lunedì, Luglio 13

‘Sto Bilaterale con la Francia non s’ha da fare’! Il rischio di ulteriore momento di dipendenza funzionale e commerciale nel caso non remoto in cui si dovessero costruire nuove alleanze o realizzare prodotti in grado di competere sulle più importanti piazze mondiali

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La firma del bilaterale con la Francia era prevista per lo scorso 15 febbraio. Poi qualcosa non ha funzionato. Il Presidente francese Emmanuel Macron non è venuto a Napoli, e pare che la data di incontro con Giuseppe Conte sia stata spostata al pomeriggio del prossimo giovedì 27 febbraio.

Chi rammenta il nostro articolo pubblicato qui due settimane fa, avrà bene a mente che a noi quell’accordo, così come era trapelato per la parte spaziale, non piaceva per nulla. E dovevamo aver avuto tanta ragione, visto che il documento sarebbe ancora sui tavoli dei nostri esperti che stanno lavorando su ampie modifiche da apportare ai suoi contenuti. Tante forse, ma assolutamente riservate.
Bene. Anzi, meglio così.

Abbiamo sempre sostenuto che la Francia ha la smodata ambizione di una sua sovranità europea. Basta vedere come Parigi insegue e cerca di scavalcare Washington nella politica militare, e come continua a sovrapporsi alle decisioni europee pur di dare visibilità alla propria esistenza.

In campo spaziale, uno degli argomenti cardine del documento da validare a breve, Macron lo scorso luglio ha annunciato un’Armée de l’air et de l’espace, con reparti specializzati nella protezione dei satelliti del suo Paese, ma anche per assicurare lo sviluppo e il rafforzamento della propria capacità di attacco e difesa. Ci siamo domandati quale possa essere realmente il proposito di un Paese che vanta partecipazioni maggioritarie nelle manifatture spaziali di diversi Paesi europei, compreso in Italia, in caso malaugurato di necessità nell’uso delle armi. Difenderà le sue proprietà, i suoi interessi, o solo quanto afferisce al suo territorio e al perimetro dei suoi affari?

E pure, nonostante questa spinta autoritaria verso lo spazio, la Francia è passata a essere il secondo contributore nei programmi dell’Agenzia Spaziale Europea, scendendo di una posizione rispetto alla Germania, con cui dall’ormai lontano 2000 realizzò uno straordinario raggruppamento industriale che nel 2017 -per difesa e spazio- ha dichiarato un fatturato di 10,8 miliardi € con 40.000 dipendenti, sia pur con oltre 2.000 esuberi appena dichiarati. Un posizionamento che il Trattato di Aquisgrana del 2019 ha usato come una stampella nel rafforzamento strategico tra le due locomotive d’Europa, con il piano di sessioni parlamentari congiunte, la creazione di un Consiglio dei Ministri franco-tedesco e un comitato per la sicurezza e difesa concepito per orientare gli impegni reciproci con incontri a intervalli regolari.
Tutti strumenti generati per l’indebolendo di qualunque spinta da condividere con l’Europa. Un atteggiamento che dopo tutto riconosciamo a due Nazioni che hanno da sempre usato le armi per depredare le risorse dell’Europa, e senza mai aver perso la voglia di controllare le popolazioni fuori dai propri perimetri giurisdizionali.

Così, è evidente che alla Francia non è bastato allearsi con la sola Germania, specie dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, per inseguire le sue mire espansionistiche in Europa e candidarsi come una potenza col grado di interlocuzione planetaria. Ora è il turno dell’Italia, che vive un minor peso politico nello scacchiere internazionale e sopporta un’eterna indecisione di riconoscere opportunità strategiche i legami con gli Stati Uniti; senza comprendere che l’arrendevolezza e la sottomissione sono il rischio reale di un ulteriore assoggettamento ai voleri dell’Eliseo, indipendentemente da chi al momento lo abita.

Ecco quindi quello che temiamo da un’alleanza al buio con la Francia. Un ulteriore momento di dipendenza funzionale e commerciale nel caso non remoto in cui si dovessero costruire nuove alleanze o realizzare prodotti in grado di competere sulle più importanti piazze mondiali.
Un esempio -tra tutti- è la partecipazione al programma lunare della Nasa, in cui l’Italia primeggia nelle capacità tecnologiche, a lontana distanza dalla Francia, nonostante un’alleanza industriali ne leghi i propositi!

