lunedì, Dicembre 16

Storia della NATO in salsa russa La Russia ha marcato tutta la parabola di questi 70 anni, un filo rosso la cui ricostruzione permette di capire il presente

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Domani, 4 aprile, la NATO celebra il 70° anniversario dalla firma del Trattato di Washington, che ha posto le basi per quella che è stata definita ‘l’alleanza di maggior successo che il mondo abbia mai visto’.

Il 4 aprile del 1949, 12 Nazioni firmarono il Trattato Nord Atlantico, costituendo, così, la NATO, la quale ha garantito oltre mezzo secolo di pace in Europa.
Gli Stati Uniti sono stati un pilastro dell’Alleanza sin dalla sua formazione. Al culmine della Guerra Fredda, c’erano più di un milione di membri del servizio americano in Europa che contribuivano a garantire la pace. Attraverso l’ascesa e la caduta del Muro di Berlino, soldati americani, marinai, aviatori e marines e le loro controparti civili hanno dato agli europei il ‘dono della stabilità’.
Dopo 70 anni proprio gli USA sembrano essere, secondo alcuni analisti, il maggior pericolo per la sua tenuta e stabilità, oltre al fatto che gli Stati Uniti se sono stati ‘l’architetto e il capomastro’ della Comunità, come sostiene Strobe Talbott, analista senior del  Brookings Institution, è comunque incontrovertibile che il potere americano ha i suoi limiti, che la storia ha ben evidenziato, e specialmente quando si tratta di affrontare l’unica altra superpotenza nucleare del pianeta, la Russia, che ha marcato tutta la parabola di questi 70 anni.

La NATO, a guardare bene, non ha mai avuto vita facile. L’Alleanza ha dovuto affrontare numerose sfide esterne ed equilibrare gli interessi interni, ma anche prendere iniziative coraggiose quando era in gioco la sicurezza dei suoi Stati membri.

Strobe Talbott, struttura la storia dell’Allenza, in riferimento alla Russia, tre fasi: la trasformazione della Seconda Guerra Mondiale nella Guerra Fredda; la prospettiva diEuropa intera e libera’; il ritorno della Russia al suo passatopredatore e autoritario’.  

La prima fase, quella della strutturazione stessa della NATO, inizia con la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda. «Joseph Stalin iniziò la Guerra Fredda prima che i cannoni della Seconda Guerra Mondiale tacessero», scrive Talbott. «Le Nazioni dell’Europa centrale, che l’Armata Rossa ‘liberò’ dall’occupazione nazista, furono rapidamente risucchiate nella sfera della dominazione e della tirannia sovietica. I saggi dell’Amministrazione Truman erano determinati a contenere l’espansione sovietica, a cominciare dallo stesso Presidente e dal suo Segretario di Stato, Dean Acheson, e dal Segretario alla Difesa, George MarshallLa strategia si basava su un accordo con gli europei occidentali. Quelle Nazioni devastate dalla guerra abbandonarono l’abitudine a rivalità sanguinose per creare una comunità di Nazioni legate da democrazia, commercio e cooperazione. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero ancorato un’alleanza transatlantica che avrebbe protetto la libertà degli europei e il loro progetto di integrazione».

Una fase , un momento storico, questo, un «ambiente pericoloso e spietato», lo definisce  Lukas Trakimavičius, analista esperto della Divisione di politica di sicurezza economica del Ministero degli Affari Esteri lituano, in una complessa analisi per Atlantic Council.  «Appena cinque mesi dopo la fondazione della NATO, nel 1949, l’Unione Sovietica riuscì a detonare la sua prima bomba nucleare. Un anno dopo, Mosca si unì alla guerra per procura in Corea. Per la NATO questi erano segni infausti, che suggerivano che i sovietici avrebbero cercato di invadere l’Europa occidentale. Le preoccupazioni erano ulteriormente esacerbate dal fatto che la NATO aveva solo venticinque divisioni in Europa, mentre, secondo alcune stime, il blocco sovietico aveva 150 divisioni facilmente disponibili».

«Non appena la minaccia percepita di un’invasione sovietica diminuì, i primi disaccordi tra gli alleati vennero alla ribalta». Dopo la morte di Stalin, nel 1953, gli alleati iniziarono  scontrarsi sull’opportunità di perseguire un accordo di pace con la nuova leadership del Cremlino. Tre anni dopo, divisioni ancora più evidenti quando il Regno Unito e la Francia si trovarono in disaccordo con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica durante la crisi di Suez.

