martedì, Novembre 12

Stato Islamico in Europa: l’altra faccia del Nazionalismo

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Sono passati tre anni da quando Abū Bakr al-Baghdādī proclamò la nascita del Califfato islamico dalla Moschea di al-Nuri a Mosul, in Iraq. Da quel giorno, Daesh si è espansa, ha fatto tremare il mondo per poi cominciare a cedere sotto i colpi delle coalizioni arabe e curde sostenute dalla comunità internazionale e, in primo luogo, da Stati Uniti e Russia.

Uno degli aspetti più importanti di questa nuova entità dell’islamismo radicale è che, a differenza delle vecchie organizzazioni terroristiche, Daesh si è costituita in Stato: nel farlo si è posta come il faro per tutti coloro che si riconoscono nel radicalismo islamico e come principale nemico pubblico per tutti gli altri. In particolare, negli Stati Uniti, in Russia e in Europa la ‘nevrosi da ISIS’ ha raggiunto livelli estremamente alti con una percezione del pericolo musulmano molto superiore alla reale entità del fenomeno.

In Europa, complici diversi attentati andati a segno in Francia, Belgio ed Inghilterra, molti cittadini hanno cominciato a guardare con grande sospetto ed ostilità a tutti i musulmani, in particolare a quelli che, a causa della crisi migratoria, arrivano numerosi sulle coste europee.

In realtà, se si osservano gli attentati terroristici degli ultimi anni, si vede come, nella stragrande maggioranza dei casi, a portarli a termine siano stati dei cittadini europei, spesso provenienti da quartieri-ghetto. Si tratterebbe dunque, più che di un fenomeno religioso, di un fenomeno sociale favorito dalla crisi economica e dalla sfiducia negli Stati che ne deriva. Nuove generazioni di giovani cresciuti in famiglie islamiche fondamentalmente integrate, hanno trovato nella propaganda del califfato un modello alternativo a quello di un capitalismo che ha relegato intere fette di società in dei ghetti, senza possibilità di accedere ad un benessere continuamente esposto dai media.

Per tentare di capire meglio questo fenomeno, abbiamo parlato con Paolo Di Motoli, sociologo e ricercatore all’Università di Padova.

In occasione degli attentati in Francia, Belgio ed Inghilterra, si è visto che gli attentatori sono sempre giovani europei: in che modo si sviluppa la radicalizzazione? È legata a ragioni puramente religiose e culturali o si tratta piuttosto di una reazione all’esclusione sociale tipica degli agglomerati urbani di quei Paesi?

Sui fenomeni di radicalizzazione, alcuni studiosi sostengono che esistano dei modelli mentre altri sostengono che sia difficile generalizzare.

Nel caso del Belgio e, soprattutto, della Francia, che ha sviluppato il maggior numero di foreign fighters e anche di soggetti ‘a rischio’ che hanno la fiche S (l’etichetta rilasciata dal Ministero degli Interni che segnala soggetti pericolosi che, in italiano si direbbe, vengono attenzionati dalle forze di polizia: siamo attorno alle 15.000 unità), un modello c’è: il modello francese è quello di persone che vengono solitamente da percorsi di esclusione sociale; gli occhi sono puntati su quella che viene chiamata la jihad della banlieue, oppure la jihad dei banlieusards. Il sociologo franco-persiano Farad Khosrokhavar dice che, sostanzialmente, ci sono due tipi di jihad: una è la jihad delle classi medie, l’altra la jihad dei banlieusards; il cammino dei banlieusards, che sono coloro che hanno fatto gli attentati, è il cammino di persone che vengono da famiglie solitamente disgregate che entrano in un circuito di delinquenza e di conflitto con le forze dell’ordine all’interno delle periferie. Questo apre a riflessioni, che possono coinvolgere gli urbanisti o i sociologi dell’ambiente o della città, che riguardano il fallimento di questa utopia della banlieue. La banlieue è nata con abitazioni iper-razionali attorno alle fabbriche; a partire dagli anni ’80, con la crisi del modello fordista e le fabbriche cominciano a chiudere, si è avviata una sorta di desertificazione, dal punto di vista del lavoro, e quindi moltissimi giovani, che prima avevano una possibilità di ingresso nella società attraverso il lavoro salariato, sono rimasti tagliati fuori: il degrado è aumentato in maniera impressionante.

