L’elicottero presidenziale ugandese Mi-172 offerto da Museveni per il rientro del Dr. John Garang in Sud Sudan dopo un meeting presso la cittadina ugandese di Rwakitura, precipita al suolo lasciando nessun sopravvissuto. Per uccidere Garang, il Presidente Museveni sacrificò un costosissimo elicottero militare e l’intero suo equipaggio.

Tolto di mezzo Garang, il dittatore Bashir vinse con il 68% dei voti nelle elezioni del 2010. Elezioni marcate da corruzione, frode e intimidazioni attuate sia dalle forze di repressione del regime di Khartoum sia dal esercito sud sudanese passato al comando di Rieck Machar e Salva Kiir dopo la morte del leader storico del SPLA. Gli stessi personaggi che nel dicembre 2013 hanno fatto scoppiare l’attuale guerra civile. Tra il 9 e il 15 gennaio 2011 viene indetto un referendum per l’indipendenza del sud del Sudan. I Si ottenero il 98,83%. Il 9 luglio 2011 fu dichiarata la nascita della Repubblica del Sud Sudan.

Domenica 9 luglio 2017, per la seconda volta, il governo di Juba non ha festeggiato l’anniversario dell’indipendenza e il Paese è sull’orlo del collasso. “I ricercatori di Amnesty International si sono resi nella regione lo scorso giugno e hanno indagato sui crimini e violazioni dei diritti umani commessi dalle parti belligeranti contro la popolazione civile. Le atrocità hanno costretto oltre un milione di persone a fuggire in Uganda. Ora l’intensificarsi dei combattimenti nello Stato del Equatoria hanno riacceso le violenze contro la popolazione civile. Uomini, donne e bambini sono uccisi a colpi di machete o bruciati vivi nelle loro case. Gli stupri collettivi di donne e giovani ragazze sono all’ordine del giorno”, Denuncia Donatella Rovera, Consigliere speciale per le crisi internazionali per conto di Amnesty International.

Nonostante che tutti parlino di pace e riconoscano come legittimo l’attuale governo Presidente sud sudanesi, come accadde durante i 50 anni di guerra civile contro il nord del Sudan, la Comunità Internazionale si schiera a favore dei contendenti. Stati Uniti, Gran Bretagna, Sudan e Nazioni Unite appoggiano i ribelli di Rieck Machar, mentre Cina e Uganda Salva Kiir. Tra questi due ultimi alleati ultimamente sono sorte delle profonde divergenze. La Cina intende costruire un oleodotto che vada dal Sud Sudan al porto di Lamu in Kenya. L’Uganda invece intende convogliare il greggio sud sudanese presso la raffineria di Hoima in fase di realizzazione. Queste divergenze fondate sullo sfruttamento illecito del petrolio sud sudanese ai danni della popolazione del martoriato Paese, possono a medio termine interrompere l’alleanza sino-ugandese in appoggio di Salva Kiir. A sua volta Presidente americano Donald Trump per ottenere il controllo del petrolio sud sudanese sta accelerando la guerra etnica appoggiando nuove milizie tribali.

Gli accordi di pace firmati nel agosto 2015 non sono minimamente rispettati. Tutto si è arenato nella condivisione del potere tra Machar e Kiir. Gli accordi prevedono che il 46% degli Stati che compongono il Sud Sudan siano controllati dal governo, il 46% dalla opposizione armata SPLM In Opposition e il restante 14% da giunte miste governo e opposizione. Ma gli accordi di divisione del potere non reggono per mancanza di volontà politica. I due contendenti cercano di controllare l’intero territorio. Questa disputa sta alimentando nuovi scontri nelle città di Torit, Mangok, Mathiang, Malou e Biot. Scontri a cui partecipano anche le nuove milizie etniche appoggiate e armate dal Presidente Trump.

Nel disperato tentativo di riportare la pace nel Paese e riprendere gli affari plurimiliardarii garantiti dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi sud sudanesi si fa strada l’idea di sottoporre il Sud Sudan sotto tutela delle Nazioni Unite. Un’idea appoggiata da Stati Uniti ed Unione Europea ma fortemente ostacolata dalla stessa popolazione sud sudanese. L’opposizione a questa proposta da parte dei sud sudanesi ha ragioni storiche. Il Sud Sudan è stato già sotto tutela ONU dal 2005 al 2011. Una tutela mai ufficializzata ma reale.

La gestione  ONU del periodo di transizione tra la pace con Khartoum e il referendum indipendentistico è stata assai discutibile. Le Nazioni Unite hanno tacitamente appoggiato il piano Bashir – Museveni di uccidere il leader del SPLM John Garang per impedire che il Sudan divenisse uno Stato Federale. Hanno inoltre organizzato la propaganda per l’indipendenza per ottenere la vittoria al referendum interamente finanziato e gestito dalle Nazioni Unite. Durante l’attuale guerra civile i caschi blu hanno appoggiato la fazione ribelle di Rieck Machar e commesso crimini di guerra contro la popolazione civile. Perché ora l’ONU insite nel ottenere la tutela del Sud Sudan?

La ragione è semplice quanto vergognosa. La sua principale missione di pace in Africa: la MONUSCO in Congo, sta per finire a causa dei forti tagli decisi dall’Amministrazione Trump. La missione ONU nel Darfur è stata fortemente ridotta a seguito della decisone di Washington e Bruxelles di favorire il loro nuovo alleato: il regime di Khartoum che solo 5 anni fa era accusato di essere uno Stato terrorista. L’appoggio al disumano regime di Khartoum si basa sul contenimento del DAESH in Africa e dei flussi migratori. Washington e Bruxelles sono ben consapevoli dei massacri di immigrati commessi dal regime sudanese ai confini con la Libia ma non si azzardano a lanciare condanne. L’Unione Europea è ben consapevole di cosa sta succedendo nel deserto tra Sudan e Libia ma l’argomento rimane tabù. Acquisire la tutela del Sud Sudan significa per le Nazioni Unite ottenere miliardi di dollari per la gestione del Paese e per finanziare il contingente dei Caschi Blu nel Sud Sudan spostando soldati e Generali di altre missioni di pace in Africa che stanno chiudendo. Queste missioni hanno fino ad ora garantito al Palazzo di Vetro una media di 4 miliardi di dollari annui di diretto finanziamento per le missioni di pace e altri 6 miliardi di dollari per il supporto ai profughi delle agenzie umanitarie ONU.  Tra meno di due anni questi ricchi finanziamenti rischiano di diminuire considerevolmente attestandosi a circa meno di 3 miliardi di dollari complessivi all’anno. La tutela del Sud Sudan potrebbe risparmiare alle Nazioni Unite e alle sue agenzie umanitarie il fallimento nel Continente.

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