Poco dopo la fine della guerra di Corea, la questione della condivisione degli oneri non uniforme entrò nell’agenda della NATO, stessa questione che ha cavalcato e prosegue cavalcare l’attuale Amministrazione di Donald Trump -ieri Trump ha dichiarato di aver rafforzato la Nato con i contributi degli alleati saliti come ‘un razzo’, da quando si è insediato, «Abbiamo ottenuto 140 miliardi di dollari di fondi addizionali e sembra che ne otterremo almeno altri 100 miliardi…entro il 2020», ha affermato, auspicando contributi alla Nato superiori al 2% del Pil, lo scorso anno aveva chiesto un aumento delle spese per la difesa da parte dei partner pari al 4% del PIL, indicando che gli Usa versano il 4,3%.
Come parte della sua politica del ‘New Look’, il Presidente americano Dwight D. Eisenhower cercò di ridurre l’impronta militare statunitense all’estero e frenare le spese per la difesa. «A tal fine, ha aumentato la dipendenza della NATO dalle armi nucleari offrendo una alternativa di deterrenza più economica rispetto alle forze convenzionali», esortando l’Europa ad aumentare il suo contributo nella spesa per la difesa.

Nel 1962, durante la crisi missilistica cubana, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica arrivarono sull’orlo di uno scontro nucleare. Un certo numero di alleati, come i francesi e i tedeschi occidentali, si sentirono frustrati dalla riluttanza di Washington a condividere con gli alleati i dettagli dei suoi rapporti con Mosca, si cominciò affermare la sensazione che «la sicurezza dell’Europa occidentale non era nelle mani degli europei, ma alla mercé delle due superpotenze in competizione». Pessimo sentiment per la prestanza dell’Alleanza, ma una ‘prova’ che sarebbe stata superata.

Una crisi molto pesante fu quella del 1966, quando, in seguito a una serie prolungata di disaccordi sul futuro corso della NATO, l’allora Presidente Charles de Gaulle prese la decisione di ritirare la Francia dal comando militare della NATO. Secondo l’articolo 13 del Trattato di Washington, ogni alleato può lasciare la NATO allo scadere dei primi 20 anni di Trattato. Alcuni alleati temettero che il 20° anniversario della NATO potesse essere caratterizzato dall’allontanamento della Francia dall’Alleanza, potenzialmente creando una reazione a catena imprevedibile che avrebbe potuto portare alla fine della NATO.
Non fu così. Come nelle altre occasioni simili, gli alleati si dimostrarono all’altezza della situazione e attraverso consultazioni laboriose risolsero gli scontri uscendone perfino rafforzati. Tanto che oramai la NATO -Stati Uniti, Canada e Europa occidentale- si considerava consolidata in ‘stallo stabile’ e si preparava a restarlo per generazioni.

E qui scatta la seconda fase di vita dell’alleanza, quella che Talbott definisce come ‘il sogno di un Occidente unito’.
Nel marzo del 1985, Mikhail Gorbaciov viene designato quale Segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista dell’URSS. Il «qualcosa di straordinario» accaduto a Mosca, che cambia la storia dell’Europa e del mondo, ma anche della Nato. Dal Muro di Berlino, alla cortina di ferro, al Patto di Varsavia, all’’Unione Sovietica che non sarà più né ‘sovietica’ né ‘unione’, fino alla fine della Guerra Fredda -la ‘fine della storia’, si disse.
Gorbaciov, afferma Talbott, aveva cinque obiettivi principali: «1) basare la politica sulla verità (glasnost) invece della Grande Menzogna; 2) contrastare la repressione e la violenza come mezzo di potere; 3) allentare la sfera sovietica di dominio; 4) apertura del sistema economico e politico (perestroika), e 5) ‘nuovo pensieroin politica estera (partenariato con l’Occidente)».
Questi obiettivi incidono pesantemente sull’Alleanza, la segnano. E si arriva alla terza fase della sua storia, quella che coincide con la Russia post-sovietica.

Da tenere presente che nel 1956, la NATO aveva pubblicato il cosiddetto rapporto dei tre Saggi, che promuoveva la cooperazione non militare, sosteneva lo sviluppo di una politica reciprocamente accettabile nei confronti dei sovietici, in un contesto in cui  i partner europei avevano iniziato a incrementare gradualmente la spesa per la difesa, mentre la leadership statunitense li garantiva che qualsiasi futura iniziativa politica nei confronti dei sovietici avrebbe incluso la così detta ‘visione della NATO’.
Nel 1967 si arriva poi al così detto ‘Rapporto Harmel’, il quale sosteneva l’adozione di una politica a doppio binario per la NATO: deterrenza e distensione, ovvero mantenimento di un’adeguata difesa promuovendo al contempo la distensione politica con il blocco orientale. «L’impatto della relazione Harmel è stato che le sue conclusioni non solo hanno consentito alla NATO di adattarsi istituzionalmente a un contesto politico in evoluzione, ma ha anche fornito il via libera affinché l’Alleanza svolgesse un ruolo molto più attivo nei negoziati est-ovest», sostiene Trakimavičius.