Inoltre dobbiamo aggiungere che esiste anche una stigmatizzazione di cui soffrono, soprattutto nel territorio francese, questi individui: alcuni di loro, anche se sono persone integrate che magari hanno studiato o addirittura hanno un dottorato, hanno difficoltà a trovare un posto di lavoro a seconda della banlieue da cui provengono. Prendiamo, ad esempio, Clichy-sous-Bois, ovvero la banlieue dove si è scatenata la più grande rivolta dopo il maggio del 1968: la rivolta delle periferie del 2005 aveva ragioni più antiche. Nelle passate generazioni, la protesta veniva composta e trovava delle risposte di tipo politico attraverso il sindacato, attraverso i partiti operai che avevano la maggioranza in quei quartieri; a partire sostanzialmente dal 2000, la protesta diventa una protesta quasi di stampo nichilista nel senso che non si fa più portatrice di proposte di tipo politico. Anche le associazioni presenti sul territorio, che nel corso del 2005 avevano cercato di dare uno sbocco politico costruttivo alla rivolta delle periferie, non sono riuscite a trovare una risposta: a quel punto il terreno era fertile perché ci fosse, in linea con tutto il mondo occidentale, una riscoperta della religiosità; nel caso dei banlieusards, però, la religiosità non è vissuta come un cammino spirituale. Questa radicalizzazione è portata avanti soprattutto nelle carceri perché molti di questi soggetti hanno un trascorso di scontri con la polizia, di entrata e uscita dal carcere. Solitamente è fondamentale l’incontro con delle figure chiave, in carcere o fuori, che porta alla costruzione di un’ideologia politica ‘mortifera’, come la chiama Olivier Roy: si aderisce ad un’ideologia in odio per l’Occidente o per la società che non ha offerto possibilità a questi giovani.

La radicalizzazione dei giovani europei di origine musulmana potrebbe essere l’altra faccia della medaglia della recrudescenza nazionalistica a cui stiamo assistendo negli ultimi anni? In altre parole, potrebbe darsi che, in reazione ad una globalizzazione e ad una politica economica che lascia fuori interi strati di popolazione, dove i sottoproletari di origini europee trovano conforto nel nazionalismo, quelli di origini arabe lo trovano nell’islamismo?

Questa domanda ripercorre un capitolo di un testo di Gilles Kepel, in un suo libro, che non è stato tradotto in italiano e che si intitola ‘Terreur dans l’Hexagone‘ (‘Terrore nell’Esagono‘, ovvero in Francia): il capitolo si chiama ‘Entre Kalach et Martel‘, ovvero ‘tra il Kalašnikov e il Martello‘ (un po’ come tra l’incudine e il Martello, dove però il Martello sta per Carlo Martello, con riferimento alla Battaglia di Poitiers, perché molti del Front National si proclamavano sostenitori di Calo Martello). Nel testo, Kepel dice che c’è una sorta di gioco di specchi all’interno di questi quartieri, una polarizzazione: da una parte abbiamo la radicalizzazione che finisce nelle braccia dello jihadismo, dall’altra c’è una radicalizzazione sul fronte opposto, cioè l’adesione di fette importanti di questi quartieri alle idee del Front National.

Tutto questo è stato determinato dalla desertificazione e dalla perdita di mordente dei cosiddetti corpi intermedi di un tempo. È importante il riferimento a Clichy-sous-Bois e alla rivolta del 2005 perché non bisogna dimenticare che quella rivolta si scatenò perché dei ragazzi di orgone musulmana, che scappavano dalla polizia, finirono in una centrale elettrica e morirono in una maniera terribile: questo scatenò delle rivolte; la polizia intervenne in maniera decisa e passò questa immagine degli agenti che lanciavano dei gas lacrimogeni anche all’interno di una Moschea che sorgeva i quei quartieri. Questa immagine fece il giro del Paese restituendo un’identità di reazione a questi ragazzi che, nella maggior parte dei casi, vengono da percorsi di droga e di alcolismo che poco hanno a che fare con una vita islamica rigorosa: la questione è quella dello scatto identitario.

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