sabato, Dicembre 14

Statue di porcellana al Bargello per salvare il Museo di Doccia

0
1 2


Suscita un certo stupore nel visitatore quella Venere coperta, somigliante a quella de’ Medici che si trova agli Uffizi,  ma avvolta  in basso da un sottile panno,  esposta fra le più celebri sculture del Rinascimento al Museo del Bargello di Firenze. Bianche e  delicate sculture tra i celebri bronzi di Michelangelo, Donatello, Ghiberti e altre celebrity. Quella di cui parliamo è una Venere in porcellana, opera di Gaspero Bruschi, artista  settecentesco cui si devono molti altri capolavori esposti per la prima volta fuori dalle mura di casa: ovvero la manifattura di porcellana di Doccia, a Sesto Fiorentino, fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori,  divenuta nel 1896 Richard Ginori. Quella manifattura è la più antica in Italia e tuttora funzionante, ma negli ultimi tempi è stata investita da una crisi che desta allarme e  preoccupazione  per il suo futuro e per quello dei lavoratori.

Questa Mostra ha un dichiarato intento sociale, oltreché artistico:  richiamare l’attenzione su una straordinaria realtà che è artistica e produttiva, che rappresenta un pezzo significativo della nostra storia, una storia  lunga  250 anni, che rischia di andare perduta. Che si tratti di una Mostra diversa –  dal significativo titolo: La fabbrica della bellezza. La manifattura Ginori e il  suo popolo di statue –  lo sottolinea Tomaso Montanari, storico dell’arte e promotore e curatore insieme a Dimitros Zikos di questa singolare Mostra “immaginata, voluta e costruita  per aiutare a salvare un pezzo di polis: cioè di città”. Di cui fanno parte  il Museo Ginori, una realtà straordinariamente importante del patrimonio culturale del territorio fiorentino ( chiuso dal maggio 2014) e lo stabilimento industriale. “Oggi”, sottolinea lo studioso, “si tratta di tenere insieme  poli contrapposti come Firenze e Sesto Fiorentino, il Museo del Bargello e il Museo Ginori, la grande storia dell’arte e il lavoro industriale, la bellezza e l’occupazione”.

Tutti conoscono il vasellame prezioso contraddistinto dal marchio Richard Ginori, pochi ne conoscono la ricca produzione  artigianale e artistica, che questa Mostra rivela in tutta la sua bellezza. Una esposizione realizzata, secondo Paola D’Agostino, Direttrice del Museo, “al fine di mantenere viva l’attenzione su questo eccezionale patrimonio, noto, apprezzato e valorizzato all’estero più di quanto non sia accaduto finora in Italia e la cui sede non poteva che essere il Museo Nazionale del Bargello, il locus per eccellenza della scultura  italiana. In questo percorso espositivo vediamo le più importanti sculture prodotte nel primo periodo della manifattura  presentate in confronti inediti con terrecotte o bronzi che servirono da modelli totali o parziali delle porcellane”.

Qui le porcellane – divise in sei nuclei tematici – dialogano con opere del Bargello e con altre selezionatissime sculture concesse in prestito da istituzioni nazionali e straniere e da privati, alcune esposte per la prima volta. Dal Museo Ginori provengono le due opere più importanti dell’intera collezione: la Venere de’ Medici,  di cui si è già detto e il monumentale Camino, coronato dalle riduzioni delle Ore del Giorno e della Notte delle tombe medicee di Michelangelo, restaurato in questa occasione. Grazie alla collaborazione dell’Accademia Etrusca di Cortona, è esposto lo straordinario Tempietto della gloria della Toscana, ( altra opera del Bruschi) donato da Carlo Ginori all’Accademia stessa, anch’esso restaurato per la Mostra, che sintetizza non solo le ambizioni artistiche, ma anche quelle politiche del fondatore della manifattura. Il Tempietto torna a Firenze per la prima volta dal 1757. Ad esso sono affiancati il bronzetto e la cera del Mercurio di Giambologna, rispettivamente nella collezione del Bargello e in quella del Museo Ginori. Le presunte ambizioni artistiche del Ginori contenute nell’opera sono date dalle citazioni di  opere di artisti del passato, come  Giovan Battista Foggini,   quelle politiche appaiono evidenti dalle  medaglie che riproducono la serie medicea in bronzo di Antonio Selvi e Bartolomeo Vaggelli.  In queste medaglie sono effigiati sia autorevoli personaggi del potere mediceo (Cristina di Lorena e Ferdinando III) che i nuovi sovrani: Francesco Stefano e Maria Teresa d’Austria, vale a dire il primo Granduca  lorenese e sua moglie.  

