sabato, Agosto 8

Sudafrica: giustizia (parziale) per Marikana mentre il marxismo avanza Il 16 agosto 2012 lo sciopero ad oltranza dei minatori contro l'azienda britannica Lonmin viene brutalmente interrotto dall'intervento della polizia che apre il fuoco sui manifestanti. Il bilancio è atroce: 34 morti e 78 feriti gravi

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Il 16 agosto 2012 lo sciopero ad oltranza dei minatori contro l’azienda britannica Lonmin (multinazionale del platino presente in Sudafrica) viene brutalmente interrotto dall’intervento della polizia che apre il fuoco sui manifestanti. Il bilancio è atroce: 34 morti e 78 feriti gravi.

Il massacro di Marikana è tra i peggiori atti di violenza perpetrati dallo Stato contro la classe proletaria nera sudafricana, paragonabile solo al massacro attuato dal regime razziale a Sharpeville nel 1960.

La lotta, iniziata per chiedere aumenti salariali e migliori condizioni di vita, aveva assunto connotati rivoluzionari che mettevano in discussione l’accordo segreto tra Nelson Mandela e il regime boero. Il leader del African National Congress fu liberato dal regime boero il 11 febbraio 1990 a causa delle pressioni internazionali e della situazione interna sempre più avversa al regime razziale e alla Apartheid.

Il blocco sovietico non rappresentava più una minaccia per il capitalismo occidentale quindi il regime boero sudafricano non serviva più come baluardo contro il dilagare del comunismo in Africa. La caduta del muro di Berlino,  9 novembre 1989, aveva costretto vari leader marxisti africani al potere ad adottare il libero mercato. Tra essi Yoweri Museveni in Uganda e Dos Santos in Angola.

Anche Paesi ad economia socialista come Mozambico e Tanzania aprono al libero mercato, mentre guerriglie marxiste come il Fronte Patriottico Ruandese guidato da Paul Kagame, abbracciano il capitalismo per ottenere finanziamenti e armi dagli Stati Uniti per poter liberare i loro Paesi oppressi da feroci dittature.

In Etiopia, Menghistu Hailè Mariàm, detto il Negus Rosso, verrà deposto da una coalizione di forze ribelli, il FRDPE, nel 1991. Menghistu fuggì in Zimbabwe, presso il suo alleato Robert Mugabe, dove tuttora risiede prestandosi come consigliere sulla sicurezza.

Caduto il comunismo il regime boero sudafricano diventa da valido alleato un imbarazzo per le democrazie occidentali che lo avevano sostenuto per oltre 40 anni. La situazione nel paese era critica e ci si stava avviando verso uno scontro di classe armato in cui il regime, gli imprenditori, i latifondisti e la minoranza bianca  difficilmente sarebbero usciti come vincitori.

La liberazione di Mandela era strettamente legata alla necessità per il regime di sopravvivere. Fu siglato un accordo segreto dove Mandela rinunciava ad applicare il socialismo come previsto dalla Freedom Chart  e i boeri al potere politico,  mantenendo quello economico.

Abolita la apartheid politica ma salvaguardata quella economica, Mandela fu eletto presidente nel 1994, nelle prime elezioni multirazziali del Sudafrica, rimanendo in carica fino al 1999. Il mito di Mandela fu artificialmente creato dai Media occidentali e accettato dall’opinione pubblica africana necessitante di propri eroi. In realtà Mandela permise ai boeri di controllare l’economia nazionale a scapito dello sviluppo delle masse operaie e contadine nere.

La sua Nazione Arcobaleno nacque sulla mitologia di libertà, giustizia e convivenza razziale ma creò il Paese più diseguale in Africa e pose le basi per la degenerazione del Presidente Jacob Zuma,  recentemente deposto dal suo stesso partito.Il Sud Africa del 2018 è una nazione vicino al conflitto di classe e i neri vivono a livello economico come ai tempi della apartheid.  Nessuna riforma agraria è mai stata attuata nonostante l’evidente necessità,  solo per proteggere i latifondisti bianchi,  clausola inserita nell’accordo Mandela De Klerk.

