domenica, Marzo 24

Statue dei confederati: l’era ‘post-razziale’ è ancora lontana?

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Dopo i drammatici fatti di Charlottesville e gli scontri che hanno portato alla morte di una giovane donna per mano di un estremista neo-nazista, le polemiche scatenate dalle parole del Presidente Donald Trump non accennano a diminuire. Anzi, sono proprio alcuni recenti tweet del Presidente a spargere nuova benzina sul fuoco alimentando paradossalmente sia le posizioni dei detrattori, che quelle degli irriducibili supporter. Ieri, infatti, Trump è tornato sulla questione scatenante alla base delle proteste di Charlottesville, ovvero, la rimozione di una statua che celebra il generale sudista Robert. E Lee a cui hanno fatto seguito altre rimozioni in svariate città degli Stati Uniti. Nei suoi tweet il Presidente sostiene che le rimozioni stiano facendo a pezzi la cultura e la storia degli Stati Uniti, mascherando – secondo molti commentatori USA – sotto il finto spettro di un attacco al patrimonio culturale americano un’ennesima sponda offerta a gruppi suprematisti le cui radici affondano in profondità nel Sud del Paese.

Alla luce di queste dichiarazioni, mentre si ingrossa la fila di CEO delle più grandi aziende americane – da Tim Cook a Murdoch Jr., figlio di Rupert grande sostenitore di Trump –  intenzionati a smarcarsi dalle controverse affermazioni del Presidente, molti esponenti dello stesso Partito Repubblicano finiscono ancora una volta con le spalle al muro. È il caso, in particolare, del senatore Tim Scott (South Carolina), unico repubblicano di colore in Senato, che ha recentemente dichiarato in un’intervista che l’autorità morale del Presidente è «compromessa». A dimostrazione della gravità della situazione, poi, il Vice-Presidente Mike Pence ha accorciato la visita in programma in Sud America per tornare in fretta a Washington. Durante il viaggio, come riportato dal New York Times, Pence si è rifiutato tuttavia di difendere i commenti di Trump e, in particolare, la relativistica condanna di entrambi gli schieramenti nella protesta di Charlottesville che ha fatto da preludio ai tweet sui monumenti che celebrano i confederati.

Nonostante tutto, però, proprio da persone come il senatore Scott sembra arrivare un refolo di ottimismo. Come ha dichiarato infatti durante l’intervista a Vice News «il razzismo è reale. È vivo ed è qui. Ma la risposta di una vasta maggioranza del Paese è diametralmente opposta rispetto a quella degli anni ’60. Abbiamo forze militari, generali e leader che alzano la testa e rigettano, completamente, il razzismo. E abbiamo visto l’America delle grandi aziende, rimasta più o meno in silenzio negli anni ’60, prendere una posizione molto forte, molto chiara con grande orgoglio». E, tuttavia, se una speranza per una società post-razziale ancora c’è, resta da chiedersi se ciò possa riguardare o meno gli Stati Uniti di Donald Trump.
Del potenziale d’odio suscitato dalla questione razziale, del passato e del presente degli Stati Uniti abbiamo discusso con Tim Lockley, professore di Comparative American Studies presso la University of Warwick.

Le proteste di Charlottesville sono state innescate dalla rimozione programmata di alcuni monumenti che celebrano figure di confederati – rimozione criticata dal Presidente Trump in una serie di tweet. Dal punto di vista storico, che significato rivestono questi monumenti? E da chi è stata presa la decisione della rimozione?

La maggior parte di queste statue sono state costruite tra il 1890 e il 1930 ed esposte durante il periodo della segregazione razziale negli Stati Uniti. Altri monumenti furono esposti durante l’era dei movimenti per i diritti civili tra il 1950 e il 1960 come reazione alla concessione di diritti alle persone di colore nel Sud degli Stati Uniti. Era il simbolo di una supremazia bianca che faceva riferimento a coloro che in effetti hanno diviso gli Stati Uniti durante la Guerra Civile e hanno combattuto per difendere lo schiavismo. Molto persone nel Sud degli USA vedono ancora la Confederazione come una sorta di baluardo per i diritti sudisti. In particolare, per quanto riguarda la statua di Charlottesville, è stata la giunta cittadina a discuterne la rimozione, ma la decisione finale non era ancora stata presa.