È inutile nascondere l’importanza geopolitica delle attività spaziali: se è vero -come è vero- che l’esplorazione del sistema solare o dell’universo profondo rappresenta una tappa importante nella conoscenza e conferisce prestigio e visibilità internazionale alle Nazioni che se ne fanno carico o che vi partecipano, le operazioni legate allo spazio coprono un ruolo strategicamente importante in particolar modo nelle orbite basse, ovvero in quelle quote comprese tra l’atmosfera e le fasce di van Allen, che sono tra 160 e 2.000 km. È là che sono dislocate le principali risorse militari di tutto il mondo industrializzato: e ben oltre la metà sono di proprietà di Paesi gravitanti attorno a quella Nato che recentemente Macron ha definito «cerebralmente morta». È là che si gioca il destino futuro del dominio della Terra, sull’osservazione, le telecomunicazioni, la sicurezza dei dati e la tutela del patrimonio cibernetico: non è certo un caso che Cina e Russia stiano investendo sostanze importanti proprio sul segmento per contrastare la supremazia americana e in questo ambito, che riguarda l’accesso allo spazio, la realizzazione di satelliti destinati alle applicazioni più avanzate quali le trasmissioni criptate, la sorveglianza dei territori o la geolocalizzazione.
Per cui ci sembra necessaria la massima indipendenza istituzionale del nostro Paese nello stringere accordi e costruire nuovi percorsi industriali anche al di fuori dell’Europa senza nessuna possibilità di veti o impedimenti. Ci appare sempre più conveniente mantenere qualsiasi autonomia, visto che l’egemonia franco-tedesca ha di fatto soffocato la sognata sovranità dell’Unione Europea, con il proposito di appropriarsi delle economie e delle capacità produttive dei Paesi partner.

L’Italia resta uno degli obiettivi di accaparramento, dopo che governi e diplomazie hanno lasciato che si facesse man bassa dei prodotti di punta, senza aver compreso la necessità di porre argine. Anche quelli che sono il cardine della sicurezza nazionale. Ovvero di noi cittadini, delle nostre proprietà, dei beni immateriali e delle risorse alimentari, tecnologiche, industriali, sociali.

A dar credito alle nostre affermazioni ci soffermiamo su alcuni discorsi letti in proposito. «Esiste un programma economico-militare di sudditanza» definibile «la nuova campagna di annessione economica dell’Italia». Le parole sono di Roberto Napoletano, che è stato direttore di ‘Il Messaggero’ e ‘Sole 24 Ore’. Nella presentazione di un suo libro, Napoletano ha citato efficacemente le parole di Donato Iacovone, quando era amministratore delegato di Ernst & Young Italia: «L’Italia è il Paese che ha le fabbriche e sa fare i prodotti, la Francia ha la capacità di fare branding nel mondo ma manca il prodotto. Cosa fa la Francia? Si compra l’Italia, investe sull’Italia e chiede all’Italia di fare i prodotti che la Francia non sa più fare e di farne sempre di più e meglio».

Chiudiamo con la precisazione che sia fuori luogo ogni sentimento antifrancese legato a un anacronistico nazionalismo, che non ci appartiene. Così come rifuggiamo da qualsiasi posizione di superflua esterofilia. I governanti -come i manager- si misurano in base alle qualità, non alla cittadinanza. E se i rappresentanti italiani non possono vantare grandi capacità, una volta che stringono le frastagliate leve del potere, nemmeno i vicini d’oltralpe mostrano particolari caratteristiche personali, ma sopravvivono e dominano grazie a un apparato statale più organizzato e con una storia più solida della nostra. Non tanto però da non aver ridotto la Francia a un colabrodo pieno di debiti, afflitta da una politica di grandeur di facciata che ha portato chi l’ha guidata a investimenti superiori alle proprie possibilità.

Ora i francesi si trovano alle strette, e hanno la necessità di recuperare su ogni fronte. Ma per questa volta, possiamo chiedere all’Italia di non cedere con la solita espressione ingenua alla voracità di un’amministrazione agonizzante, ma pur sempre pretenziosa e con manie di superiorità rispetto al suo vicino più prossimo?

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