sabato, Ottobre 24

Stimoli per far ripartire la Libia Un Paese in difficoltà cerca di porre le basi per la ripresa economica

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economia ripresa Libia

In preda al disordine completo, una Libia in difficoltà cerca di porre le basi per la ripresa ed è alla ricerca di possibili appigli per dar vita a una rapida ripartenza. Mentre continua ad aumentare il livello di insicurezza nei principali centri del Paese e i vari gruppi miliziani attivi sul territorio nazionale consolidano il proprio potere, i pochi pilastri di una società civile sotto assedio cercano di giostrarsi nel disordine istituzionale per comprendere quali scelte prendere per sostenere la ripresa della Libia e della sua economia.

La presenza di una importante rendita energetica e l’appoggio delle potenze internazionali sembravano fornire solide basi per una rapida ripartenza della Libia dopo la guerra civile che aveva portato alla caduta di Gheddafi. Il nuovo Governo libico avrebbe dovuto concentrarsi sulla necessità di ristrutturare un’economia eccessivamente dipendente dall’approvvigionamento energetico, priva di un settore industriale produttivo e autonomo .Una missione condotta dal Fondo Monetario Internazionale a inizio del 2013 nel Paese libico mise in luce al contempo i punti di forza e le debolezze dell’economia tripolina. Dopo il crollo economico verificatosi nei mesi della guerra civile, la Libia mise insieme una crescita dai numeri eccezionali, che fece aumentare l’ottimismo riguardante la possibile ripresa del Paese. La ricchezza prodotta dalla ripresa delle esportazioni energetiche, dall’aumento dell’investimento nella ricostruzione del Paese e dalla spesa privata sembrarono creare spazio per riforme atte a trasformare un’economia di rendita, rendendola più competitiva e capace di diffondere maggiormente il benessere nella società. L’alta dipendenza dallo sfruttamento petrolifero, prima del crollo produttivo degli ultimi mesi, il settore garantiva il 60% del PIL e il 95% degli introiti, esponeva ed espone ancora il Paese al rischio di shock legati alla variazione dei prezzi del greggio o al disordine che si sta verificando in questi giorni.

Uno dei principali punti di forza della Libia è rappresentato dalla Libya Investment Authority, il fondo sovrano gestito da Tripoli, utilizzato per investire le ricchezze garantite dallo sfruttamento delle ricche riserve petrolifere del Paese. Fondato per volontà di Muammar Gheddafi, il fondo ha rappresentato in passato uno dei maggiori attori economici internazionali, il secondo per grandezza dell’Africa intera. La caduta della dittatura e la lunga fase di instabilità che ne è seguita ha portato il fondo a sospendere le proprie attività in attesa di una ristrutturazione. Attualmente, l’azienda di consulenza Deloitte valuta attualmente le ricchezze del fondo a 66 miliardi di dollari statunitensi. Gran parte dei beni appartenenti al fondo sono ancor oggi sotto blocco internazionale, per via delle sanzioni imposte ai tempi di Gheddafi.

«Fondata dal secondo figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi, nel 2006, il fondo è già passato attraverso più drammi e stravolgimenti di quanto abbia fatto gran parte degli altri fondi sovrani nel corso della loro vita» scrive su Euromoney l’analista Chris Wright. «Ondate di CEO e manager sono andati e tornati, […] il Paese è passato attraverso una dolorosa rivoluzione durante la quale Saif è stato arrestato e suo padre ucciso, i suoi fondi sono stati congelati dalle Nazioni Unite […] e alla fine di tutto si è trovato con una storia complessa e una squadra di management vuota. Ora, mentre cerca di guardare avanti, deve anche guardare indietro. Quest’anno ha fatto partire inchieste contro alcuni dei maggiori nomi nel banking globale, cercando di recuperare miliardi di dollari per accordi che quelle banche hanno stretto con la LIA negli anni del regime di Gheddafi. Non conta quanto I dirigenti libici cerchino di mostrarsi come nuovi, nel tentativo di correggere gli errori del passato, dovranno inevitabilmente affrontare uno scrutinio per quanto hanno fatto nei giorni passati».

Per garantire una valida ripresa, sarà inoltre importante comprendere prima possibile la solidità della ripresa nella produzione e nell’esportazione petrolifera della Libia, argomento su cui permane una forte incertezza. Attualmente ostaggio di una serie di rivendicazioni portate avanti da milizie, ribelli in lotta con l’autorità centrale, lavoratori che cercano di ottenere maggiori concessioni dal Governo, la produzione di petrolio ha subito un forte blocco a partire dall’estate scorsa. Il Ministero delle Risorse Energetiche ha fatto sapere a dicembre negli scorsi giorni che la produzione è leggermente tornata a salire: la quantità di barili di petrolio prodotti quotidianamente è tornata a 250mila contro i 220mila del mese precedente. L’aumento è probabilmente legato alla ripresa del funzionamento degli impianti di Sarir e Messla. Il livello di produzione rimane comunque ben distante dal milione e quattrocentomila barili al giorno esportati nel luglio scorso. Qualora non si riuscisse a incrementare ulteriormente la produzione, anche i successori di Ali Zeidan si troverebbero in gravi difficoltà e rischierebbero di assistere al naufragio di un’economia le cui fortune sono legate a doppio filo alla produzione petrolifera.

«Il blocco delle esportazioni è costato alla Libia oltre 10 miliardi di dollari americani» ha affermato durante una conferenza stampa del febbraio scorso il Ministro dell’Economia Mustafa Abufunas, sostenendo inoltre che qualora non venisse sbloccata la situazione nell’Est del Paese c’è il rischio che le ripercussioni sul budget nazionale diventino sensibili. Una combinazione di riforme economiche e stabilizzazione della situazione di sicurezza sono indispensabili per porre fine alla caduta della Libia nel baratro dell’ingovernabilità. La speranza odierna è che già nei primi mesi del 2014 si possano avvertire gli effetti di un cambio di rotta.

 

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