venerdì, Ottobre 18

Sua Maestà Renzi sarebbe ‘il nuovo’? Ma mi faccia il piacere...

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SABATO: STORIA

E così Sua Maestà Matteo I Renzi sarebbe il nuovo?

Ma mi faccia il piacere! – diceva quello.

Leggete un po’ qua.
«Riforma della burocrazia; cessione all’industria privata delle imprese industriali dello Stato; abolizione degli organi statali superflui; soppressione di sussidi e di favori ai funzionari, alle cooperative e ai magazzini municipali, oggi posti in condizione di privilegio di fronte al commercio privato; semplificazione del sistema di imposte; riduzione delle tasse di successione, sugli affari e in certi casi sul lusso, perché esse giungono a distruggere la famiglia e la proprietà; eliminazione del deficit di bilancio, non aumentando le imposte, ma allargando il quadro dei contribuenti; aumento delle imposte di consumo piuttosto che delle imposte dirette… Noi vogliamo spogliare lo Stato di tutti i suoi attributi economici: basta con lo Stato ferroviere, con lo Stato postino, con lo Stato assicuratore; basta con lo Stato esercente a spese di tutti i contribuenti italiani ed aggravante le esauste finanze dello Stato italiano!»
E questo è il nuovissimo programma di governo annunciato pubblicamente, appena un mese prima della Marcia su Roma, da… Benito Mussolini.
Bella novità, quella renziana: il dimagrimento dello Stato in favore dell’intraprendenza privata!
(Ultimora, di cui i media non parlano – occupati come sono a magnificare la riduzione dei costi della politica con lo smantellamento del Senato della Repubblica -: un altro pezzo della Cassa Depositi e Prestiti venduto a investitori privati stranieri! La Cassa Depositi e Prestiti che, al contrario, se si volesse attuare una politica di occupazione e di utilità sociali si dovrebbe semmai ri-pubblicizzarsi del tutto – come chiedono i partitini della sinistra antagonista e parecchi movimenti e comitati!)
Quindi sto dicendo che Renzi è fascista?
E no! …Troppo comodo metterla così, in burla anti-storica.
Sto dicendo che il fascismo è stato sì violenza e dittatura e razzismo e ciarpame – dal lato di maggiore visibilità e pena per la quotidianità del popolo italiano – ma che dal lato più profondo e strutturale, quello che interessava i poteri dominanti dell’economia e della finanza (i poteri nazionali, che nutrirono lo squadrismo degli albori profumatamente, e quelli internazionali che accolsero la dittatura in Italia come un fattore di stabilizzazione antioperaia, antirivoluzionaria, antibolscevica), è stato essenzialmente la potente e feroce contromisura del capitalismo, del mercato, del profitto e della proprietà, avversi tutti all’emancipazione progressiva di una classe lavoratrice e proletaria – cioè praticamente dell’intero popolo italiano dell’epoca – che non già nella rivoluzione ma nella stessa costruzione di uno Stato di diritto, in cui l’interesse pubblico contempera almeno i privati privilegi, intravedeva a fatica un orizzonte di equità sociale e di crescita civile.
E renzi – cioè il PD dopo la mutazione, cioè il centrosinistra dopo la trasformazione – persegue la stessa strategia di contromisure di allora: fateci caso serenamente. E lo fa sempre nel nome – falso – dello snellimento dell’istituzione pubblica, e sempre nell’interesse – vero – del capitalismo, del mercato, del profitto e della proprietà: cioè della ristrutturazione globale di sistema, che approfitta della crisi più grave di sempre per far diventare politicamente inevitabile ciò che sarebbe inaccettabile socialmente.
E’ nuovo? Ma se è un disegno che ha più di novant’anni!
Anzi – che dico? Ne ha molti di più.

Leggete anche qua, per favore.

