martedì, Novembre 19

Su cosa punteranno le economie dei Paesi emergenti? I governi stanno adottando nuove strategie economiche basate sull’intelligenza artificiale

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Nel 2017, nonostante una situazione politica travagliata, è l’Egitto il Paese più attrattivo del continente per gli investitori stranieri, seguito da Sudafrica e Marocco. A stabilirlo è la classifica annuale ‘Where to Invest in Africa’, stilata dalla banca d’affari sudafricana Rand Merchant Bank (Rmb). Ma il report sostiene anche che «il continente africano va dritto al disastro se non segue da vicino la diversificazione della sua economia». Il monito è sostenuto da evidenze e casi studio da parte della banca d’affari sudafricana.

L’Africa, con oltre 1 miliardo di abitanti e un incremento medio del 5% annuo, è il continente che più di altri possiede i presupposti per realizzare una crescita sostenibile, grazie a un potenziale in gran parte inespresso e all’utilizzo di nuove tecnologie e di processi produttivi avanzati”, riferisce Cle’ophas Adrien Dioma, direttore dell’Italia Africa Business Week, in programma per il prossimo ottobre a Roma.

Infrastrutture, energie rinnovabili, agricoltura, industria biomedicale e nuove tecnologie saranno i principali settori di interesse durante la due giorni romana considerando che proprio questi saranno i settori del futuro economico del continente.

Nel report intitolato ‘Automation, AI, and the Emerging Economies‘, e pubblicato dal Center for Global DevelopmentShahid Yusuf, economista presso la George Washington University, descrive quali sono i cambiamenti avvenuti all’interno dell’economia dei Paesi emergenti. Il modello di sviluppo economico tradizionale sta invecchiando e la maggior parte dei Paesi emergenti sta investendo sul digitale per promuovere la crescita economica.

Dopo la crisi finanziaria avvenuta nel 2008, i Governi delle varie nazioni stanno cercando di rivitalizzare l’economia puntando sull’intelligenza artificiale, sulla biotecnologia, sull’energia, sull’ambiente, sulla robotica e sull’automazione per ridurre l’intensità del lavoro di produzione, monitoraggio e manutenzione e per poter accedere a determinati servizi (trasporto, merci, banche) tramite piattaforme mobili.

Ciò comporterebbe la riduzione dei posti di lavoro e un aumento della disoccupazione, dato che la forza lavoro verrebbe sostituita da macchinari dotati di intelligenza artificiale, ma le vecchie occupazioni potranno essere sostituite da nuovi lavori che richiederanno livelli superiori di abilità cognitive e tecniche e che saranno maggiormente retribuite.

Uno studio citato frequentemente da Carl Frey e Michael Osborne, ricercatori di Oxford, sostiene che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbe essere eliminato a causa dell’informatizzazione e delle tecnologie digitali intelligenti. Ciò potrebbe avvenire anche nei Paesi in via di sviluppo. Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), i Paesi emergenti sono a rischio, perché si stima il 69 % della disoccupazione in India; il 72 % in Thailandia; il 77 % in Cina e un massiccio 85 % in Etiopia.

Secondo uno studio effettuato dal McKinsey Global Institute, la più grande forma di automazione riguarderà il settore turistico, quello manifatturiero, il settore agricolo, quello dei trasporti e magazzinaggio e il settore dell’estrazione mineraria. Le attività meno minacciate dall’automazione saranno, invece, l’istruzione, i servizi professionali, l’informazione, la sanità e l’amministrazione. Ma anche questi settori non sono immuni, perché l’istruzione, ad esempio, può essere sostituita da siti online che svolgono lezioni a distanza, stravolgendo quelle che sono le forme tradizionali di insegnamento.

Ci si chiede come si può evitare un elevato tasso di disoccupazione? Bisognerebbe demolire pian piano i vecchi sistemi economici e creare una strategia più pertinente che si adatti alle esigenze dei vari governi. E’ indubbio che tutti i servizi avranno bisogno di sfruttare le nuove tecnologie. Quelli obsoleti verranno lasciati indietro e il tipo di industrializzazione basata sull’esportazione non sarà più sufficiente per incrementare l’economia. Ogni Governo dovrà personalizzare la sua strategia e, l’aspetto negativo, e che non vi sarà alcuna garanzia di successo.

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