Nel 1983 la NATO ha iniziato a dispiegare 572 nuovi missili nucleari e da crociera, compresi i 108 missili Pershing II che erano ospitati nella Germania occidentale. La decisione «ha stordito il Cremlino e l’ha costretto a impegnarsi in colloqui sul controllo delle armi. Molto più tardi la leadership militare sovietica ha ammesso che la decisione di schierare nuovi sistemi missilistici li ha colti di sorpresa e che non si aspettavano contromisure così ferme dalla NATO», prosegue Trakimavičius.
La strategia a doppio binario della NATO ha portato ai negoziati tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che nel 1987 hanno portato alla firma del Trattato sulle Forze Nucleari a Intervallo Intermedio (INF), che non solo ha eliminato un’intera classe di missili che minacciava l’Europa e ha ridotto le tensioni est-ovest, ma ha anche accelerato la fine della Guerra Fredda.

Nella terza fase, sullo scenario russo entra  Boris Eltsin, in occasione del colpo di Stato di quattro giorni nell’agosto del 1991. E, prima della disintegrazione dell’Unione Sovietica, i polacchi, gli ungheresi e i cechi iniziano proporsi per l’adesione alla NATO.
«Quando Bill Clinton divenne Presidente, dovette cimentarsi con la questione del futuro della NATO», scrive Talbott. «Alcuni esperti e veterani della guerra fredda pensavano che la NATO, dopo aver compiuto la sua missione, dovesse andare in pensione onoraria. Clinton era convinto che la NATO dovesse assumere un nuovo ruolo», immaginava una NATO con nuove istituzioni e che includesse tutti gli ex membri del Patto di Varsavia e tutte e 15 le ex Repubbliche sovietiche. «L’innovazione principale è stata la Partnership for Peace (PfP), creata nel 1994 per promuovere la fiducia e la cooperazione su quella che era stata la cortina di ferro».

In corrispondenza al 50 ° anniversario dell’Alleanza, nel 1999, il Partnership for Peace era attivo e funzionante. Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca erano sulla porta d’ingresso. Clinton invitò Yeltsin alle celebrazioni, occasione per confrontarsi con i progressi sulla definizione di unpartenariatotra NATO e Russia. La NATO, però, era in guerra con la Serbia, mentre una parte importante dell’opinione pubblica russa voleva vedere il suo Governo prendere la parte della Serbia. Eltsin comunicò a Clinton che la Russia avrebbe fatto tutto il possibile sulla strada diplomatica per porre fine alla guerra. Il resto è storia e la partnership rimase un sogno’, e si è visto in questi ultimi anni. Un periodo dominato da una guerra sotterranea tra Nato e Russia, condotta a colpi di acquisizioni di Paesi satelliti, dichiarazioni roboanti e simili.

Ma, «a differenza della maggior parte delle alleanze della storia, la NATO è unica perché non è solo un’alleanza militare, ma anche un’alleanza di valori umani e politici. Si potrebbe persino sostenere che la NATO non sarebbe sopravvissuta alle prove e alle tribolazioni della Guerra Fredda e sarebbe finita in compagnia di alleanze relativamente brevi come l’Organizzazione del Trattato del Sud-Est asiatico (SEATO) e l’Organizzazione centrale dei trattati (CENTO), se non per il fatto che i suoi Stati membri hanno condiviso un insieme di valori», sostiene Trakimavičius. «La convinzione comune in materia di libertà, diritti umani e democrazia ha agito come un tessuto connettivo che teneva insieme i paesi e contribuiva a superare sia i riallineamenti geostrategici che le tempeste politiche provenienti da entrambe le sponde dell’Atlantico».

Ora al Cremlino c’è Vladimir Putin, e alla Casa Bianca un Presidente, Trump, che fondamentalmente nutre disprezzo per la NATO, ma la gran parte degli alleati, oltre all’establishment politico statunitense (anche repubblicano), è di opinione diametralmente opposta. Così, a 70 anni, la NATO pensa a come rinnovarsi in funzione di un mondo multilaterale e che presenta sfide completamente nuove e diverse, che vanno dalla sicurezza informatica a quella nucleare (in un quadro di potenze nucleari completamente mutato), al Mediterraneo, al nuovo rapporto con la Russia sempre più assertiva e globale di Putin.

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