Trump ha definito queste statue “belle”. Lasciando da parte le considerazioni estetiche, c’è davvero l’intenzione da parte dell’amministrazione di proteggere queste statue come beni culturali che fungano da monito per le persone? E perché pensa che molte città vogliano rimuoverle?

Il posto migliore per questo tipo di monumenti sarebbe un museo dove potrebbe essere spiegato sia il più ampio contesto della Guerra Civile, sia il modo in cui è essa deve essere ricordata. Penso che molte città stiano invece pensando alla rimozione per sbarazzarsi di punti di ritrovo potenzialmente pericolosi. C’è da considerare, poi, che le città sono spesso molto più liberali di vaste aree rurali del Sud degli USA. Charlottesville, ad esempio, ospita la University of Virginia ed è considerata una delle zone più liberali dello Stato.

Le affermazioni di Trump rappresentano davvero una volontà politica di schierarsi con i suprematisti bianchi, o, come è già avvenuto si tratta di un’altalena di posizioni che in parte verranno poi ritrattate?

Penso che Trump sappia esattamente ciò che fa e ciò che dice, e non credo che l’ignoranza sia una scusa per le sue affermazioni. I suprematisti bianchi, poi, hanno contribuito in buona parte a farlo eleggere alla Casa Bianca. Per quanto riguarda tweet come quello che sembra mettere sullo stesso pieno figure di peso politico come Washington e Jefferson con generali confederati sconfitti dalla storia, non credo che Trump ritratterà. Non è il suo stile, non si scusa mai!

Secondo una buona parte della stampa europea questa potrebbe essere una delle crisi politiche più serie della presidenza Trump. È d’accordo?

In realtà penso che il peggio debba ancora venire – e non si può ignorare il fatto che il nocciolo duro della sua base repubblicana non lo ha ancora abbandonato. La corrente principale del GOP (Grand Old Party), ovvero, del Partito Repubblicano, è ancora in parte riluttante a criticarlo dal momento che finirebbe per essere messa alle strette dagli estremisti nelle prossime primarie. Non mi sembra che possa accadere altro, per il momento, nemmeno per quanto riguarda l’impeachment – almeno fino alle elezioni di medio termine del prossimo anno. Se il GOP perde la maggioranza, allora le cose potrebbe iniziare a cambiare. Se invece continueranno ad avere la maggioranza, sono convinto che la maggior parte del partito continuerà semplicemente a ignorare le peggiori affermazioni del Presidente.

Dal punto di vista di uno studioso come lei, che cosa nella storia degli Stati Uniti è ancora capace di accendere la miccia dell’odio in modo così esplosivo come è successo a Charlottesville? E come possono gli Stati Uniti venire a patti con la loro storia e, soprattutto, con un passato schiavista e razzista?

Penso che non esista niente altro di più divisivo e con una tale storia del problema razziale. Altre cause di protesta che pure hanno profonde radici politiche divisive, come l’assistenza sanitaria o la riforma fiscale, non hanno alle loro spalle la storia della questione razziale, lunga quasi 400 anni. Solo con il tempo potremmo dare una lettura definitiva, ma, tuttavia, non si può negare che le cose siano migliorate: la schiavitù è scomparsa, la segregazione è stata abolita, il movimento per i diritti civili ha ottenuto molte cose. Eppure gli Stati Uniti sono ben lontani dall’entrare in una nuova era post-razziale. E, a pensarci bene, esiste davvero da qualche parte nel mondo una società completamente post-razziale? Sospetto che la risposta sia negativa. Il problema è che la questione razziale negli Stati Uniti è più ampia e più evidente che da altri parti. Da nessuna parte in Europa c’è una popolazione così mista o una storia di soppressione razziale. Forse l’esempio più vicino è l’Olocausto, ma non è calzante per ovvi motivi. Con il tempo credo che le cose miglioreranno ancora; i giovani sono meno interessati a questi problemi rispetto alle generazioni precedenti, ma di questione razziale sono convinto che continueremo a parlare almeno ancora per i prossimi 100 anni.

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