«Questo giornale è lieto che il partito fascista ritorni alle antiche tradizioni liberali, si riabbeveri alla sorgente immacolata di vita dello Stato moderno, e augura che esso non degeneri e concorra ad attuare seriamente il programma liberale senza contaminarlo con impuri contatti.»
Questo fu il commento, a quel proclama mussoliniano del settembre 1922, pubblicato dal Corriere della Sera – firmato direttamente dal suo direttore Albertini, senatore liberale, esponente della crème della borghesia, del notabilato italiano, della ricchezza atavica. Di quella borghesia industriale che così fugava ogni dubbio sulla bontà del ‘cavallo fascista’ e ci saliva sopra – come già avevano fatto i padroni agrari sin dall’inizio, giacché le squadracce nere gli facevano il favore di bastonargli i contadini sindacalizzati e bruciargli le Case del Popolo e le sezioni socialiste in zona, così che potessero taglieggiare sui salari e aumentare gli orari di lavoro a piacimento.
Quindi il dogma ‘privatizzare e precarizzare’ che ci sovrasta oggi come un leviatano, anche se ha il sorriso suadente da pentolaro di fiera di Matteo Renzi, non risale solo al Mussolini golpista e coccolato, ma molto più indietro: è il liberismo delle origini, è il ‘sistema manchesteriano’, è il capitalismo i cui effetti offendevano gli occhi di Dickens, e che mossero Marx e Engels a rendere scientifica la lotta contro di esso.

Renzi insomma fa la sua parte per rottamare circa centocinquant’anni di Storia occidentale. 

E’ solo una parte in commedia, la sua, non da protagonista – tantomeno da autore. Gli autori sono altrove, e i protagonisti sono dove maggiore è la concentrazione dei poteri – e là certo non si parla italiano, tantomeno fiorentino.
Però pure il Bel Paese deve allinearsi – da sempre – per ciò che gli compete da mediopiccola potenza quasi periferica, sì, ma con un bacino di sessanta milioni di donne e uomini che merita attenzione. E merita attenzione soprattutto per la strana tendenza della gente di questo Paese – non di tutti quanti, ma abbastanza da preoccupare il potere – a orientarsi e organizzarsi talvolta lungo linee di conflitto e di frattura nei confronti degli interessi dominanti e del privilegio secolare: il biennio rosso, la Resistenza, il Partito Comunista, la cultura anticonformista…

Quest’azione di riallineamento periodico del grande gregge italico – con le buone o con le cattive – è stata svolta da personaggi assai famosi, portatori di potestà visibili o occulte, ma ritenuti slegati nell’immaginario collettivo: dopo Mussolini e la nascita della Repubblica toccò al partito unico della Democrazia Cristiana (nelle sue componenti di destra), poi al pentapartito col PSI trasformato e soggiogato da Craxi, poi da Berlusconi che da un lato compitava il dettato di Licio Gelli e dall’altro immetteva nello Stato massicce dosi di antistato mafioso, e poi – adesso – dall’asso pigliatutto Matteo Renzi.

Il bello – perché il potere non lascia niente al caso – è che oggi perfino l’opposizione più eclatante alla cappa renziana, che interpreta gli interessi transnazionali alla privatizzazione di tutto e tutti, è intrinsecamente allineata sulla sua stessa visione del mondo!

Pensateci: Grillo non dice forse le stesse cose che diceva il mascellone nel virgolettato dell’inizio? …Riforma della burocrazia, abbattimento della casta, smantellamento dei carrozzoni statali e parastatali, abolizione degli organi pubblici superflui, ghigliottina sui costi dei funzionari e delle istituzioni, guerra alle cooperative perché tutte corrotte…
Stiamo messi così, gente mia – cioè male: il governo e l’opposizione in italia cantano e controcantano la stessa canzone. Che per di più è tanto vecchia che puzzava di morto già all’inizio del Novecento!
(E per coprirne il puzzo, il sistema pensò bene di far salire acre il tanfo di veri corpi in decomposizione: i milioni e milioni di morti della Grande Guerra – cent’anni fa esatti il via.)
Oggi sono trentaquattro anni dalla strage di Bologna.
E servì pure quella – eccome! – per normalizzare un Paese in cui si muovevano ancora troppe idee e troppe volontà capaci di ostacolare seriamente la guerra del capitale contro il lavoro e contro la democrazia.
Che tanto Pasolini l’avevano già ammazzato.

 

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