Anche in politica estera Mandela non si distinse come progressista. A titolo di esempio nella pace di Arusha del 2000 che mise fine alla guerra etnica in Burundi iniziata nel 1993, Mandela e la Comunità di Sant’Egidio crearono artificialmente i presupposti per l’ascesa al potere del signore della guerra Pierre Nkurunziza pur sapendo la sua natura criminale.

A distanza di 8 anni questa scelta si è rivelata un incubo per la popolazione burundese. Nkurunziza è illegalmente al potere dal luglio 2015, appoggiato dai genocidari ruandesi delle FDL. Ha ridotto il paese alla miseria, al isolamento internazionale e massacrato la propria popolazione. Ora si vuole proclamare Re e creare uno Stato  hutu,  mentre il rischio di genocidio è sempre più reale.

Lo sciopero dei minatori di Marikana, prima del massacro, si stava indirizzando verso conclusioni politiche che mettevano in discussione l’accordo Mandela e De Klerk, puntando su una società socialista come era previsto negli intenti originali del ANC.

Inoltre gli scioperi erano spontanei e non diretti dal sindacato annullando così la finzione di controllo del COSATU sulla classe operaia a favore degli imprenditori bianchi. Il movimento dei minatori di Marikana era un esempio pericoloso che poteva far accendere la miccia della rivoluzione e per questo da soffocare nel sangue per salvaguardare lo status quo creato da Mandela e De Klerk.

Lo scorso 15 marzo nove poliziotti implicati negli avvenimenti di Marikana sono comparsi davanti al tribunale per rispondere dell’assassino di tre minatori avvenuto un giorno prima del massacro. È la prima volta che agenti di polizia vengono tradotti in giustizia per la loro partecipazione al massacro di Marikana.

Durante la sua presidenza Jacob Zuma aveva mantenuto fede  alla difesa dell’accordo Mandela De Klerk impedendo giustizia su Marikana. Una commissione di inchiesta aveva chiaramente stabilito le responsabilità della polizia.

Il capo della commissione, Riah Phiyega, fu sospeso dal presidente Zuma e il rapporto non fu preso in considerazione evitando il cappio della giustizia ai poliziotti responsabili del massacro e ai loro mandanti politici ed economici. Tra essi: la dirigenza della Lonmin e  Cyril Ramaphosa, attuale presidente, all’epoca membro del consiglio d’amministrazione della Lonmin, propietario della miniera di platino di Marikana, nonostante il suo passato di sindacalista. Vari testimoni indicarono Ramaphosa come colui che sollecito’ l’Intervento della polizia e le necessarie maniere dure per soffocare lo sciopero ad oltranza che stava diventando un pericolo nazionale.

I 9 poliziotti sono comparsi in aula il 15 marzo. Il Procuratore ha constatato che le vittime non rappresentavano alcuna minaccia. Molte di esse erano state colpite alla schiena.

Giustizia sembra trionfare, ma qualcosa non quadra. Nessun ufficiale tra quelli che impartirono l’ordine del massacro è stato interpellato. Neppure la Lonmin, prima beneficiaria dell”eccidioAnche i mandanti politici sono al sicuro trattandosi del ex presidente Zuma e del presidente Ramaphosa. Quest’ultimo non può utilizzare il caso contro il suo rivale in quanto la decisione di sparare fu presa insieme.

Il processo dei 9 poliziotti non riguarda direttamente il massacro di Marikana ma un episodio che fece da prologo alla vigilia dove 3 minatori furono uccisi dalle forze dell’ordine. I familiari delle vittime attendono da 5 anni il ricompenso finanziario promesso dal governo. Ramaphosa ha anche proposto l’avvio della tanto attesa riforma agraria minacciando di espropriare le terre dei latifondisti bianchi senza indennizzo per accellerare il  processo di ridistribuzione delle terre ai contadini neri.

La prossima udienza del processo è stata fissata a giugno. Gli imputati hanno scarse possibilità di cavarsela ma verranno condannati dei capri espiatori, non il sistema politico del ANC complice della apartheid economica dei Boeri a distanza di 24 anni dalla fine di quella politica.

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