Carlo Ginori aveva aperto  con coraggio la sua manifattura proprio nel momento di passaggio da una dinastia all’altra, dai Medici ai Lorena e c’era il timore che venissero chiuse le botteghe granducali che per secoli avevano prodotto raffinati oggetti per la corte e le nobili e ricche dinastie europee. Nella sala successiva sono esposte le due grandi e complesse Pietà in bronzo e in porcellana. Nel 1708 il Soldani realizzò il modello del grande Compianto sul Cristo morto di cui si conoscono molteplici versioni. Carlo Ginori ne acquistò le forme in gesso – alcune sono esposte in mostra – che vennero impiegate per la versione in porcellana che il Marchese Ginori donò all’influente cardinale Neri Corsini, nel 1745 circa. Il gruppo venne realizzato in 59 parti di porcellana, cotte separatamente e poi assemblate dai maestri della Manifattura di Sesto Fiorentino.

Di dimensioni più ridotte, ma ugualmente raffinati nell’esecuzione, sono i due gruppi della Giuditta con la testa di Oloferne, che costituiscono il quarto nucleo tematico. La versione in porcellana di Gaspare Bruschi, in prestito dal Los Angeles County Museum, è presentata in un inedito confronto con la terracotta di Agostino Cornacchini, primo studio scultoreo di questo fortunato gruppo. Ma che personaggio  è stato   il marchese Carlo Ginori? Un suo profilo l’ho rintracciato  in un opuscoletto  dal titolo La manifattura delle Porcellane di Doccia, cenni illustrativi raccolti da C.L. Ebbene,  C.L. sono le iniziali di colui che diverrà più avanti  uno dei grandi protagonisti della nostra letteratura: Carlo Lorenzini, detto il Collodi, il padre  di Pinocchio, uno dei libri più diffusi e tradotti nel mondo (anche in alcune lingue africane). Il Lorenzini scrisse quell’opuscolo  in occasione dell’Esposizione italiana del 1861, la prima Rassegna artistica e industriale del Regno d’Italia, alla quale  partecipava anche la manifattura di Doccia. All’epoca Paolo, fratello di Carlo, ne era il Direttore e probabilmente avrà fatto da tramite fra i Ginori e  suo fratello affinché  con questo scritto aiutasse la conoscenza della storia della manifattura e  delle sue eccellenti produzioni. In quella occasione, la fabbrica della bellezza e dell’eccellenza, riportò ben undici medaglie. Un successo clamoroso. L’opuscolo fu tradotto anche in francese e diffuso a Parigi.

Tutto merito del Collodi?  Certamente no, il merito era dell’alta qualità della produzione  esposta, ma da allora la formula dell’ opuscolo ebbe un ampio sviluppo. Insomma, un primo serio e studiato veicolo di  informazione ‘pubblicitaria’ . Ma cosa scriveva in quell’opuscolo? Ricordate le antiche origini dell’arte vasaia, il  Lorenzini divulgatore riferisce che la porcellana rappresentava l’ultimo grado di perfezione dell’arte ceramica, che nel ‘500 i portoghesi avevano trasportato in Europa dalla Cina (porcellana in lingua portoghese significa scodella o vaso di terra) e che l’impasto fu perfezionato agli inizi  del ‘700 da due chimici tedeschi, poi dalla manifattura di Meissen (Dresda)  un operaio si portò la formula a Vienna, dove ebbe la sua massima diffusione. La nascita della Manifattura di Doccia, contemporanea a quella di Sèvres ( 1735), è frutto dell’idea del suo «illustre fondatore che usciva da una nobile famiglia che aveva imparato a conoscere ciò che insegnavano i tempi:cioè che lo splendore della ricchezza inoperosa e consumatrice di sé medesima non abbagliava più; che le grandezze, puntellate dal privilegio, crollavano; e che ricchezza e grandezza vera non si potevano ormai più cercare, se non là dove le trovarono gli antichi capi delle più illustri famiglie fiorentine: nell’agricoltura, nel commercio, nell’industria. La famiglia Ginori, discendente dai signori di Calenzano, aveva dato, in tempi diversi, alla repubblica fiorentina magistrati operosi, priori e ambasciatori. In mezzo a uomini di così notevoli virtù cittadine – scrive ancora il Lorenzini– la figura del marchese Carlo vi primeggia sovranamente, sia per vastità d’intelletto nel concepire, sia per ardimento d’animo e per tenacità di proposito nel condurre a fine le ideate imprese».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore